<B>ATTRAVERSO LO SPECCHIO</B>
di Lewis Carroll






I

LO SPECCHIO


Una cosa era certa: che il micino bianco non c'entrava affatto: la colpa era tutta del nero. Durante l'ultimo quarto d'ora Dina, la gatta madre, aveva lavata la faccia al micino bianco (operazione che il micino dopo tutto, aveva sopportato con dignit); era quindi chiaro che esso non aveva potuto aver parte nel misfatto. 
Il modo come Dina lavava la faccia ai figli era questo: prima teneva il poverino per l'orecchio con una zampa, e poi con l'altra gli stropicciava tutto quanto il muso, contro pelo, principiando dal naso; e proprio poco prima, come ho detto, era stata occupatissima col micino bianco, che se ne stava tranquillo e calmo tentando di far le fusa, certo col sentimento che tutto si faceva per il suo bene. 
Ma il gattino nero era stato lavato prima in quel pomeriggio; e cos, mentre Alice se ne stava rannicchiata in un cantuccio della maestosa poltrona, in una specie di dormiveglia, esso s'era dato a una gran partita di salti col gomitolo che Alice aveva pazientemente fatto dalla matassa di lana, rotolandolo su e gi finch l'aveva tutto ingarbugliato. Ed ora ecco il gomitolo sparso sul tappeto tutto nodi e grovigli, col gattino in mezzo che cerca di acchiapparsi la coda. 
- Ah, brutto micio - grid Alice acchiappando il gattino e dandogli un bacio per fargli capire d'essere in collera. - Veramente Dina avrebbe dovuto insegnarti a essere pi educato! Tu devi farlo, Dina, tu sai che devi farlo! - essa aggiunse, dando un'occhiata di rimprovero alla gatta madre, e parlando col suo miglior tono di disapprovazione. E poi, arrampicatasi di nuovo sulla poltrona, dopo aver preso con s il gattino e la lana, cominci a rifare il gomitolo. Ma andava innanzi lentamente, perch nel frattempo chiacchierava, un po' per il gattino e un po' per s. Sulle ginocchia di lei il micio sedeva in aria triste, fingendo di osservare il progresso del gomitolo e di tanto in tanto sporgendo una zampetta, e pianamente toccando la palla, come per dire che, potendo, avrebbe aiutato il lavoro volentieri. 
- Sai che  domani, micino? - cominci Alice. - Se fossi venuto alla finestra con me, tu l'avresti indovinato... Ma Dina ti lavava la faccia e non hai potuto. Io guardavo i ragazzi che raccoglievano le fascine e le frasche per la fiammata di carnevale. Ce ne vogliono molte di fascine, micino. Ma faceva tanto freddo e nevicava tanto, che dovettero andarsene. Non importa, micino, domani andremo a vedere la fiammata. - Qui Alice avvolse due o tre volte il filo intorno al collo del gattino, per vedervi l'effetto; ma nell'atto le sfugg il gomitolo che rotol sul pavimento, disfacendosi di nuovo per molti metri di filo. 
- Sai, micino, io ero cos arrabbiata, - continu Alice, appena si furono riaccomodati sulla poltrona, - quando vidi tutto il danno che avevi fatto. Avrei quasi aperto la finestra per gettarti nella neve! E l'avresti meritato, brigantaccio! Che hai da dire? Non m'interrompere! - essa continu, levando un dito. - Ora ti dir tutte le tue cattive azioni. Prima: questa mattina, hai strillato due volte, mentre Dina ti lavava la faccia. E non puoi negarlo, micino, l'ho sentito io. Che cosa dici? (fingendo che il gatto abbia parlato) - Ch'essa t'aveva fatto entrar una zampa nell'occhio? Colpa tua, se tenevi gli occhi aperti: se li avessi tenuti ben chiusi, non sarebbe accaduto. Ora sono inutili le scuse, ascolta. Secondo: tu hai tirato Nevina per la coda mentre io le mettevo innanzi il tegame del latte. Che cosa? Avevi sete anche tu? Come sai che non fosse assetata anche lei? Terzo: hai disfatto il gomitolo mentre io guardavo da un'altra parte. Sono tre mancanze, Frufr, e tu non hai avuto ancora nessun castigo. Tu sai che ti riserbo i castighi per mercoled di quest'altra settimana. Immagina un po' se a me avessero riserbato tutti i castighi per un dato giorno? Quanto farebbero alla fine d'un anno? Credo che arrivato quel giorno, mi dovrebbero mandare in prigione. Supponendo anzi che ciascun castigo dovesse consistere nel rimanere senza desinare, allora, arrivato quel terribile giorno, dovrei fare a meno di cinquanta desinari in una volta sola. A dir la verit, non m'importerebbe molto. Sarei pi contenta di rimaner digiuna che di mangiarli. Senti la neve contro i vetri della finestra, Frufr? Che suono dolce! Come se uno stesse baciando la finestra dal di fuori. Forse la neve vuol bene agli alberi e ai campi e li bacia cos soavemente! E poi li copre ben bene, sai, con una coperta bianca, e forse dice: Andate a letto, cari, andate a letto, cari! E l'estate quando si svegliano, Frufr, si vestono tutti di verde e si mettono a ballare... quando soffia il vento... Oh che bellezza! - esclama Alice, lasciando cadere il gomitolo di lana per battere le manine. 
E io desidererei tanto che fosse vero! Certo che i boschi par che dormano in autunno, quando ingialliscono le foglie. 
Frufr, ti piace giocare a scacchi? Ora non ridere, caro, io te lo domando seriamente. Perch, quando poco fa stavamo giocando, tu guardavi come se sapessi il giuoco; e quando ho detto: Scacco matto tu hai fatto le fusa. S,  stato un magnifico scacco matto, e veramente avrei potuto vincere se non fosse stato per quel brutto cavaliere che si svi fra i miei pezzi. Frufr caro, fingiamo... 
E qui vorrei saper riferire se non altro una met delle cose che soleva dire Alice, quando cominciava con la sua parola favorita: Fingiamo... Ella aveva avuto il giorno prima una lunghissima discussione con la sorella, soltanto perch aveva cominciato: Fingiamo d'essere re e regine: sua sorella, alla quale piaceva d'essere sempre molto esatta, aveva risposto che non potevano perch erano soltanto in due, e Alice era stata costretta finalmente a dire: Allora tu puoi essere una, e io sar tutti gli altri. E una volta aveva veramente atterrita la vecchia governante strillandole a un tratto nell'orecchio: Signorina, fingiamo che io sia una iena affamata e voi un orso! 
Ma questo vuol dir divagare dal discorso di Alice al micio: 
- Fingiamo che tu sia la Regina Rossa, Frufr. Sai che penso? Che se tu stessi seduto e incrociassi le braccia, saresti preciso come lei. Prova subito, caro. 
E Alice prese la Regina Rossa dal tavolo e la mise innanzi al micino come il modello da imitare; ma la cosa non riusc, principalmente, disse Alice, perch il gattino non volle piegar bene le braccia. Cos, per punirlo, lo tenne di fronte allo specchio, perch guardasse quant'era goffo. 
-...E se non stai buono, - aggiunse, - ti faccio andare nello specchio. Ti piacerebbe di andare nello specchio? Ora, se stai attento, Frufr, e non parli tanto, ti dir tutta la mia idea intorno alla Casa dello Specchio. Prima di tutto, v' la stanza che si vede attraverso lo Specchio:  precisa come il salotto dove stiamo; per tutte le cose son messe alla rovescia. Salendo su una sedia la veggo tutta... tutta tranne la parte dietro il caminetto. Quanto mi piacerebbe veder quella parte! Chi sa se nell'inverno c' il fuoco: se il nostro focolare non fa fumo, non s'indovina mai; ma se c' fumo di qua, c' fumo anche di l. Ma chi sa, pu essere una finzione, per dare a credere che ci sia il fuoco anche di l. I libri, poi, somigliano ai nostri libri; ma le parole sono stampate a rovescio. Questo lo so; perch ho tenuto un libro contro lo specchio, e nell'altra stanza ne hanno pigliato un altro. 
Ti piacerebbe di stare nella Casa dello Specchio, Frufr? Chi sa, se ti darebbero il latte l dentro? Forse il latte della Casa dello Specchio non  buono da bere... E ora, Frufr, arriviamo al corridoio. Se si lascia aperta la porta del nostro salotto si vede un pezzettino del corridoio della Casa dello Specchio: somiglia molto al corridoio nostro, ma chi sa se pi in l non  diverso. Oh, Frufr, che bellezza se potessimo entrare nella Casa dello Specchio! Son certa che ci sono tante belle cose. Fingiamo di poterci entrare, Frufr, fingiamo che lo specchio sia morbido come un velo, e che si possa attraversare. To', adesso sta diventando come una specie di nebbia... Entrarci  la cosa pi facile del mondo.


Alice stava sulla mensola del caminetto mentre diceva cos, sebbene non sapesse spiegarsi come fosse arrivata lass. E certo il cristallo cominciava a svanire, come una nebbia lucente. 
L'istante dopo Alice attraversava lo specchio e saltava agilmente nella stanza di dietro. La prima cosa che fece fu di guardare se ci fosse il fuoco nel caminetto, e fu tanto contenta di vedere che ce n'era uno vero, pieno di fiamme vive, come quello che aveva lasciato nel salotto. 
Cos, qui star calda come nell'altra stanza, - pens Alice, - pi calda, veramente, perch qui non ci sar nessuno che mi far allontanare dal caminetto. Che bellezza, quando mi vedranno attraverso lo specchio e non potranno toccarmi! 
Poi cominci a guardare intorno intorno, e si accorse che ci che poteva essere veduto dalla vecchia stanza era comune e poco interessante, ma che tutto il resto era assolutamente diverso. Per esempio, i ritratti appesi al muro sembravano tutti vivi e lo stesso orologio sul caminetto (come comprendete, nello specchio si vedeva solo la parte di dietro) aveva la faccia di un vecchietto e sogghignava. 
Questa stanza non  tenuta pulita come l'altra - diceva Alice a s stessa, vedendo alcuni pezzi della scacchiera fra la cenere del focolare; ma un istante dopo con un piccolo oh di sorpresa s'inginocchi per guardarli. Innanzi ai suoi occhi i pezzi della scacchiera sfilavano per due.
- Ecco il Re Rosso e la Regina Rossa, - disse Alice (sottovoce, per tema di spaventarli) - ed ecco il Re Bianco e la Regina Bianca che si seggono sull'orlo della paletta; ed ecco i due Castelli che camminano a braccetto... Non credo che possano sentirmi, - essa continu, chinando un po' di pi la testa; - e son sicura che neanche possono vedermi. Mi par quasi di diventare invisibile... 
Allora qualche cosa cominci a squittire sul tavolo dietro Alice, e le fece volger la testa appena in tempo per vedere una delle Pedine Bianche rotolare e cominciare a dar calci: ella la guard con molta curiosit per vedere il seguito. 
-  la voce di mia figlia! - grid la Regina Bianca, passando accanto al Re e urtandolo con tanta violenza che lo fece stramazzare fra la cenere. - Mia preziosissima Lilla!... Mio regale tesoro, - e cominci ad arrampicarsi selvaggiamente sull'alare. 
- Tua regale sventataccia! - disse il Re sfregandosi il naso che aveva battuto cadendo. Egli aveva diritto di essere un po' irritato con la Regina, perch era coperto di cenere dalla testa ai piedi. 

Alice era ansiosissima di rendersi utile. La povera Lilla smaniava e strillava disperatamente; ed allora ella raccolse in fretta la Regina e la mise sul tavolo accanto alla sua rumorosa figlioletta. 
La Regina si sedette ansando: il rapido viaggio per l'aria le aveva tolto il respiro, e per un minuto o due non pot far altro che abbracciare silenziosamente la piccola Lilla. Ripreso fiato, grid al Re Bianco che sedeva imbronciato nella cenere: 
- Bada al vulcano. 
- Che vulcano? - disse il Re, guardando ansiosamente nel fuoco, come se credesse pi che probabile scoprirne uno. 
- M'ha soffiato! - balbett la Regina, che non respirava ancora bene. - Bada di tornare qui... in modo regolare... non farti soffiare! 
Alice osservava il Re, mentre egli si sforzava pianamente d'arrampicarsi d'asse in asse, e finalmente gli disse: 
- A quella velocit ci metterai un secolo ad arrivare al tavolo. Sar meglio che io ti aiuti, non  vero? 
Ma il Re parve non accorgersi di quelle parole: era assolutamente evidente ch'egli non poteva n udirla n vederla. 
Cos Alice lo prese molto cortesemente, e lo sollev pi adagio della Regina. in modo da non togliergli il respiro; ma prima di metterlo sul tavolo, pens bene, vedendolo con tanta cenere addosso, di spolverarlo un poco. 

Essa narr dopo di non aver mai visto in tutta la sua vita una faccia come quella fatta dal Re, nel momento ch'egli si trov in aria tenuto da una mano invisibile e diligentemente spolverato: ne parve cos stupito che non fiat, ma gli occhi e la bocca andarono man mano diventando pi grandi e pi rotondi, finch la mano di lei lo scosse fra tante risate che ci manc poco non lo lasciasse ricadere sul pavimento. 

- Oh! non far quelle smorfie, caro! - esclam a un tratto dimenticando che il Re non poteva udirla. - Mi fai ridere tanto che appena posso tenerti! E non spalancar tanto la bocca! Si riempir di cenere... Ecco, mi pare che ora sii abbastanza pulito! - ella aggiunse, allisciandogli i capelli e mettendolo sul tavolo accanto alla Regina. 
A un tratto il Re stramazz supino, e rimase perfettamente calmo; e Alice ebbe un po' paura per ci che aveva fatto, e gir un po' per la stanza per trovare un po' d'acqua e gettargliela in faccia. Ma non pot trovare che una boccetta d'inchiostro, e quando ritorn con la boccetta, vide che il Re s'era riavuto e che parlava con la Regina in un timido bisbiglio... cos basso, che Alice pot con difficolt udire ci che si dicevano. 
Il Re diceva: 
- Ti assicuro, mia cara, che ero diventato freddo fino alla punta dei baffi.
E la Regina rispondeva: 
- Tu non hai baffi. 
- La paura di quell'istante, - continu il Re, - non la dimenticher mai. 
- La dimenticherai, - disse la Regina. - se tu non l'annoti nel taccuino. 
Alice osserv con grande curiosit che il Re traeva di tasca un taccuino enorme, e cominciava a scrivere. Improvvisamente le salt in mente una idea, e afferr l'estremit della matita che sorpassava la spalla del Re e cominci a scrivere per lui. 
Il povero Re apparve imbarazzato e dolente, e lott per qualche tempo con la matita senza dir nulla; ma Alice era pi forte di lui. Finalmente egli balbett: 
- Cara mia, debbo procurarmi una matita pi sottile. Questa non la so adoperare. Scrive cose che io non capisco. 
- Che cosa? - disse la Regina guardando nel libro (in cui Alice aveva scritto: Il Cavaliere Bianco scivola dall'alare. Egli non sa stare in equilibrio) - Questa non  un'annotazione che ti riguarda. 
Vi era un libro sul tavolo accanto, e Alice, mentre se ne stava seduta a guardare il Re Bianco (perch ancora si sentiva un po' in ansia per lui e aveva l'inchiostro pronto per gettarglielo sul viso, in caso dovesse svenire di nuovo) si mise a voltare le pagine per trovar qualche parte che potesse leggere, perch  stampato tutto in una lingua che io non conosco, diceva fra s. 

Era cos: 

irrat ilgil i e eccoc a are'S
,ottehcsip len navallertrig
irranicnec i icsol ittut
.ottets egnol navaigguffus

Essa guard impacciata per qualche tempo; ma finalmente le venne un lampo di luce: 
- Naturalmente  un libro della Casa dello Specchio. E se io lo metto contro uno specchio, le parole si raddrizzeranno. 


Questa era la poesia che Alice lesse: 

S'era a cocce e i ligli tarri 
girtrellavan nel pischetto, 
tutti losci i cencinarri 
suffuggiavan longe stetto. 

Figlio attento al Giabervocco: 
ha gli artigli ed ha le zanne, 
ed attento, attento aI Tocco, 
e disprezza il frumio Stranne! 

Egli prese in man la spada - 
da gran tempo lo cercava - 
e sull'albero di nada 
in pensiero riposava. 

Mentre stava s in pensiero 
ecco il Giabervocco appare 
per il bosco artugio e fiero 
tutte alunche fiamme pare. 

Uno e due! Ecco che fa 
l'itra spada zacche, zacche. 
L'erpa testa ei lascia, e va 
galonfando pel pirracche. 

Hai ucciso il Giabervocco! 
Vieni, figlio, che t'abbracci, 
vieni, figlio, al bardelocco 
dei d lieti di limacci! 

S'era a cocce e i ligli tarri 
girtrellavan nel pischetto, 
tutti losci i cencinarri 
suffuggiavan longe stetto. 
 

- Sembra bella, - essa disse, quando l'ebbe finita, - ma  piuttosto diffcile a capire! (Come vedete, non confessava neanche a s stessa che non poteva comprenderla.) Per mi pare che mi riempia la testa d'idee... Soltanto non so di che si tratti. Certo <I>qualcuno</I> uccise <I>qualche cosa:</I> comunque sia questo  chiarissimo... 

Ma, ohi! - pens Alice, levandosi immediatamente, - se non faccio in fretta, dovr ritornare oltre lo specchio, prima d'aver visitato il resto della casa. Vado prima a dare un occhiata al giardino. 
In un istante era fuori della stanza e correva gi per le scale... Veramente correre non  la parola esatta. La sua era una nuova invenzione per far le scale rapidamente e facilmente, come diceva Alice a s stessa. Essa poggiava la punta delle dita sulla ringhiera, e andava leggermente gi senza neanche toccare i gradini coi piedi; poi vol gi per l'atrio, e sarebbe andata dritta alla porta nello stesso modo, se non si fosse afferrata al pilastro. Sentiva un po' di vertigine passando cos per aria e fu lieta quando si accorse che camminava di nuovo nel modo solito. 



II


IL GIARDINO DEI FlORI VIVI



Vedrei il giardino molto meglio, - disse Alice fra s, - se potessi arrivare in cima a quella collina. Ecco un sentiero che ci va dritto dritto... almeno... no, no... non ci va... - (dopo aver fatto pochi passi lungo il sentiero e aver girato parecchi angoli acuti) - ma credo che finalmente ci andr. Ma che strane voltate che fa! Somiglia pi a un cavaturaccioli che a un viottolo. Ecco, di qui si va alla collina, mi pare... No, non ci si va. Si riv dritto a casa. E allora prover per l'altra via. 
E cos fece: vagando su e gi, e girando un angolo dopo l'altro, e alla fine tornando sempre alla casa. In verit, una volta, girando un angolo pi velocemente del solito, gli corse incontro prima di potersi fermare. 
 inutile parlarne, - disse Alice, guardando la casa e facendo le viste di discutere con essa, - per ora non voglio rientrare. Dovrei ripassare un'altra volta per lo specchio, e mi ritroverei nella vecchia stanza... e addio a tutte le mie avventure!
Cos, risolutamente volgendo le spalle alla casa, ripigli la via gi per il sentiero, decisa di andar dritta fino alla collina. And bene per pochi minuti, e stava dicendo: Questa volta sul serio ci arriver... quando il sentiero fece una brusca voltata e si scosse (come ella disse poi) e l'istante appresso Alice s'avvide di camminare in realt verso la porta. 
- Oh,  troppo cattiva! - ella esclam. Non ho visto mai una casa venirmisi a cacciare cos tra i piedi. Mai! 
Per la collina era in piena vista, e non c'era da far altro che mettersi di nuovo in viaggio. Questa volta ella arriv ad una grande aiuola, tutta orlata di margherite, e con un salice piangente nel mezzo. 
- Oh Giglio, - disse Alice, rivolgendosi a uno stelo che oscillava graziosamente al vento, vorrei che tu potessi parlare. 
- Noi possiamo parlare, - disse il Giglio, - se c' qualcuno con cui metta conto di parlare. 
Alice fu cos stupita che rimase senza parola per un minuto. Finalmente, siccome il Giglio non faceva che oscillare, ripigli a discorrere timidamente... quasi con un bisbiglio. 
- E tutti i fiori parlano? 
- Come te, - disse il Giglio, - e molto pi forte. 
- Sai, - disse la Rosa, - cominciar noi non sta bene, e veramente tu parlavi; dicevo a me stessa: Il suo viso ha qualche significato, sebbene non sia furbo. Pure, tu hai il colore giusto, e col colore giusto si va lontano. 
- Non m'importa nulla del colore, - disse il Giglio. - Starebbe meglio se ella avesse i petali un po' pi arricciati. 
Ad Alice non piaceva di essere giudicata, e cos cominci a fare delle domande. 
- Non avete paura d'esser piantati qui fuori, con nessuno che vi accudisca? 
- V' l'albero nel mezzo, - disse la Rosa, a che altro servirebbe? 
- Ma che potrebbe fare innanzi a un pericolo? - chiese Alice. 
- Troncarlo, - disse la Rosa.
-  per questo, - disse una Margherita, - che il suo fusto si chiama tronco. 
- Non sai questo? - grid un'altra Margherita, e tutte cominciarono a strillare in coro, finch l'aria parve tutta assordata da quelle stridule voci. 
- Silenzio, tutte! - grid il Giglio, agitandosi irosamente da un lato all'altro, fremente di rabbia. - Siccome sanno che io non posso raggiungerle, - balbett, piegando verso Alice la testa tremante, - si mettono a gridare a quel modo. 
- Non ci badare, disse Alice con accento carezzevole, e, chinandosi sulle margherite, che stavano ricominciando, bisbigli: - Se non state zitte, vi colgo. 
Vi fu un istante di silenzio e parecchie delle margheritine rosee diventarono bianche. 
- Benissimo! - disse il Giglio. - Le margherite hanno un carattere pessimo. Quando una parla, cominciano tutte, e non ci vuol altro per seccare chi le sente. 
- Come va che voi potete parlare cos bene? - disse Alice, sperando di addolcirlo con un complimento. - Sono stata in tanti giardini, ma non ho mai sentito parlare i fiori. 
- Metti gi la mano e tasta il suolo, - disse il Giglio. - Saprai il perch. 
Alice obbed. 
-  molto duro, - ella disse, - ma non capisco che c'entri. 
- Nella maggior parte dei giardini. - disse il Giglio, - fanno i letti dei fiori troppo soffici, e cos i fiori dormono sempre. 
La ragione era ottima, e Alice fu lieta di apprenderla. 
- Non ci avevo pensato, - disse. 
- Credo che tu non pensi mai! - disse la Rosa con un tono piuttosto severo. 
Non ho visto mai una fisionomia pi stupida, - disse la Viola cos improvvisamente, che Alice diede un balzo. 
- Tieni a posto quella lingua! - grido il Giglio. - Come se tu vedessi mai nessuno. Tu nascondi la testa sotto le foglie e vi russi tanto che ne sai del mondo quanto pu saperne un germoglio. 
- Ci sono soltanto io nel giardino o c' altra gente? - chiese Alice, non volendo raccogliere l'ultima osservazione della Rosa. 
- V' un altro fiore nel giardino che pu muoversi come te, - disse la Rosa. - Vorrei sapere come fai... (Tu sempre vuoi sapere disse il Giglio), ma  pi affaccendata di te. 
-  come me? - chiese Alice sollecita, perch un pensiero le era lampeggiato: V' un'altra bambina in qualche parte del giardino? 
- S ha la stessa tua goffa statura, - disse la Rosa, - ma  pi rossa, e i suoi petali sono pi corti, credo. 
- Sono pi stretti, come quelli della dalia, disse il Giglio, - e le cadono intorno intorno come i tuoi. 
- Non  colpa tua, - aggiunse cortesemente la Rosa, - se cominci a impallidire... e i tuoi petali cominciano a insudiciarsi. 
Non piacque ad Alice questa osservazione, e, per cambiar discorso, chiese: 
- Viene qui qualche volta? 
- Credo che la vedrai presto, - disse la Rosa, - ella  della specie a nove punte, sai? 
- Dove le porta? - chiese Alice, curiosa. 
- Intorno alla testa, naturalmente, - rispose la Rosa. - Mi domandavo perch tu non le avessi. Credevo che quello fosse il tipo normale. 
- Viene! - grid lo Spron di Cavaliere. Sento i suoi passi, tump tump, sulla ghiaia del viale. 
Alice si volse rapidamente, e vide la Regina Rossa. 
-  cresciuta molto, - fu la sua prima osservazione. 
Era cresciuta davvero. Quando Alice l'aveva raccolta dalla cenere era alta non pi di otto centimetri, ed in quel momento era di mezza testa pi alta d'Alice. 
- Effetto dell'aria fresca, - disse la Rosa, - qui abbiamo un'aria meravigliosa. 
- Vorrei andarle incontro, - disse Alice, perch sebbene i discorsi dei fiori fossero interessanti, capiva che sarebbe stato molto pi importante conversare con una vera Regina. 
- Forse non potrai andarci, - disse la Rosa; - ti consiglierei d'andare dall'altra parte. 
Questo parve una sciocchezza ad Alice, e non disse nulla, e s'avvi verso la Regina Rossa. Con sua grande sorpresa, immediatamente la perse di vista, e s'avvide di camminare ancora verso la porta. 
Si ritrasse un po' irritata e, cercando per ogni dove la Regina (che scoperse finalmente a grande distanza), pens finalmente di tentar di camminare nella direzione opposta. 

Le riusc magnificamente. Non aveva fatto neanche un minuto di strada che si trov a faccia a faccia con la Regina Rossa e in piena vista della collina alla quale aveva mirato per tanto tempo. 
- Donde vieni? - disse la Regina Rossa, - e dove vai? Guardami in viso, parla dolcemente, e intanto non agitar le dita. 
Alice obbed a tutte queste ingiunzioni, e rispose, come meglio pot, di aver smarrita la sua via. 
- Non so che intendi per la tua via, - disse la Regina; - tutte le vie qui attorno appartengono a me... ma d'altra parte, perch sei venuta qui fuori? - aggiunse con tono pi cortese. - Fa un inchino mentre pensi a ci che dici. Si guadagna tempo. 
Alice si mostr molto meravigliata, ma aveva troppo timore per la Regina per non crederle. Prover quando ritorno a casa, diceva fra s, la prima volta che sar un po' in ritardo pel desinare. 
-  ora di rispondere, - fece la Regina, guardando un orologetto, - apri un po' pi la bocca quando parli, e di' sempre: Vostra Maest. 
- Volevo soltanto visitare il giardino, Vostra Maest... 
- Ora va bene, - disse la Regina, battendole sulla testa, cosa che ad Alice non piacque affatto, - ma se mi parli di giardino ho veduto giardini a petto ai quali questo sarebbe un deserto. 
Alice non os di contrastare questa asserzione, e continu: 
- Cercavo la strada che mena in cima alla collina. 
- Se mi parli di collina, - interruppe la Regina, - io potrei mostrarti colline a petto alle quali questa potresti chiamarla vallata. 
- No, che non potrei, - disse Alice, che si sorprese finalmente a contraddirla; - una collina non pu essere una vallata,  un'assurdit... 
La Regina Rossa scosse la testa: 
- Chiamala assurdit, se ti piace, - disse, - ma io ho sentito delle assurdit a petto alle quali questa sarebbe pi piena di significati di un dizionario. 
Alice fece di nuovo un inchino, perch, dal tono con cui la Regina parlava, temeva di averla offesa; e si misero a camminare in silenzio finch arrivarono alla cima della collinetta. 

Per alcuni minuti Alice se ne stette in silenzio, guardando la campagna in tutte le direzioni... Era una campagna stranissima. Un gran numero di ruscelletti l'attraversavan dritti da un lato e l'altro, e il terreno che li separava era diviso in quadrati da un gran numero di piccole siepi verdi che andavan da un ruscello all'altro. 
- Mi pare disegnata proprio come una grande scacchiera, - disse Alice finalmente. - Vi dovrebbero essere qua e l degli uomini che si muovono... ed eccoli, ci sono! - aggiunse deliziata, e il cuore le comincio a battere pi celere mentre continuava: - Si giuoca un giuoco colossale di scacchi... per tutto il mondo... se questo e un mondo. Oh, che divertimento! Vorrei essere del giuoco. Non m'importerebbe d'essere una Pedina, purch potessi essere l con loro, ma naturalmente mi piacerebbe di pi essere Regina. 
Diede un timido sguardo alla vera Regina, mentre diceva cos, e la sua compagna accenn un gentile sorriso e disse: 
- Se ti piace, si pu far subito. Puoi essere la Pedina della Regina Bianca, perch Lilla  troppo giovane per giocare; e intanto tu sei nella seconda Casella; quando arriverai all'ottava Casella sarai Regina. 
Proprio in quel momento, chi sa come, cominciarono a correre. 
Alice non pot mai capire, ripensandoci dopo, come avesse cominciato: tutto ci che ricordava si era che correvano l'una dietro l'altra, tenendosi per mano, e che la Regina andava cos veloce che ella stentava a mantenere lo stesso passo; e pure la Regina continuava a strillare: Pi presto, pi presto! ma Alice non poteva andare pi presto, e non aveva pi un filo di fiato per dirlo. 
E il pi strano si era che gli alberi e tutti gli altri oggetti d'intorno non cambiavan mai di posto: per quanto veloci esse andassero, non si lasciavan dietro mai niente: Forse tutte le cose si muovono con noi... diceva tra s Alice, non sapendo che pensare. E la Regina pareva indovinasse i suoi pensieri, perch gridava: Pi presto! Non tentar di parlare!
Non che Alice avesse l'intenzione di farlo. 
Le era rimasto cos poco fiato, che non sapeva se avrebbe mai potuto riparlar pi: e la Regina gridava: Pi presto! pi presto! e se la trascinava appresso. 
- Siamo arrivate? - pot finalmente domandare Alice, con un soffio. 
- Arrivate? - rispose la Regina. - Ci siamo passate dieci minuti fa. Pi presto! 
E corsero per qualche tempo in silenzio, col vento che soffiava nelle orecchie di Alice, dandole la sensazione di strapparle i capelli. 
- Su! su! - gridava la Regina. - Pi presto! pi presto! 
E andavano cos veloci che finalmente parve traversassero l'aria a volo, sfiorando a pena coi piedi il suolo, finch improvvisamente, nell'istante che Alice si sentiva assolutamente esausta, si fermarono, ed ella si trov seduta senza respiro in terra e con la testa che le girava. 
La Regina l'adagi contro un albero, e cortesemente le disse: 

- Ora puoi riposarti un poco. 
Alice si guard intorno, sorpresa. 
- Ma mi pare che in tutto questo tempo non ci siamo mosse da quest'albero. Non c' nulla di cambiato in questo luogo. 
-  naturale, - disse la Regina; - che cosa avresti voluto? 
- Ma nel nostro paese, - disse Alice, che ancora ansava un poco, - generalmente si arriva altrove... dopo che si  corso tanto tempo come abbiamo fatto noi. 
- Che razza di paese! - disse la Regina. Qui invece, per quanto si possa correre si rimane sempre allo stesso punto. Se si vuole andare in qualche altra parte, si deve correre almeno con una velocit doppia della nostra. 
- Non ci vorrei provare! - disse Alice. Son contenta di starmene qui... soltanto ho caldo e sete. 
- So che cosa ti piacerebbe ora, - disse la Regina con affabilit, cavando una scatolina di tasca. - Mangia un biscotto! 
Alice pens che non sarebbe stato cortese dir di no, bench non fosse quello che desiderava. Prese il biscotto e fece del suo meglio per mangiarlo: era molto secco. In vita sua non s'era mai sentita in tanto pericolo di strozzarsi. 
- Mentre tu ti rinfreschi, - disse la Regina, - io prender le misure. 
E cav di tasca la fettuccia del metro, e cominci a misurare il terreno e a ficcare qua e l dei piccoli pioli. 
- Alla fine di due metri, - ella disse, mettendo un piolo per segnar la distanza, - ti dar le istruzioni... Vuoi un altro biscotto? 
- No, grazie, - disse Alice, - ne ho abbastanza d'uno. 
- La sete  spenta, spero? - disse la Regina. 
Alice non sapeva che dire, ma fortunatamente la Regina non aspett la risposta, e continu: 
- Alla fine di tre metri, le ripeter, per non fartele dimenticare. Alla fine di quattro, ti dir addio. Alla fine di cinque, me ne andr.
In quel momento aveva finito di mettere i pioli, e Alice stette a guardare con grande interesse, mentre la Regina ritornava all'albero, e cominciava a camminare pianamente gi per la fila. 
Al piolo del secondo metro, ella si volse e disse: 
- Una pedina, sai, fa due caselle nella sua prima mossa. Cos andrai rapidamente per la terza Casella - per ferrovia, direi, - e ti troverai subito nella quarta. Bene, la quarta Casella appartiene a Tuidledum e Tuidled... la quinta la maggior parte  acqua... La sesta appartiene a Unto Dunto... Ma non mi dici nulla? 
- Io... io non sapevo di dover dir qualche cosa... proprio ora, - balbett Alice. 
- Avresti dovuto dire, - continu la Regina con tono di grave rimprovero: Siete molto gentile a dirmi tante cose. Ma facciamo conto che tu l'abbia detto... La settima Casella  tutta foresta... ma uno dei Cavalieri t'indicher la via... e nell'ottava Casella noi saremo Regine insieme, e tutto sar festa e allegria. 
Alice si lev e fece un inchino. e si rised di nuovo. 
Al prossimo piolo, la Regina si volt ancora e disse: 
- Parla in francese quando una cosa non sai pensarla nella tua lingua... volgi all'infuori le dita dei piedi camminando... e ricorda chi sei. 
Questa volta non aspett che Alice s'inchinasse, ma si diresse velocemente al prossimo piolo, dove si volt un momento per dire addio, e quindi corse in gran fretta all'ultimo. 
Come avvenisse, Alice non seppe mai; ma, non appena raggiunto l'ultimo piolo, la Regina non c'era pi. Se si fosse dileguata in aria o se fosse corsa velocemente nel bosco (essa pu correre tanto presto, pensava Alice), non vi fu assolutamente mezzo d'indovinare: era sparita, e Alice cominci a ricordarsi d'essere una Pedina e che il suo dovere era di muoversi. 

III

GL'INSETTI DELLO SPECCHIO



Naturalmente la prima cosa da fare era di esaminare attentamente il paese attraverso il quale doveva viaggiare. 
 come studiar la geografia, - pensava Alice, mentre si levava in punta di piedi con la speranza di vedere un po' pi oltre. - Fiumi principali... non ve ne sono. Montagne principali... La sola montagna qui son io, ma credo di non aver nome. Citt principali... Ah!... e che sono quelle bestie che fanno il miele laggi? Non possono essere api... le api non si potrebbero vedere alla distanza di un miglio. 
E per qualche tempo rimase silenziosa, guardandone una che s'aggirava tra i fiori, ficcando la proboscide nei loro calici. Proprio come un'ape, pensava Alice. 
Per era tutt'altro che un'ape: infatti, era un elefante... come Alice scopr presto, con uno stupore che le tolse quasi il respiro. E che enormi fiori debbono essere! - si disse poi. - Qualche cosa come dei villini senza tetto e con uno stelo... e che gran quantit di miele debbono fare! Voglio andar gi a... No, non voglio andare ancora, continu arrestandosi, dopo aver cominciato a correre gi per la collina, tentando di trovar qualche scusa per quel suo improvviso timore. Non andr mai gi tra quelle bestie senza una pertica per scacciarle... E che divertimento sar quando mi si domander se mi  piaciuta la passeggiata! Io dir:...Oh, m' piaciuta tanto... (qui fece la sua solita scrollatina di testa), soltanto c'era tanta polvere e tanto caldo, e gli elefanti m'hanno seccato un poco. 
 meglio andar gi per l'altra via, disse dopo una pausa: - e forse potr vedere gli elefanti pi tardi. Inoltre cos arriver nella Terza Casella. 
E con questa scusa corse gi per la collina e salt oltre il primo dei sei ruscelletti. 

* * * 

- I biglietti, per favore! - disse la Guardia, cacciando la testa allo sportello. 
In un istante tutti cavarono fuori i biglietti. Erano biglietti della stessa dimensione delle persone e pareva che riempissero la vettura. 
- Su, il tuo biglietto, bambina, - continu la Guardia, guardando severamente Alice. 
E molte voci dissero tutte insieme (come il coro d'un canto pensava Alice): 
- Non lo fare aspettare, bambina, ch il suo tempo vale mille lire al minuto. 
- Mi dispiace di non averlo, - disse Alice tutta impaurita: - nel luogo dove sono partita, non c'era l'ufficio del bigliettario. 
E di nuovo il coro delle voci continu: 
- Non c'era spazio per l'ufficio nel luogo donde essa  partita. Il terreno l vale mille lire il centimetro.
- Le scuse sono inutili, - disse la Guardia, - dovevi comprare il biglietto dal macchinista. 
E ancora una volta il coro delle voci continu: 
- L'uomo che conduce la macchina. Ebbene, il fumo solo vale mille lire lo sbuffo. 
Alice diceva fra s:  inutile tentar di parlare. E siccome non aveva parlato, non sent il coro delle voci, ma con sua gran sorpresa s'accorse che tutti pensavano in coro (io spero che voi comprendiate che cosa significa pensare in coro... perch debbo confessare che io non lo comprendo): 
-  meglio non dire nulla. La lingua vale mille lire la parola. 
Stanotte mi sogner le mille lire, son certo che le sogner, pensava Alice. 
In quel momento la Guardia la stava fissando prima con un telescopio, poi con un microscopio, e poi con un binocolo. Infine disse: 
- Tu viaggi in senso inverso!
E cos dicendo, chiuse lo sportello e se ne and. 
- Una bambina cos piccola, - disse il signore che le sedeva di fronte, vestito di carta bianca, - dovrebbe sapere in che senso viaggia, anche se essa non sa come si chiama. 
Un Caprone, che sedeva accanto al signore in bianco, chiuse gli occhi e disse a voce alta: 
- Essa doveva sapere la via dell'ufficio dei biglietti, anche se non sa leggere. 
Ma uno Scarabeo che sedeva accanto al Caprone (era una stranissima vettura tutta piena di passeggeri d'ogni specie) disse, giacch pareva che si seguisse la regola di parlare a turno: 
- Essa dovr essere rimandata di qui come bagaglio. 
Alice non pot vedere quello che aveva parlato dopo lo Scarabeo, ma poi sent una voce affannata e cava: 
- Si cambia la macchina!... - disse la voce, che poi fu come soffocata e costretta a interrompersi. 
- Sembra la voce di un cavallo, - diceva Alice fra s; e una voce straordinariamente sottile, accanto all'orecchio di lei, disse: 

- Tu dovresti fare un bisticcio su questo: un bisticcio su cava e cavallo. 

Allora una voce gentile in distanza disse: 
- Sapete, le bisogna mettere l'etichetta: Ragazza, fragile. 
E dopo questa, altre voci continuarono: (Quanta gente c' in questa vettura! pensava Alice): 
- Essa deve andare per posta, perch ha un collo addosso. Deve essere mandata come un dispaccio per telegramma... Deve tirare il treno da s per il resto del viaggio... 
E altre proposte di questo genere. 
Ma il signore vestito di carta bianca si chin un po' e le bisbigli all'orecchio: 
- Non badare a ci che si dice, cara, ma prendi un biglietto di ritorno tutte le volte che il treno si ferma. 
- Veramente non lo far, - disse Alice con qualche impazienza, - io non appartengo a questo viaggio di strada ferrata... Poco fa ero in un bosco... e vorrei poter tornare indietro. 
Disse la piccola voce accanto al suo orecchio: 

- Adesso potresti fare un giuoco di parole: qualche cosa, sai, su volere e potere. 

- Non mi seccare, - disse Alice, invano guardandosi per scoprire donde venisse la voce; - se ti piacciono tanto i giuochi di parole, perch non ne fai uno tu? 
La piccola voce trasse un profondo sospiro: segno evidente di grande infelicit, e Alice avrebbe detto qualche parola di consolazione, se il sospiro fosse stato come tanti altri! ella si diceva. Ma era cos straordinariamente minuscolo, che non si sarebbe assolutamente sentito, se non le fosse sonato accanto all'orecchio. Per conseguenza ella avvertiva un forte solletico all'orecchio che la stornava dal pensiero dell'infelicit della povera creaturina. 
Continu la piccola voce: 

- So che tu sei un'amica una cara amica, una vecchia amica. Bench io sia un insetto, tu non mi farai male. 

- Che specie di insetto? - Alice chiese con ansia. 
Ci che voleva veramente sapere era se pungesse o no, ma pens che non era una domanda che si potesse educatamente mettere. 

- Che! allora non ti..... 

cominci la vocettina, quando fu soffocata da un acuto strillo che veniva dalla macchina, e tutti si levarono impauriti. Alice tra gli altri. 
Il Cavallo che aveva messo la testa allo sportello, la ritrasse tranquillamente dicendo: 
- Si tratta di saltare un ruscello. 
Tutti parvero soddisfatti di questa spiegazione, ma Alice si sentiva un po' nervosa all'idea di un treno che doveva saltare. Per, ci porter alla quarta Casella, e questa  una consolazione! disse fra s. 
- L'istante dopo sent la vettura levarsi dritta in aria, e nella paura che la invase, Alice s'afferr all'oggetto pi vicino, che poi era la barba del Caprone. 

* * * 

Ma la barba, toccata, parve svanire, e Alice si trov tranquillamente seduta sotto un albero, mentre la Zanzara (che era l'insetto che le aveva parlato) si equilibrava su un ramoscello che le pendeva sulla testa, facendosi vento con le ali. 

Certo, era una Zanzara colossale: della dimensione di una gallina, pens Alice. Pure, non ne ebbe paura, dopo che avevano conversato tanto tempo insieme. 
-...Allora non ti piacciono tutti gli insetti, - continu la Zanzara, come se nulla fosse accaduto. 
- Mi piacciono quando sanno parlare, disse Alice. - Nessuno di essi parla mai, nel paese donde vengo 
- E che razza di insetti ti allietano, e donde vieni? - chiese la Zanzara. 

- Gli insetti non mi allietano affatto, - spiego Alice, - piuttosto ne ho paura... almeno di quelli grandi. Ma posso dirti i nomi di alcuni. 
- Naturalmente, essi rispondono ai loro nomi? - osserv con indifferenza la Zanzara. 
- Non l'ho mai saputo. 
- E che servirebbe aver il nome, e non rispondere? 
- Non serve ad essi, - disse Alice; ma serve alle persone che li nominano, credo. Se no, perch ogni cosa avrebbe un nome? 

- Non so, - rispose la Zanzara. - Nel bosco laggi non ci sono nomi... Ma continua con la lista degli insetti: cos perdi il tempo. 
- Prima, la Mosca cavallina, - cominci Alice, contando i nomi sulle dita. 
- Oh, bene, - disse la Zanzara, - a mezza strada da quel cespuglio, vedrai la Mosca dei cavallucci di legno.  fatta interamente di legno, e va di ramo in ramo dondolandosi su s stessa. 
- E di che vive? - chiese Alice con grande curiosit. 
- Linfa e segatura, - disse la Zanzara; avanti con la tua lista. 
Alice mir la Mosca dei cavallucci di legno con grande interesse, e dicendo fra s che certo, per sembrare cos lucente e appiccicaticcia, era stata riverniciata di fresco, continu: 
- E v' il Moscone della carne. 
- Guarda il ramo sulla tua testa, - disse la Zanzara, - e vedrai il Moscone della carne. Ha il corpo di salsiccia, le ali di costoletta e la testa di braciola. 
- E di che vive? - chiese Alice, come prima. 
- Di salame e di pasticcio di sanguinaccio, - rispose la Zanzara, - e fa il nido in un tegame. 
- E poi c' la Mosca del formaggio, - continu Alice, dopo aver guardato ben bene l'insetto, che aveva la testa nel fuoco, mentre essa diceva: Forse questa  la ragione perch agl'insetti piace di volare intorno alle candele. 
- Puoi veder strisciare ai tuoi piedi, - disse la Zanzara (Alice ritrasse i piedi impaurita) - una Mosca del pane e formaggio. Le sue ali sono fette sottili di pane e burro, il suo corpo  di Gorgonzola, gli occhi di Gruyera. 
- E di che vive? 
- Di maccheroni e di pere. 
Ma in mente di Alice sorse un'obiezione. 
- E se non ne trova? - essa disse. 
- Morirebbe,  naturale. 
- Qui deve accadere molto spesso, - osserv Alice pensosa. 
- Accade sempre, - disse la Zanzara. 
E allora, Alice rimase un minuto o due meditabonda. La Zanzara si divertiva intanto a zirlarle intorno alla testa: finalmente si adagi di nuovo, e osserv: 
- Io credo che tu non abbi l'intenzione di perdere il nome. 
- Veramente no, - disse Alice con una certa ansia. 
- E pure io non so, - continu la Zanzara con tono d'indifferenza: - pensa il guadagno che faresti, se lo perdessi ritornando a casa. Per esempio, se la governante volesse chiamarti per la lezione, direbbe: Vieni qui... e dovrebbe interrompersi, perch non avrebbe un nome con cui chiamarti, e tu allora non dovresti rispondere. 
- Io credo che questo non servirebbe a nulla, - disse Alice: - la governante mi farebbe scuola lo stesso. Se non ricordasse il nome, mi chiamerebbe signorina come fa la cameriera. 
- Bene, signorina vuol dire piccola signora, - osserv la Zanzara, - e allora... s'ignora la chiamata. Questo  un bisticcio. Mi piacerebbe che l'avessi pensato tu. 
- Perch ti piacerebbe che l'avessi pensato io? - chiese Alice. -  un brutto bisticcio. 
Ma la Zanzara non rispose e trasse un profondo sospiro, mentre due grosse lagrime le solcavano le gote. 
- Non dovresti far dei bisticci, - disse Alice, - se ti addolora tanto. 
Poi venne un altro di quei malinconici sospiri, e tosto la povera Zanzara parve essersi dissolta con esso, perch Alice guard di nuovo da quella parte, e non vide pi nulla sul ramoscello. E allora, siccome si sentiva intirizzire per esser stata cos a lungo seduta, s'alz e si mise a camminare. 
Arriv subito a una pianura, con un bosco dall'altro lato: sembrava molto pi oscuro dell'ultimo bosco, e Alice ebbe paura di entrarci. Per, ripensandoci meglio, decise di andare innanzi: Perch certamente non ritorner pi essa si diceva, e quella era l'unica via per l'Ottava Casella. 
- Questo dev'essere il bosco, - disse meditabonda, - dove le cose non hanno nomi. Chi sa che sar del mio, quando c'entrer! Non mi piacerebbe di perderlo... perch dovrebbero darmene un altro, e certo sarebbe brutto. Sarebbe divertente trovare la creatura che portasse il mio vecchio nome. Proprio come i manifesti quando la gente perde i cani: Risponde al nome di Menelik: aveva un collare d'ottone; figurarsi, chiamare ogni cosa che s'incontra Alice, finch una risponde. Ma se fosse savia, non risponderebbe affatto. 
Divagava a questo modo, quando raggiunse il bosco, che le sembr molto freddo e ombroso. Ma ad ogni modo  un gran conforto, - si diceva entrando sotto gli alberi, - dopo tanto caldo, entrare nel... nel... che cosa? ella continu, piuttosto sorpresa di non poter trovar la parola. Vado sotto il... sotto il... sotto questo, sai e mise la mano sul tronco dell'albero. Chi sa come si chiama! Credo che non abbia nome... s, certo, non l'ha. 
Stette silenziosa per un minuto a pensare; e poi ricominci: E allora  realmente accaduto, dopo tutto. E ora, qual  il mio nome? Voglio ricordarlo, se posso. Sono proprio decisa. Ma l'essere decisa non significava nulla, e tutto ci che pot dire, dopo molto scervellarsi, fu: Al, so che comincia per Al. 
Proprio in quel punto venne a passare una cerva, che guard Alice coi suoi grandi gentili occhi, ma non sembr per nulla impaurita. 
- Qua, qua! - disse Alice, sporgendo la mano e provando a carezzarla. 

Ma quella diede un piccolo balzo, e poi la guard calma di nuovo. 
- Come ti chiami? - disse finalmente la Cerva, con una soavissima voce. 
Vorrei saperlo, pensava la povera Alice, e rispose tutta rattristata: 
- In questo momento, nulla. 
- Pensaci ancora, - disse la Cerva, - cos non pu essere. 
Alice pens ancora, ma non venne a capo di nulla. 
- Per favore, e tu non puoi dirmi come ti chiami? - ella disse timidamente. - Forse m'aiuteresti a ricordare il mio nome. 
- Te lo dir, se vieni un po' pi oltre, disse la Cerva. - Qui non posso ricordarlo. 
Cos esse viaggiarono insieme per il bosco, Alice con le braccia strette affettuosamente intorno al morbido collo della Cerva, finch non arrivarono in un'altra pianura, dove la Cerva balz improvvisamente in aria e si liber dal braccio di Alice. 
- Io sono una Cerva, - esclamo con voce di gioia. - E povera me, tu sei una creatura umana. 
Tosto uno sguardo di sgomento apparve nei suoi begli occhi bruni, e l'istante dopo essa s'era slanciata lontano a grande velocit. 
Alice la segu con lo sguardo, li l sul punto di scoppiare in lagrime per aver perduta cos improvvisamente quella piccola compagna di viaggio. 
Per, so il mio nome ora, - ella si disse: - questa  una consolazione. Alice... Alice... non lo dimenticher pi. E ora chi sa quale di queste due frecce dovrei seguire! 
Non era molto difficile rispondere a questa domanda, perch nel bosco c'era una strada sola e la freccia su tutti e due i cartelli aveva la punta rivolta in quella direzione. 
Lo decider, - si disse Alice, - quando la strada si divider e le frecce indicheranno diverse vie. 
Ma la cosa non sembrava probabile. Ella continu ad andare, ad andare, per molto tempo, e dovunque la strada si divideva era sicura di vedere due frecce che indicavano la stessa via, una col cartello: Alla casa di Tuidledum e l'altra: Alla casa di Tuidled. 
- Credo, - disse finalmente Alice, - che essi abitino nella stessa casa. Non so perch non ci abbia pensato prima. Ma non potr starvi a lungo. C'entrer per dire: Come state ? e domander loro d'indicarmi la via per uscire dal bosco. Se potessi soltanto arrivare all'ottava Casella prima di notte! 
Cos continu ad andare innanzi, parlando a s stessa mentre camminava, perch, nel voltare intorno a un angolo acuto, s'imbatt in due grassi omini, cos all'improvviso che non pot fare a meno di dare un balzo indietro, ma per riaversi l'istante dopo, gi assolutamente certa ch'essi dovevano essere 



IV

TUIDLEDUM E TUIDLEDI'

Essi se ne stavano sotto un albero, ciascuno con un braccio intorno al collo dell'altro, e Alice seppe subito chi fosse l'uno e chi l'altro; perch uno aveva un Dum ricamato sul collare e l'altro un D. 
Certo tutti e due portano scritto Tuiddle di dietro sul collare, ella disse fra s. 
Se ne stavano cos calmi, che ella dimenticando assolutamente ch'erano vivi, stava per girar loro intorno per veder la parola Tuiddle scritta di dietro sul collare, quando fu sorpresa da una voce che veniva da quello segnato Dum. 
- Se credi che noi siamo statue di cera, - egli disse, - avresti dovuto pagare, sai. Le statue di cera non sono fatte per esser vedute gratis. No. 
- Viceversa, - aggiunse quello segnato D - se credi che siamo vivi, avresti dovuto parlare. 
- Mi dispiace tanto, - fu tutto ci che Alice pot dire, perch le parole d'una vecchia canzone continuavano a risonarle nel cervello come il tic-tac d'un pendolo, ed ella non pot fare a meno dal gridare: 

Tuidledum e Tuidled
 si sfidarono a duello: 
Tuidledum a Tuidled 
avea rotto un campanello. 
Proprio allora vol un corvo 
nero assai pi della pece: 
ei guard gli eroi s torvo 
che ambedue scappar li fece. 

- Io so a che pensi, - disse Tuidledum, - ma non e cos, no. 
- Viceversa, - continu Tuidled, - se fosse cos, potrebbe essere; e se fosse cos, sarebbe; ma siccome non , non .  logico. 
- Io cercavo, - disse Alice molto cortesemente, - la via per uscire dal bosco: si fa cos scuro! Volete farmi il favore d'indicarmela? 

Ma i due grassi omini si guardarono l'un l'altro e sogghignarono. 
Somigliavano cos esattamente a un paio di grossi e grassi scolaretti, che Alice non pot fare a meno dall'indicare col dito Tuidledum e dire: 
- Caposquadra! 
- No, - esclam vivacemente Tuidledum, e richiuse la bocca con uno scrocchio. 
- Vice-caposquadra! - disse Alice, passando a Tuidled, sebbene fosse assolutamente certa ch'egli avrebbe risposto Viceversa! come infatti rispose. 
- Hai cominciato male! - esclam Tuidledum. - La prima cosa da fare in una visita  di dire: Come state? e stringer le mani. 
E qui i due fratelli si diedero un abbraccio, e poi sporsero le mani che erano libere per stringer la mano ad Alice. 
Alice non voleva stringer prima la mano di uno per tema di offender la suscettibilit dell'altro; cos, per cavarsi dalla difficolt, s'impossess delle due mani insieme. Il momento dopo essi stavano danzando in circolo. Questo le sembr una cosa naturalissima (essa dopo se ne ricord), e neanche fu sorpresa d'udir sonare una musica che veniva dall'albero sotto il quale danzavano, ed era fatta (a quel che si poteva intendere) dai rami che si sfregavan gli uni attraverso gli altri come violini ed archi. 
- Ma certo fu buffo, (diceva Alice dopo, narrando la storia di tutto alla sorella) sorprendermi a cantare Ecco l'ambasciatore. Non so quando cominciassi, ma  certo che avevo cantato per tanto tempo. 
Gli altri due ballerini che erano grossi e grassi, rimasero presto senza fiato. 
- Fare quattro giri in una danza  gi troppo, - balbett Tuidledum, e improvvisamente essi interruppero il ballo come improvvisamente l'avevano incominciato: nello stesso momento cess la musica. 
Allora essi lasciarono le mani di Alice, e la stettero a guardare per un minuto: vi fu una pausa piuttosto imbarazzante, perch Alice non sapeva come cominciare una conversazione con persone con le quali aveva poco prima ballato: 
- Ora non starebbe bene dire: Come state? - essa si diceva - siamo arrivati gi pi lontano di questo, mi pare. 
E poi finalmente disse: 
- Spero che non siate stanchi. 
- Niente affatto. E grazie molte per averlo domandato, - disse Tuidledum. 
- Obbligatissimo, - aggiunse Tuidled. Ti piace la poesia? 
- S..., piuttosto... un po' di poesia - disse Alice dubbiosa. - Mi indichereste la strada che conduce fuori del bosco? 
- Che cosa le reciter? - disse Tuidled, guardando con uno sguardo solenne Tuidledum, e non raccogliendo l'osservazione di Alice. 
- Il Tricheco e il Legnaiuolo  la pi lunga, - rispose Tuidledum, dando al fratello un abbraccio affettuoso. 
Tuidled cominci immediatamente: 

Dardeggiava il sol sul mare


Qui Alice s'arrischi a interromperlo: 
- Se  molto lunga, - disse nella sua pi cortese maniera, - mi fareste il favore di dirmi prima qual' la strada... 
Tuidled sorrise con affabilit, e cominci di nuovo: 

Dardeggiava il sol sul mare 
col suo massimo vigore, 
ch volea l'acqua appianare 
e prestarle il suo splendore. 
Strana idea, ch'era gi notte 
fonda come in una botte. 

Ahi, la luna a viso afflitto 
su lucea languidamente, 
e dicea: Con che diritto 
a quest'ora  il sol presente ? 
 scortese, e dico poco, 
a guastarmi cos il giuoco. 

Era il mar pi che bagnato, 
pi che asciutta era la rena: 
senza nubi il ciel stellato, 
perch l'aria era serena; 
non volava uccello alcuno... 
non ce n'era neppur uno. 

Camminavan con piacere 
il Tricheco e il Legnaiuolo, 
ma che pianto nel vedere 
tanta sabbia sparsa al suolo! 
Disser tosto, senza asprezza:
Se si spazza, che bellezza!

Se tre serve con tre panni 
stesser notte e d a spazzare 
fe' il Tricheco - in tre o quattr'anni, 
la potrebbero levare. 
Chi sa! - fece il Legnaiuolo,
 e piangea da un occhio solo.
 
O bell'Ostriche, sul lido 
come  dolce passeggiare! 
fe' il Tricheco: Il vostro nido 
or lasciate in fondo al mare; 
ed in nostra compagnia 
state un poco in allegria. 


Lo guard l'Ostrica vecchia, 
ma una sillaba non disse, 
strizz l'occhio e in un'orecchia 
un'unghietta si confisse, 
quasi a dir di non volere
di l togliersi a giacere. 

Ma tre Ostriche piccine
accettarono l'invito,
ed uscir con le vestine
bianche e il viso assai pulito,
senza piedi -  naturale - 
ma con scarpe di coppale.


Altre tre seguir le prime, 
poi tre altre in un istante,
ed infine sulle cime
delle spume, tante e tante,
che saltando d'onda in onda
s'aggrappavano alla sponda.

Il Tricheco e il Legnaiuolo
 si diresser lungo il mare, 
e sull'argine del molo 
stetter quindi a riposare.
Tutte in fila, curiosette 
aspettavan le Ostrichette. 

 gi l'ora fe' il Tricheco,
di parlar di molte cose, 
di corazze... e scarpe... e greco, 
di prezzemolo e di rose, 
e perch di marmo  il mare, 
e se il bue sta sull'alare. 


Disser l'Ostriche: Aspettate 
un momento pel discorso; 
siamo grasse e siam sudate, 
pi d'un miglio abbiamo corso! 
Fece il Legnaiuolo: Bene, 
riposarvi vi conviene.
 
Ci che occorre sopratutto, 
fe' il Tricheco,  un po' di pane, 
pepe, aceto, burro e tutto, 
per il pasto di stamane. 
Siete gi, Ostriche care, 
pronte per il desinare? 

Non con noi! gridro a un tratto 
tutte le Ostriche atterrite, 
voi, cos gentili, un atto 
cos fello concepite? 
Bella notte! fe' il Tricheco: 
ammirate il cielo meco? 

Con voi tutto io mi consolo, 
squisitissime Ostrichette. 
Interruppe il Legnaiuolo: 
Son sottili queste fette, 
falle grosse; ho un appetito, 
formidabile, inaudito! 

 un infamia questo tiro, 
fe' il Tricheco. Poverine!
dopo un cos lungo giro 
macerarle in salsa fine! 
L'altro fe' con un sussurro:
Spargi, caro, molto burro. 

Per voi piango, fe' il Tricheco,
con parole assai commosse. 
Ne ripete i pianti l'eco, 
mentre ei sceglie le pi grosse, 
e di lagrime un ruscello 
va asciugandosi bel bello!
 
Disse il Legnaiuolo: Care 
mie, la gita  stata bella!
Se tornar volete al mare,
ce n'andremo in comunella. 
Ma - mangiate ad una ad una - 
non rispose - ahim! - nessuna.


- Mi piace pi il Tricheco, - disse Alice: - perch era un po' rattristato per le povere ostriche! 
- Egli mangi pi del Legnaiuolo, per, - disse Tuidled. - E si teneva il fazzoletto in faccia, in modo che il Legnaiuolo non pot contare quante se ne prendeva... viceversa! 
- Questa fu una vilt, - disse Alice indignata. - Allora mi piace pi il Legnaiuolo, se ne mangi meno del Tricheco. 
- Ma egli ne mangi pi che ne pot, disse Tuidledum. 
Era come un indovinello. Dopo una pausa, Alice cominci: 
- Allora erano due cattivi... 
Si fren subito, in apprensione, all'udir come uno sbuffo di locomotiva nel bosco, accanto a lei, pur temendo invece che pi probabilmente fosse una bestia feroce. 
- Bazzicano dei leoni e delle tigri qui? chiese timidamente. 
-  il Re Rosso che russa, - disse Tuidledum. 
Onestamente Alice non poteva dir che cosa fosse. Egli aveva in testa un alto berretto rosso, con un'etichetta, e se ne stava rannicchiato quasi come in un mucchio polveroso, russando sonoramente, quasi che la testa dovesse esplodergli, come not Tuidledum. 
- Temo che si acchiapper un raffreddore col dormire sull'erba umida, - disse Alice, che era una bambina assai cauta. 
- Ora egli sogna, - disse Tuidled, - e che credi che sogni? 
Alice disse: 
- Nessuno lo pu indovinare. 
- Sogna di te! - esclam Tuidled, battendo le mani con aria di trionfo. - E se cessasse di sognare di te, dove credi che tu saresti? 
- Dove sono ora, naturalmente, - disse Alice. 
- Niente affatto, - ribatt Tuidled con tono di sprezzo; - non saresti in nessuna parte. Perch tu sei soltanto una specie d'idea nel suo sogno. 
- Se il Re si dovesse svegliare, - aggiunse Tuidledum, - tu ti spegneresti... puf!... proprio come una candela. 
- Non  vero! - esclam Alice indignata. - E poi, se io sono una specie d'idea nel suo sogno, mi piacerebbe di sapere che cosa siete voi. 
- Idem, - disse Tuidledum. 
- Idem, idem, - grid Tuidled. 
E strill tanto che Alice non pot fare a meno di dire: 
- Zitto! Lo sveglierai, se fai tanto rumore. 
-  inutile di parlare di svegliarlo, -; disse Tuidledum, - quando sei soltanto un'idea nel suo sogno. Sai benissimo che non sei vera. 
- Io sono vera! - disse Alice, e cominci a piangere. 
- E inutile piangere, tanto non diverrai pi vera col piangere, - osserv Tuidled. Non v' ragione di piangere. 
- Se io non fossi vera, - disse Alice, sorridendo un poco a traverso le lagrime (tutto le sembrava cos ridicolo) - non potrei piangere. 
- Non crederai, spero, che le tue siano lagrime vere? - la interruppe Tuidledum con tono di grande disprezzo. 
- Io so che essi dicono delle sciocchezze, diceva fra s Alice, - ed  stupido piangere. 
Cos si asciug le lagrime, e continu pi allegramente che pot: 
- A ogni modo, sarebbe meglio uscire dal bosco, perch si fa veramente molto buio. Credete che si metter a piovere? 
Tuidledum spieg un grosso ombrello sulla sua testa e su quella del fratello, e guard di fra le stecche. 
- No, credo di no, - egli disse, - almeno qui sotto. Niente affatto. 


- Ma piover al di fuori? 
- Se cos vuole, - disse Tuidled: - noi non obiettiamo. Viceversa... 
Egoisti! - pens Alice, e stava appunto per dire Buona sera e lasciarli, quando Tuidledum fece un salto di sotto l'ombrello, e l'afferr per il polso. 
- Vedi questo? - egli disse, con voce d'ira soffocata, e gli occhi gli si spalancarono e s'ingiallirono in un istante, mentre indicava col dito tremante un piccolo oggetto bianco sotto l'albero. 
- Ebbene,  un sonaglio, - disse Alice dopo un attento esame del piccolo oggetto bianco. Sai, non un serpente a sonagli, - aggiunse in fretta per tema di spaventarlo, - ma un sonaglietto vecchio e rotto per giunta. 
- Lo sapevo! - grid Tuidledum, cominciando a pestare i piedi e a strapparsi i capelli con ira selvaggia. -  guasto, naturalmente. 
- E si mise a fissare Tuidled, che immediatamente si sedette in terra e cerc di nascondersi sotto l'ombrello. 
Alice gli mise la mano su un braccio, e disse, in tono carezzevole: 
Perch devi disperarti per un sonaglio vecchio? 
- Ma non  vecchio! - esclam Tuidledum pi furioso che mai. -  nuovo, ti dico... l'ho comprato ieri,... il mio bel sonaglio nuovo! - e la sua voce si lev in un perfetto urlo. 
Durante questo tempo, Tuidled faceva del suo meglio per chiuder l'ombrello e nascondervisi; ma la cosa era cos ardua, che l'attenzione di Alice fu distolta dal fratello in collera. Ma Tuidled, per quanto facesse, non ci riusc, e fin con l'arrotolarsi insieme con l'ombrello, lasciando la testa fuori; e cos rimase, aprendo e chiudendo la bocca e gli occhi... da sembrare piuttosto un pesce che altro, pens Alice. 
- Naturalmente  necessario fare un duello, - disse Tuidledum con tono pi calmo. 
- Credo di s, - rispose l'altro imbronciato, uscendo fuori dell'ombrello: - soltanto  necessario ch'essa ci vesta. 
Cos i due fratelli andarono a braccetto nel bosco, e ritornarono dopo un minuto con le braccia piene di oggetti, quali cuscini, coperte, tappeti, coperchi di tegami e secchi da carbone. 
- Spero che tu sappi appuntar degli spilli e legar delle corde, - osserv Tuidledum. - In un modo o nell'altro noi dobbiamo indossare tutte queste cose. 
Alice dopo narr di non aver mai assistito a tanto fracasso in vita sua: di tutto il trambusto di quei due, e della gran quantit di cose che si misero addosso, e del fastidio che le diedero nel legarli con le funi e abbottonarli. 
- Veramente sembreranno pi fasci di vecchi utensili che altro, quando saranno pronti, - essa si disse, mentre accomodava un guanciale intorno al collo di Tuidled per impedir che la testa gli fosse troncata, come egli diceva. 
- Sai, - egli aggiunse gravemente, -  una delle cose pi gravi che possono accadere a uno in duello, aver la testa troncata. 
Alice scoppi in una grande risata, ma tent di cambiarla in tosse, per tema di offendere la suscettibilit di Tuidled. 


Son diventato pallido? - disse Tuidledum, avanzandosi per farsi legare l'elmo. (Egli lo chiamava elmo, bench somigliasse molto pi a un paiuolo). 
- Veramente... s... un poco, - rispose gentilmente Alice. 
- Ordinariamente io son molto coraggioso, - egli continu sottovoce, - ma oggi ho il mal di testa. 
- Ed io ho il mal di denti, - disse Tuidled che aveva sentito le parole del fratello. - Io sto peggio di te. 
- Allora sarebbe meglio di non combattere oggi, - sugger Alice, pensando che quella fosse l'occasione di rappacificarli. 
- Noi dobbiamo battagliare un poco, ma non ci tengo a continuare a lungo, - disse Tuidledum; - che ora ? 
Tuidled guardo l'orologio, e disse: 
- Le quattro e mezzo. 
- Combattiamo fino alle sei, e poi desineremo, - disse Tuidledum. 
- Benissimo, - disse l'altro con malinconia, - ed essa pu guardare... Soltanto far bene a non avvicinarsi troppo. Io ordinariamente, colpisco tutto ci che veggo... quando sono veramente eccitato. 
- E io colpisco tutto ci che posso raggiungere, - grid Tuidledum, - lo vegga o no. 
Alice rise: 
- Voi dovete colpir gli alberi molto spesso, o credo. 
Tuidledum si guard intorno con un sorriso soddisfatto. 
- Non credo, egli disse, - che rimarr un solo albero in piedi qui intorno intorno, finch non avremo finito. 
- E tutto questo per un sonaglio, - disse Alice, sempre sperando di farli vergognare di cominciare un duello per una inezia. 
- Non ci avrei badato tanto, - disse Tuidledum - se non fosse stato un sonaglio nuovo. 
- Io vorrei che venisse quel brutto corvo, pensava Alice. 
- V' una sola spada, sai, - disse Tuidledum al fratello; - ma - tu puoi tenere l'ombrello... che  molto aguzzo. Soltanto bisogna sbrigarsi a cominciare. Si sta facendo cos buio. 
- Molto buio, - disse Tuidled. 
Si faceva buio cos rapidamente che Alice penso che s'avvicinasse un temporale. 
- Che nuvola nera! - ella disse. - E come viene presto. To' mi pare che abbia le ali. 
 il corvo! - grid Tuidledum con un acuto strillo di terrore, e i due fratelli levarono le calcagna e si dileguarono in un attimo. 
Alice prese a correre per il bosco, e si ferm sotto un grosso albero. 
- Qui non pu raggiungermi, - essa pensava. - Esso  cos grande che non si potr infilare fra gli alberi. Ah, se non agitasse tanto le ali... nel bosco soffia un uragano... ecco uno scialle che vola. 



V

LANA E ACQUA



Mentre cos parlava acchiapp lo scialle e guard per veder la persona alla quale apparteneva; l'istante dopo apparve la Regina Bianca che correva precipitosamente attraverso il bosco, con le mani aperte, come se volasse; e Alice le and gentilmente incontro con lo scialle. 
- Son molto lieta d'averlo potuto acchiappare! - disse Alice, mentre aiutava la Regina a rimetterselo. 
La Regina Bianca la guard come atterrita, continuando a ripetere a s stessa con un bisbiglio qualche cosa che sonava come: Pane e burro, pane e burro, e Alice cap che se voleva conversare, doveva pensarci lei. Cos cominci, con una certa solennit, con una frase che aveva sentito leggere dalla sorella: 
- Si para qui innanzi la Regina Bianca? 
- Se questo si chiama pararsi! - disse la Regina. - A me non pare! 
- Alice pens che non fosse conveniente intavolare una discussione appena all'inizio della conversazione; cos sorrise e disse: 
- Se Vostra Maest vorr insegnarmi il miglior modo di cominciare, lo far come meglio potr. 
-  inutile! - gem la povera Regina,  da due ore che lo sto facendo da me. 
Sarebbe stato bene, come sembrava ad Alice, che la Regina che era in un acconciatura straordinariamente negletta, si fosse fatta vestire da qualche altra persona. 
- Tutto  stato messo storto! - pensava Alice, e poi aggiunse ad alta voce: 
- Posso accomodarvi lo scialle? 
- Io non so che abbia, - disse la Regina, con tono melanconico. -  irritato, credo. L'ho appuntato di qui, l'ho appuntato di l, ma non c' modo di compiacerlo. 
- Ma non pu star dritto, se lo appuntate tutto da un lato, - disse Alice bellamente accomodandoglielo; - e poveretta me, in che stato avete i capelli! 
- Ci s' impigliata la spazzola, - disse la Regina con un sospiro, - e ieri ho perduto il pettine. 
Alice attentamente liber la spazzola, e fece del suo meglio per riordinarle i capelli. 
- Vedete come state meglio ora! - ella disse, dopo aver cambiato di posto a molte spille.- 
Veramente vi converrebbe prendere una cameriera 
- Certo che ti piglierei con piacere, - disse la Regina. - Quattro soldi la settimana e marmellata ogni domani. 
Alice non si pot tenere dal ridere, mentre diceva: 
- Io non voglio mettermi a servizio di nessuno, e non ho che farne della marmellata. 
-  ottima, - disse la Regina.
- A ogni modo oggi non voglio nulla. 



- E non potresti averla, anche se la volessi, - disse la Regina: - non sai? il patto  marmellata domani e marmellata ieri, ma non mai oggi. 
- Qualche volta deve pur venire il giorno della marmellata 
- No, non pu, - disse, la Regina. -  marmellata ogni domani: oggi non  domani, sai. 
- Non vi capisco, sapete, - disse Alice, -  una terribile confusione. 
- Ecco che succede col vivere all'indietro, - disse gentilmente la Regina: - in principio uno si sente un po' di vertigine. 
- Vivere all'indietro! - ripete Alice nel massimo stupore, - non ho mai sentito una cosa simile! 
- ...ma v' un gran vantaggio: che la memoria lavora in tutti e due i sensi. 
- Io son certa che la mia lavora in un senso solo, - osserv Alice. - Non pu ricordare le cose prima che accadano. 
- Che miserabile razza di memoria quella che lavora solo all'indietro! - osserv la Regina. - Oh, le cose che accaddero la settimana dopo la prossima! - riprese la Regina con tono indifferente. - Per esempio, ora, - essa continu, incollandosi un gran quadrato di taffet sul dito mentre parlava, - ecco l'Alfiere del Re. Essendo stato punito, ora  in prigione; e il processo non comincer che mercoled prossimo; naturalmente, il delitto  l'ultimo ad accadere. 
- E se, non lo commette? - disse Alice. 
- Tanto meglio, non  vero? - disse la Regina, legandosi il taffet intorno al dito con un pezzo di nastro. 
Alice naturalmente non poteva dir di no. 
- S, che sarebbe meglio; ma non sarebbe meglio non essere punito? 
- Hai torto, per, - disse la Regina. - Tu non sei stata mai punita? 
- Soltanto per delle mancanze. 
- E te ne trovasti molto meglio, dopo! disse la Regina con accento di trionfo. 
- S, ma io avevo commesso le mancanze, per le quali ero punita, - disse Alice, - questa  la differenza. 
- Ma se tu non le avessi commesse, - disse la Regina, - sarebbe stato molto meglio ancora; meglio e meglio e meglio. 
La voce diveniva pi acuta ad ogni meglio, finch non fu che un grido gutturale.
Alice stava appunto per dire: C' un errore in qualche punto... quando la Regina cominci a strillare con tanta forza ch'essa non pot finire la frase. 
- Oh, oh, oh! - strillava la Regina, scotendo la mano come se volesse gettarla lontano, - il mio dito sanguina! Oh, oh, oh!
Le sue strida erano cos simili ai fischi d'una macchina a vapore, che Alice dov mettersi le mani alle orecchie. 
- Che cosa avete? - disse, non appena ebbe la speranza di farsi sentire, - vi siete punto il dito? 
- Non me lo son punto ancora, - disse la Regina, - ma presto me lo punger... Oh, oh, oh! 
- Quando credete che ve lo pungerete? chiese Alice con una voglia matta di ridere. 
- Quando mi rimetter lo scialle un'altra volta, - gemeva la povera Regina. - Il fermaglio s'aprir subito. Oh, oh! 
- Mentre diceva cos, il fermaglio s'aperse, la Regina vi port a precipizio le dita, tentando di richiuderlo. 
- Badate! - gridava Alice, - lo tenete storto. 
Ed essa prese il fermaglio; ma era troppo tardi: la spilla aveva ferito il dito della Regina. 
- Ed ecco perch il dito mi sanguinava, - ella disse ad Alice. - Ora comprendi come vanno le cose qui. 
- Ma perch non strillate ora? - chiese Alice, levando le mani per tapparsi di nuovo le orecchie. 
- Perch ho gi strillato quanto dovevo strillare, - disse la Regina. - A che servirebbe mettersi a strillare un'altra volta? 
Frattanto schiariva: 
- Il corvo dev'essersene andato, credo, disse Alice. - Son cos contenta che se ne sia andato. Credevo che fosse gi notte. 
- Anch'io vorrei poter essere contenta! disse la Regina. - Soltanto non ricordo la regola. Tu devi essere felicissima, vivendo in questo bosco ed essendo contenta tutte le volte che ti piace. 
- Soltanto qui son cos sola, - disse Alice con voce melanconica: e al pensiero della sua solitudine, due grosse lagrime le corsero per le guance. 
- Oh, non piangere cos! - grid la povera Regina, torcendosi le mani disperata. - Considera che sei gi grande. Considera quanta strada hai fatta oggi. Considera che ora . Considera qualunque cosa. Ma non piangere. 
Alice non pot non sorridere, anche attraverso le lagrime. 
- E voi potete fare a meno dal piangere, col considerare tutte queste cose? - essa chiese. 
- Ecco come si fa, - disse la Regina con gran decisione, - come sai, nessuno pu fare due cose in un volta. Per cominciare, consideriamo prima la tua et... quanti anni hai? 
- Sette e mezzo in punto. 
- Non  necessario dire in punto, - osserv la Regina. - Posso crederlo senza di questo. Ora dar io a te qualche cosa da credere. Io ne ho esattamente cento e uno, cinque mesi e un giorno. 


- Questo non lo posso credere, - disse Alice. 
- No? - disse la Regina in tono di compatimento. - Provatici. Fa un respiro lungo, e poi chiudi gli occhi. 
Alice si mise a ridere. 
-  inutile che mi ci provi, - ella disse, - non si pu credere alle cose impossibili. 
- Forse non hai la pratica necessaria, - disse la Regina. - Quando io avevo la tua et, m'esercitavo per mezz'ora al giorno. Ebbene, a volte credevo nientemeno che a sei cose impossibili prima della colazione... Ecco che se ne va di nuovo lo scialle. 
Il fermaglio s'era aperto mentre essa parlava, e un'improvvisa raffica di vento fece volar lo scialle della Regina attraverso un ruscello. La Regina spalanc di nuovo le braccia, e si mise a corrergli dietro, e questa volta riusc ad acchiapparlo da s. 
- L'ho preso, l'ho preso! - grid con tono di trionfo come la vispa Teresa con la farfalla. - Vedrai che ora me l'appunter da me. 
- Allora, il vostro dito sta meglio? - disse Alice con molta cortesia, mentre traversava il ruscelletto dietro la Regina. 

* * *

- Oh benissimo! - grid la Regina, con una voce che si faceva sempre pi acuta. - Benissimo. Be-e-enissirmo. Be-e-ehh! 
L'ultima parola fin in un lungo belato, cos simile a quello d'una pecora che Alice diede un balzo. 
Guard la Regina, che pareva si fosse completamente coperta di lana. Si sfreg gli occhi e guard di nuovo. Non poteva comprendere ci che fosse accaduto. Si trovava essa in una bottega? E quella che sedeva all'altro lato del banco era veramente una Pecora? Per quanto si sfregasse gli occhi, era proprio cos: si trovava in una piccola oscura botteguccia, appoggiata coi gomiti al banco, di fronte a una vecchia Pecora, che sedeva in una poltroncina facendo la calza e che, di tanto in tanto, levava gli occhi dal lavoro per guardarla a traverso un paio di grosse lenti. 
- Che vuoi comprare? - disse finalmente la Pecora, lasciando per un momento la calza. 
- Ancora non lo so, - disse Alice con dolcezza. - Vorrei, se fosse possibile, dare prima un'occhiata intorno intorno. 
Tu puoi guardar di fronte e ai due lati, se vuoi, - disse la Pecora, - ma non intorno intorno a meno che tu non possegga degli occhi sulla nuca. 
Ma Alice non li aveva, e cos si limit a volgersi in giro e guardar gli scaffali, avvicinandosi di volta in volta. 
La bottega sembrava zeppa di ogni sorta di strani oggetti... ma il pi strano di tutto si era che tutte le volte che Alice si metteva a guardar fisso uno scaffale, per veder bene ci che conteneva, quello diventava improvvisamente vuoto, sebbene gli altri d'intorno fossero perfettamente colmi 
- Qui gli oggetti se ne volano via! - ella disse finalmente, in un tono di lamento, dopo aver passato un minuto o quasi a inseguir vanamente un grande oggetto lucente, che le sembrava a volte una bambola e a volte una scatola da lavoro, ed era sempre nello scaffale al di sopra di quello in cui guardava. - E questo e il pi irritante di tutti... ma io vi dir, - essa aggiunse, come un subitaneo pensiero le sorse, - che lo seguir fino all'ultimo scaffale in cima. Non vorr andarsene pel soffitto, spero.
Ma anche questo mezzo non le riusc: l'oggetto travers tranquillamente il soffitto, come se ci fosse lungamente avvezzo. 
- Sei una bambina o una trottola? - disse la Pecora, mentre prendeva un altro paio di ferri da calza. - Mi farai venire la vertigine, se continui ad aggirarti a quel modo. 
Essa ora lavorava con quattordici paia di ferri contemporaneamente, e Alice non poteva non guardarla con grande meraviglia. 
- Come pu fare con tanti ferri? - pensava la bambina imbarazzata. - E pi sta, e pi mi sembra che diventi un porcospino. 
- Sai remare? - chiese la Pecora, dandole un paio di ferri, mentre parlava. 
- S, un poco... ma non per terra... e non coi ferri da calza... - cominci a dire Alice, quando improvvisamente i ferri che aveva in mano diventarono remi, e si trov con la Pecora in una barchetta che scivolava fra due sponde. Non pot far altro che remare. 
- Remigante! - grid la Pecora, prendendo un altro paio di ferri. 
Non sembrando che questa osservazione avesse bisogno d'una risposta, Alice non disse nulla, ma tir innanzi. V'era qualche cosa di strano nell'acqua, ella pensava, perch di tanto in tanto i remi affondavano, ed eran tratti fuori con gran difficolt. 
- Remigante, Remigante, - grid di nuovo la Pecora, prendendo altri ferri. - Tosto piglierai un granchio. 
- Un bel granchiolino, - pensava Alice, mi piacerebbe. 
- Non hai sentito che dicevo Remigante? grid irata la Pecora, prendendo addirittura un fascio di ferri. 
- S, che l'ho sentito, disse Alice, - l'avete detto tanto spesso... e ad alta voce. Per favore dove sono i granchi? 
. - Nell'acqua naturalmente, - disse la Pecora, ficcandosi alcuni ferri nei capelli, ch n'aveva piene le mani. - Remigante, dico! 
- Perch dire Remigante tante volte? - chiese finalmente Alice, piuttosto seccata. - Io non sono un uccello. 
- Si che lo sei, - disse la Pecora, - sei una piccola oca. 
A questo Alice s'offese un po'. Cos per un minuto o due non vi fu conversazione. La barca scivolava silenziosa sull'acqua; a volte fra letti d'alghe (nelle quali s'impigliavano pi che mai i remi), e a volte sotto gli alberi, ma sempre con le stesse alte. sponde. accigliate da un lato e dall'altro 
- Oh, per favore! vi sono dei giunchi profumati, - grid Alice in un improvviso accesso di gioia. Ve ne sono tanti e come son belli! 
-  inutile dirmi per favore, a proposito dei giunchi, - disse la Pecora senza levar la testa dalla calza. - Non ce li ho messi io, e non son io che li toglier. 
- No, ma io volevo dire... per favore, possiamo fermarci a coglierne un po'? - si scus Alice. - Se non vi dispiace di fermare per un minuto la barca. 
- Come debbo fermarla? - disse la Pecora. - Se cessi di remare, si fermer da s. 


Cos la barca fu lasciata in balia della corrente, finch scivol pianamente fra i giunchi oscillanti. E le piccole maniche furono attentamente rimboccate, e le piccole braccia affondate fino al gomito, per afferrare i giunchi pi in basso che potevano prima di romperli... e per un poco Alice dimentic ogni cosa della pecora e delle calze, incurvandosi sul fianco della barca, con l'estremit della chioma scarmigliata nell'acqua, mentre con lucenti e avidi occhi acchiappava un ciuffo dietro l'altro dei cari giunchi odorosi. 
- Spero soltanto che la barca non si rovesci, - essa si disse. - Oh, che bel ciuffo!... Solo che non ci arrivo! 
Ed era una cosa veramente irritante (come se fosse fatto apposta ella pensava) che, sebbene ella cercasse di cogliere molti bei giunchi che la barca rasentava, v'era sempre un ciuffo pi grazioso che non si raggiungeva. 
- I pi belli sono sempre pi oltre! - esclam finalmente, con un sospiro, all'ostinazione dei giunchi nel crescer cos lontano, mentre con le guance accese e i capelli e le mani gocciolanti, si arrampicava di nuovo al suo posto e cominciava a mettere in ordine quei suoi nuovi tesori. 
Che importava ora a lei che i giunchi avessero cominciato a scolorarsi e a perdere tutto il loro profumo e la loro bellezza del primo istante della raccolta? Anche i giunchi veri durano pochissimo... e quelli, essendo giunchi immaginari si liquefecero quasi come la neve, ammucchiati com'erano ai suoi piedi. Ma Alice ci bad appena, perch v'erano tante altre cose strane alle quali pensare.
Esse non erano andate molto pi innanzi quando la pala di uno dei remi s'impegol nell'acqua e non volle uscirne pi (cos Alice raccont; dopo), ed avvenne che il manico la colp sotto il mento, e, nonostante una serie di piccoli strilli Oh, oh, oh! da parte della povera Alice, la divelse dal suo posto e la fece stramazzare sul mucchio dei giunchi.
- Ma essa non s'era fatto male, e si lev subito in piedi: la Pecora continuava a far la calza, come se nulla fosse accaduto. 
-  un piccolo granchio che tu hai preso, ella osserv, mentre Alice ritornava al suo posto, molto confortata di trovarsi ancora in barca. 
- S? Non l'ho visto, - disse Alice, affacciandosi cautamente sul fianco della barca, e guardando nell'acqua scura. - Non l'avrei lasciato andare... Mi piacerebbe tanto di portarmi un granchiolino a casa.
Ma la Pecora sorrise ironicamente, e continu a far la calza. 
- Vi sono molti granchi qui? - disse Alice. 
- Granchi, e tutto quello che vuoi, - disse la Pecora, a tua scelta. Soltanto deciditi. Che cosa vuoi comprare?' 
Comprare? - echeggi Alice, in un tono che era mezzo di stupore e mezzo di paura, perch i remi, e la barca e il fiume erano in un istante svaniti, ed essa si ritrovava nella piccola oscura botteguccia. 
- Vorrei comprare un uovo, - essa disse timidamente. - A quanto li vendi? 
- Cinquantun centesimi per uno, venti centesimi per due, - rispose la Pecora. 
- Allora due costano meno di uno! - disse Alice sorpresa, cavando il borsellino. 
- Ma se ne compri due, devi mangiarli tutti e due, - disse la Pecora. 
- Allora ne piglio uno, - disse Alice mettendo i soldi sul banco, perch essa diceva fra s: non saranno molto freschi. 
La Pecora prese i soldi, e li mise in una cassetta; poi disse: 
- Io non metto gli oggetti nelle mani degli avventori... Non starebbe bene... te lo prenderai da te. 
E cos dicendo, si diresse in fondo della bottega, e su uno scaffale mise l'uovo dritto. 
Chi sa perch non starebbe bene? - pensava Alice, andando a tentoni fra i tavolini e le sedie, perch la bottega in fondo era oscurissima. 
Pi cammino, e pi sembra che l'uovo s'allontani.  una sedia questa, s o no? To', ha messo i rami. Strano che qui crescano gli alberi. To', ecco un ruscello. Ma questa  la bottega pi strana che io m'abbia visto. 
Ella continu ad andare innanzi, sempre pi sbalordita a ogni passo, mentre ogni cosa diventava un albero nell'istante che l'avvicinava, ed essa s'aspettava che l'uovo dovesse far precisamente lo stesso.


VI

UNTO DUNTO

Ma l'uovo diventava sempre pi grosso e pi grosso, e sempre pi umano e pi umano: e come ella s'avvicin, vide che aveva gli occhi e il naso e la bocca, e come si avvicin ancor pi, vide chiaramente ch'era Unto Dunto in persona. 
Non pu essere che lui, - ella si disse. Ne son pi certa, che se lo avesse scritto in faccia. 
Avrebbe potuto essere scritto un centinaio di volte, comodamente, su quella faccia enorme. Unto Dunto con le. gambe incrociate, come un turco, era seduto sull'orlo d'un muro alto, cos stretto che Alice si meravigli come egli potesse tenersi in equilibrio. Siccome gli occhi di lui guardavan fisso nella direzione opposta, e non s'accorgevano affatto della bambina, questa pens, dopo tutto, che Unto Dunto fosse una persona imbalsamata. 
- E come rassomiglia esattamente a un uovo, - disse ad alta voce, pronta con le mani ad acchiapparlo, perch temeva ad ogni istante di vederlo cadere. 
-  molto seccante, - disse Unto Dunto, dopo un lungo silenzio, guardando da un'altra parte, mentre parlava, - sentirsi dar dell'uovo. Molto, molto seccante! 
- Ho detto che rassomigliavate ad un uovo, signore, - spieg Alice gentilmente. - E alcune uova sono graziosissime, veramente, - ella aggiunse, sperando di fare accettare la sua frase come un complimento. 
- Certi, - disse Unto Dunto, sempre guardando, come il solito, da un'altra parte, - non hanno pi intelligenza di un fantolino. 
Alice non sapeva che rispondere: si disse che quella non era una conversazione, perch egli non le rivolgeva mai la parola; l'ultima osservazione infatti l'aveva rivolta evidentemente ad un albero. Cos ella se ne stette muta, ripetendo dolcemente a s stessa:

Unto Dunto sedea sul muro
    Unto Dunto casc sul duro; 
Tutti i fanti che accorsero tosto
    Non sepper alzarlo e rimetterlo a posto. 

Quest'ultimo verso  troppo lungo per una poesia; - ella aggiunse, quasi ad alta voce, dimenticando che Unto Dunto la sentiva. 
- Non chiacchierare cos sola, - le disse Unto Dunto, guardandola per la prima volta, - ma dimmi come ti chiami e che fai. 
- Mi chiamo Alice, ma...
- Hai un nome molto sciocco! - la interruppe con impazienza Unto Dunto. - Che cosa significa? 
- Forse che un nome deve significare qualche cosa? - domand Alice dubbiosa. 
- Altro che! - disse Unto Dunto con una breve risata: Il mio nome significa la forma che ho io... fra parentesi una forma graziosa e bella. Con un nome come il tuo si pu avere qualunque forma o quasi. 
- Perch ve ne state l seduto solo solo? chiese Alice che non voleva cominciare una discussione. 
- Perch non v' nessuno con me! - grid Unto Dunto. - Credevi che non ti sapessi rispondere? Domanda un'altra cosa. 
- Non pensate che in terra stareste pi sicuro? - Alice continu; non con l'idea di proporre un altro indovinello, ma semplicemente per simpatia verso la strana creatura. - Lass dovete stare cos scomodo. 
- Che facili indovinelli mi dai a indovinare! - brontolo Unto Dunto. - Io no, non la penso cos. Ebbene, se mai cadessi... non c' pericolo...; ma se cadessi... - e qui egli gonfi le labbra, e prese un aspetto cos solenne e maestoso che Alice non pot, per quanto facesse, trattenersi dal ridere. - Se cadessi, - egli continuo, - <I>Il Re mi ha promesso</I>... puoi anche diventar pallida, se ti dispiace. Tu non credevi che dovessi dir questo? Il Re mi ha promesso... con la sua stessa bocca... di... di... 
- Di mandarvi tutti i suoi fanti, - Alice interruppe, piuttosto imprudentemente. 
- Ora io ti dico che sta malissimo, - grid Unto Dunto, montando improvvisamente in collera. - Tu hai origliato alla porta... e dietro gli alberi... e sotto i camini... se no, non l'avresti saputo. 

Ma no, - disse Alice molto umilmente, - c' in un libro. 
- Ah, s, si scrivono simili cose nel libri? disse Unto Dunto con tono pi calmo. - Forse  nella storia. Ora guardami. Io sono uno che ha parlato col Re: forse non vedrai mai un altro, che abbia parlato al Re, e per mostrarti che io non sono orgoglioso, ti permetto di stringermi la mano. (E ghign quasi da un orecchio all'altro, mentre si sporgeva pi che gli era possibile, da quel muro) e stese la mano ad Alice. Ella lo guardava con qualche ansia, mentre la prendeva. 
Se egli sorridesse un po' pi, le estremit della bocca gli si incontrerebbero sulla nuca, ella pensava: - e chi sa che potrebbe accadere alla sua testa. Temo che si spaccherebbe. 
- Si, mi manderebbe tutti i suoi fanti, continu Unto Dunto. - In un minuto mi raccoglierebbero, altro che! Per questa conversazione va troppo rapidamente innanzi, ritorniamo alla penultima osservazione. 
- Non credo di ricordarla, - disse Alice con molta cortesia. 
- Se  cos, cominceremo da capo, - disse Unto Dunto, - ed ora spetta a me scegliere un soggetto. (Egli parla come se si trattasse di un giuoco, pensava Alice). Ecco una domanda per te. Quanti anni dicevi di avere? 
Alice fece un breve calcolo e disse: 
- Sette anni e sei mesi. 
- Che c'entra? - esclamo Unto Dunto con accento di trionfo. - Tu non avevi mai detto niente di simile. 
- Io credevo che voi intendeste: Quanti anni hai, - spiego Alice. 
- Se avessi inteso questo, l'avrei detto, disse Unto Dunto. 
Alice, non volendo incominciare un'altra discussione, non disse nulla. 
- Sette anni e sei mesi! - ripet Unto Dunto pensoso. - Un'et molto scomoda. Se tu ti fossi consigliata con me, t'avrei detto: fermati a sette... ma ora  troppo tardi. 
- Non mi consiglio con nessuno sull'et, disse Alice indignata. 
Cos orgogliosa sei? - chiese l'altro. 
Alice si sent ancora pi indignata a questa domanda. 
- Voglio dire che uno non pu fare a meno dal crescere. 
- Uno forse non pu, - disse Unto Dunto, - ma due s. Efficacemente aiutata, avresti potuto rimanere a sette. 
- Che bella cintura che avete! - osserv improvvisamente Alice. (Ne avevano abbastanza sul conto dell'et, ella pensava, e se veramente dovevano scegliere i soggetti a turno, adesso toccava a lei) - cio, - ella corresse, ripensandoci - una bella cravatta. Avrei dovuto dire... no, una cintura, voglio dire... scusatemi, - essa aggiunse impacciata, perch Unto Dunto appariva perfettamente offeso, ed ella cominci a deplorare di aver toccato quell'argomento. - Se soltanto sapessi, - diceva fra s, - qual  il collo e qual  il petto. 
Evidentemente Unto Dunto era irritatissimo, sebbene stesse zitto per uno o due minuti. Quando riparl, fu con un sordo brontolio. 
- ... una cosa molto seccante, - egli disse finalmente, - che una persona non distingua una cravatta da una cintura. 
-  per la mia grande ignoranza, - disse Alice, in un tono cos umile che Unto Dunto si calm. 
-  una cravatta, e bella, come tu dici.  un dono del Re Bianco e della Regina. Ecco tutto. 
- Veramente? - disse Alice, lietissima di aver trovato finalmente un buon argomento. 
- Me l'hanno data, - continu Unto Dunto pensoso, mettendo una gamba a cavalcioni sull'altra e circondando con le mani il ginocchio, me l'hanno data per un dono ingenetliaco. 
- Scusatemi... - disse Alice con aria impacciata. 
- Tu non m'hai offeso, - disse Unto Dunto. 
- Voglio dire, che cosa  un dono ingenetliaco? 
- Un dono che ti si offre quando non  il tuo genetliaco,  chiaro. 
Alice stette un po' a pensare. 
- Mi piacciono pi i doni genetliaci, - finalmente disse. 
- Tu non sai quel che ti dici, - grid Unto Dunto. - Quanti sono i giorni in un anno? 
- Trecentosessantacinque. 
- E quanti genetliaci hai? 
- Uno. 
- E se togli uno da trecentosessantacinque, che rimane? 
-  semplice: trecentosessantaquattro. 
Unto Dunto parve dubbioso. 
- Lo vorrei eseguito sulla carta, - egli disse. 
Alice non pot fare a meno dal sorridere, mentre cavava il taccuino e faceva per lui la sottrazione: 

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    l
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Unto Dunto prese il libro e guard attentamente. 
- Mi pare esatta... - egli cominci. 
- Lo tenete sottosopra! - interruppe Alice. 
-  vero, - disse Unto Dunto allegramente, mentre Alice gli voltava il taccuino, - pensavo appunto che mi sembrava un po' strano. Dicevo dunque: Mi sembra esatta... ch ora non ho il tempo di esaminarla con calma... e questo mostra che vi sono trecentosessantaquattro giorni nei quali ti pu essere offerto un dono ingenetliaco. 
Certo, - disse Alice.
- E uno solo per i doni genetliaci. Eccoti gloria. 
- Io non so che intendiate per gloria, disse Alice. 
Unto Dunto sorrise con aria di compatimento.. 
- Certo che non lo intendi... se non te lo dico. Eccoti un magnifico trionfale argomento. 
- Ma gloria non significa un magnifico trionfale argomento, - obiett Alice. 
- Quando io uso una parola, - disse Unto Dunto in tono d'alterigia, - essa significa ci che appunto voglio che significhi: n pi n meno. 
- Si tratta di sapere, - disse Alice, - se voi potete dare alle parole tanti diversi significati. 
- Si tratta di sapere, - disse Unto Dunto, - chi ha da essere il padrone... Questo  tutto. 
Alice era cos impacciata che non disse nulla, e dopo un minuto Unto Dunto ricominci:
- Alcune di esse sono intrattabili... specialmente i verbi sono orgogliosissimi... con gli aggettivi si pu fare ci che si vuole, ma non con i verbi... Per io so maneggiarle tutte quante. Impenetrabilit! Ecco che dico! 
- Vorreste dirmi, per favore, - disse Alice, - che cosa significa questo? 
- Ora parli come una bambina ragionevole, - disse Unto Dunto, con un'aria molto soddisfatta. - Intendevo con impenetrabilit d'averne avuto abbastanza di questo argomento e che sarebbe stato opportuno che mi avessi detto che pensavi di far dopo, perch suppongo che tu non intenda fermarti qui vita natural durante. 
-  un voler far significare troppe cose a una parola sola, - disse Alice in tono pensoso. 
- Quando a una parola faccio far tanto lavoro, - disse Unto Dunto, - la pago di pi. 
- Oh! - disse Alice, troppo confusa per fare anche una sola osservazione. 
- Ah, dovresti vederle venirmi intorno la sera del sabato, - disse Unto Dunto, gravemente scotendo la testa da un lato all'altro, - per aver la paga. 
(Alice non s'avventur a chiedergli come le pagasse, e cos io non posso dirvelo.) 
- Voi, signore, sembrate abilissimo nello spiegare le parole, - disse Alice. - Mi fareste la cortesia di dirmi il significato della poesia intitolata Giabervocco? 
- Sentiamola, - disse Unto Dunto. - Io posso spiegare tutte le poesie che sono state scritte... e molte che non sono state scritte ancora. 
Questo sonava molto attraente, e Alice ripet la prima strofa: 

S'era a cocce e i ligli tarri 
girtrellavan nel pischetto, 
tutti losci i cincinarri 
suffuggiavan longe stetto. 

- Basta per cominciare, - interruppe Unto Dunto: - qui vi sono molte parole difficili. Cocce significa le dieci della mattina, l'ora in cui si comincia a cuocere i cibi per la colazione. 
- Bene, - disse Alice, - e ligli? 
- Ligli significa agile e limaccioso. Li  lo stesso che attivo. Due significati in una parola sola. 
- Ora comprendo, - osserv Alice pensosa, - e che sono i tarri? 
- Tarri sono degli esseri simili ai tassi... alle lucertole... e ai cavaturaccioli. 
- Che creature strane che debbono essere! 
- S, - disse Unto Dunto, - e fanno i nidi sotto le meridiane e vivono di formaggio. 
- E che vuol dire girtrellare? 
- Girtrellare vuol dire rotare come un giroscopio e far buchi come un trapano. 
- E il pischetto? 
- La zolla d'erba intorno alla meridiana.  detta pischetto perch si espande un po' innanzi e un po' dietro la meridiana... 
- E un po' da ogni lato, - aggiunse Alice. 
- Appunto. Losci poi vuol dire deboli e miserabili (ecco un'altra parola con due significati... come un portamonete con due tasche). E cincinnarro  un uccellino con le piume piantate come aculei intorno intorno al corpo; una specie di strofinaccio vivo. 
- E suffuggiare? Mi dispiace di darvi tanto disturbo. 
- Vuol dire qualche cosa tra muggire e fischiare, con una specie di starnuto in mezzo: per tu lo sentirai fare... nel bosco laggi, forse; e quando l'avrai sentito, sarai contenta. Longe stetto. Non ne sono certo, ma mi pare voglia dire lontano senza tetto. Stetto, senza tetto... per dire che avevan smarrita la strada. Chi  che t'ha ripetuto tutto questo brano difficilissimo? 
- L'ho letto in un libro. Ma m' stata recitata una poesia molto pi facile di questa da... Tuidled, mi pare. 
- In quanto a poesia, - disse Unto Dunto, levando una delle sue grandi mani, - te ne posso recitare pi e meglio degli altri, se si tratta di questo...
- Oh, ne son certa, - disse Alice in fretta, sperando di trattenerlo dal cominciare. 
- Quella che reciter, - egli continu senza raccogliere la sua osservazione, - fu scritta per tuo esclusivo divertimento. 
Alice comprese che, stando cos la cosa, era suo dovere di ascoltarla, e allora si sedette e disse grazie con accento piuttosto melanconico. 

- Nell'inverno quando i campi ed i monti sono bianchi 
io ti canto questo canto perch un gaudio non ti manchi....

soltanto che non lo canto, - egli aggiunse, come spiegazione. 
- Veggo, - disse Alice. 
- Se tu puoi vedere se io canti o no, hai gli occhi pi acuti degli altri, - osserv con severit Unto Dunto. 
Alice tacque. 

Quando i boschi in primavera s'inghirlandano di fronde 
cercher di dirti il senso che nei versi si nasconde. 

- Grazie, disse Alice. 

Nell'estate quando i giorni sono lunghi e caldi tanto 
forse tu potrai comprendere, che significa il mio canto. 




Nell'autunno quando i rami delle foglie son gi privi 
prendi carta penna e inchiostro, ed il canto mio trascrivi,

- Lo scriver, se lo ricorder, - disse Alice. 
- Non  necessario fare osservazioni simili, - disse Unto Dunto, - sono insensate e mi scombussolano. 

 Ho mandato ai pesci un foglio 
per dir loro:  ci che voglio. 
Ed i pesci dalla costa 
m'han mandato la risposta. 
Solo due parole o tre: 
 impossibile, perch.... 

- Temo di non comprendere, - disse Alice. 
- Ora diventa pi facile, - rispose Unto Dunto

Ho mandato ancora a dire: 
- Sara meglio di ubbidire: 
Ed i pesci con calore: 
- Siete in collera, signore. 
E di nuovo un foglio piglio, 
ma si ridon del consiglio! 
Ho cos preso un tegame 
nuovo, lucido, di rame. 
Alla pompa l'ho ben pieno, 
mentre il cor batteami in seno. 
 venuto uno e m'ha detto: 
- Ora i pesci sono a letto. 
Io mi son messo a gridare: 
- Tu li devi risvegliare. 
Chiaro e tondo gli ho parlato, 
nell'orecchio gli ho strillato. 

Unto Dunto alz straordinariamente la voce, recitando queste strofe, e Alice pensava con un brivido: 
- Non mi sarei voluta trovare nella pelle del messaggero.

Ma superbo egli e feroce
dice: - Abbassa quella voce.
Ma feroce egli e superbo dice: 
- Andr, - con piglio acerbo. 
Un turacciolo l presso 
tosto abbranco e vado io stesso. 
Perch chiuse son le porte, 
urto, picchio e batto forte. 
Perch chiuso sempre sta
la maniglia afferro, ma...

Vi fu una lunga pausa. 
-  tutto? - chiese timidamente Alice. 
-  tutto, - disse Unto Dunto. - Addio. 
 un congedo piuttosto brusco, penso Alice; ma dopo un cos chiaro invito ad andarsene, ella stim che sarebbe stato piuttosto indiscreto rimanere. Cos si alz e tese la mano: 
- Addio, c'incontreremo un'altra volta, disse, - pi allegra che pot. 
- Non ti riconoscerei pi, se c'incontrassimo, - rispose Unto Dunto poco soddisfatto, dandole da stringere un dito: - tu sei proprio come tutti gli altri. 
- Generalmente, si giudica dal viso, - Alice osservo pensosa. 
-  questo che deploro, - disse Unto Dunto. - Il tuo viso somiglia a quello di tutti gli altri.. due occhi (notando il loro posto in aria col pollice) - Il naso in mezzo, la bocca sotto. Sempre allo stesso modo. Se invece tu avessi gli occhi da un solo lato del naso, per esempio,... o la bocca al di sopra... potrebbe giovare a distinguerti. 
- Non sarebbe bello, - obiett Alice. 
Ma Unto Dunto chiuse gli occhi e disse: 

- Prova un poco. 
Alice aspett un minuto per sentir se parlasse ancora, ma siccome egli non apriva pi bocca e non l'osservava pi affatto, disse: Addio, ancora una volta, e non avendone risposta si allontan tranquillamente, ma non pot fare a meno dal dire mentre se n'andava: 
Fra tutte le persone... (essa parlava ad alta voce, come un gran conforto nel dover dire una cosa cos solenne) s, fra tutte le persone meno soddisfacenti da me incontrate... 
Non fin mai la sentenza, perch in quell'istante un enorme scroscio scosse la foresta da capo a fondo. 




VII

IL LEONE E L'UNICORNO

L'istante dopo dei soldati arrivavano correndo per il bosco, in principio a due o tre, poi a dieci o venti insieme, e finalmente in tali masse che sembravano riempire tutta la foresta. Alice si rifugi dietro un albero per paura d'esser travolta e li guard passare. 
Pensava di non aver mai veduto in vita sua tanti soldati proceder con tanta incertezza di gambe; inciampavano sempre su questo o quell'oggetto, e quand'uno cascava, parecchi altri gli cascavano addosso, di guisa che il suolo fu tosto coperto di mucchi di uomini. 
Poi vennero i cavalli. Avendo quattro piedi, se la cavavano molto meglio dei fanti; ma anch'essi inciampavano di tanto in tanto, e sembrava che fosse regola normale, quando un cavallo inciampava, che il cavaliere dovesse istantaneamente cadere. La confusione si faceva ogni momento maggiore, e Alice fu lietissima di uscir fuori del bosco in un luogo scoperto, dove trov il Re Bianco seduto a terra e tutto affaccendato a scrivere nel suo taccuino. 
- Li ho mandati tutti, - grid il Re in tono di grande soddisfazione vedendo Alice. - T' capitato d'incontrare dei fanti, cara, venendo per il bosco? 
- S, - disse Alice, - e parecchie migliaia, credo. 
- Quattromila duecento e sette  il numero esatto, - disse il Re, riferendosi al libro. - Non ho potuto mandarli tutti, sai, perch due occorrono al giuoco. E neanche ho mandato i due Alfieri. Entrambi sono andati in citt. A proposito guarda sulla strada, e dimmi se vedi qualcuno di essi. 
- Nessuno, - disse Alice, dopo aver dato un'occhiata alla strada. 
- Mi rallegro con i tuoi occhi, - osserv il Re con tono stizzoso. - Poter veder Nessuno. E a tanta distanza poi! Figurati che  gi tanto se mi riesce di veder qualcuno, con questa luce. 



Tutto questo non fu sentito da Alice, ancora intenta a guardare sulla strada, facendosi schermo agli occhi con la mano. 
- Io veggo qualcuno ora, - finalmente ella esclam, - ma viene avanti pian piano, e con che strani atteggiamenti! (Perch l'Alfiere continuava a saltare di qua e di l, e, contorcendosi come una anguilla, veniva innanzi con le mani aperte come ventagli ai due lati.) 
- Niente affatto, - disse il Re. - Egli  un Alfiere anglo-sassone... e quelli sono atteggiamenti anglo-sassoni. Fa cos quando si sente felice. Si chiama Fortunello. 
- Io amo il mio amore con un F. - cominci Alice, pensando a certo ritornello infantile, perch egli  Felice. Lo odio con un F. perch  Fellone. Lo cibo con... con... con Fette di sandwiches e Fieno. Si chiama Fortunello e vive... 
- E vive a Firenze, - osserv il Re semplicemente, senza la minima idea di unirsi al giuoco, mentre Alice esitava nel cercare il nome di una citt con un F. - L'altro Alfiere si chiama Hatta. Debbo averne due, sai, per venire e andare: uno a venire, e uno ad andare. 
- Scusatemi... - disse Alice.
- Non hai fatto nulla per chiedermi scusa - disse il Re. 
- Volevo dire che non capivo, - disse Alice, - perch uno per venire e l'altro per andare? 
- Non te l'ho detto, - ripet il Re, impazientito, - che ne debbo aver due a... ad andare a portare. Uno ad andare e uno a portare. 
In quel momento arriv l'Alfiere: non gli era rimasto tanto di fiato da poter dire una parola; poteva solo accennare dei grandi gesti con le mani, e far le pi terribili smorfie al povero Re. 
- Questa signorina ti ama con un F. - disse il Re, presentando Alice nella speranza di stornar da s l'attenzione dell'Alfiere; ma invano. Gli atteggiamenti anglo-sassoni si facevano sempre pi straordinari, mentre gli occhi spalancati giravano furiosamente da un lato all altro. 
- Tu mi allarmi, - disse il Re. - Mi sento debole... dammi una fetta di sandwich! 
- A ci l'Alfiere, con gran divertimento di Alice, apr un sacchetto che portava appeso al collo, e diede un sandwich al Re, che lo divor avidamente. 
- Un altro sandwich! - disse il Re. 
- Non  rimasto che il fieno, ora, - disse l'Alfiere, guardando nel sacchetto. 
- Fieno, allora, - mormor il Re con un sussurro. 
Alice fu lieta di vedere che il fieno lo rianimava. 
- Non c' nulla come il fieno, se uno si sente debole, - egli le osserv, continuando a masticare. 
- Forse sarebbe meglio gettarvi dell'acqua fredda addosso, - sugger Alice, -...o dei sali volatili. 
- Non ho detto che non v' nulla di meglio, - rispose il Re, - ho detto nulla come il fieno. 
Il che Alice non s'arrischi di contestare. 
- Chi passava sulla strada? - continu il Re, stendendo la mano all'Alfiere per avere altro fieno. 
- Nessuno, - disse l'Alfiere. 

- Per l'appunto, - disse il Re, - l'ha visto anche questa signorina. Allora Nessuno cammina pi piano di te. 
- Io faccio del mio meglio, - disse l'Alfiere imbronciato, - e son sicuro che nessuno cammina pi presto di me. 
-  impossibile, - disse il Re, - sarebbe arrivato prima di te. Frattanto, hai ripigliato fiato e puoi dirci ci che  accaduto nella citt! 
- Te lo dir all'orecchio, - disse l'Alfiere, mettendosi le mani alla bocca a guisa di tromba, e chinandosi sull'orecchio del Re. 
Alice si dispiacque di quest'atto, perch voleva saper le notizie anche lei. Per, invece di far un sussurro con le labbra, l'Alfiere strill con tutti i suoi polmoni: 
- La solita battaglia! 
- E questo tu lo chiami dirmelo all'orecchio? - grid il povero Re facendo un balzo. - M' parso d'avere un terremoto in testa. 
- Chi  che fa la solita battaglia?
- Il Leone e l'Unicorno, chi altri pu essere? - disse il Re. 
- Battagliano per la Corona? 
- Certo, - disse il Re, - e il pi bello si  che  sempre per la mia corona. Corriamo a vedere 
E s'avviarono al trotto, mentre Alice si ripeteva le parole della vecchia canzone: 

Battagliar per la Corona il Leone e l'Unicorno,
che fu vinto dal Leone in cittade e intorno intorno, 
chi mangiar fe' I'Unicorno, chi mangiare fe' il Leone 
pane bianco e pane bruno, pan di Spagna con torrone. 

- Chi vince ottiene la corona? - ella chiese, come pot, perch la corsa le toglieva il fiato. 
- Povero me, no! - disse il Re. - Che idea? 
- Sareste cos cortese..., - disse Alice ansando, dopo aver corso un poco pi oltre, - da fermarvi un minuto... per respirare un poco. 
- Io sono cortese, - disse il Re, - ma non son forte abbastanza. Vedi, un minuto  cos tremendamente veloce. Sarebbe lo stesso che voler fermare un lampo. 
Non avendo pi fiato per parlare, Alice continu a correre in silenzio, finch si trov di fronte a una gran folla, in mezzo alla quale battagliavano il Leone e l'Unicorno. Erano in una nuvola di polvere cos densa, che in principio Alice non pot distinguerli: ma poi cap dal corno qual'era l'Unicorno. 

Essa col Re si dispose accanto ad Hatta, l'altro Alfiere, che guardava il combattimento con una tazza di t in una mano e un pezzo di pane imburrato nell'altra. 
-  uscito ora di prigione, e non aveva finito il t quando ci fu mandato, - sussurr Fortunello ad Alice: - l dentro non si danno che gusci d'ostriche... cos ha molta fame e molta sete. Come stai, caro mio? - egli continu, mettendo affettuosamente il braccio intorno al collo di Hatta. 
Hatta guard in giro e fece un cenno con la testa continuando a mangiare il pane imburrato. 
- Te la passavi felicemente in prigione, amico caro? - disse Fortunello. 
Hatta gir ancora intorno lo sguardo, e una lagrima o due gli solleticarono questa volta la guancia; ma non disse una parola. 
- Parla, non puoi parlare? - grid Fortunello impaziente. 
Ma Hatta masticava e beveva t. 
- Parla, non vuoi parlare? - grid il Re. Come si conducono al combattimento? 
Hatta fece uno sforzo disperato, e inghiott un gran pezzo di pane e burro. 
- Continuano benissimo, - egli disse con voce soffocata: - ciascuno dei due  caduto circa ottantasette volte. 
- Allora si dar loro il pane bianco e il pane bruno? 
- Li aspettiamo ora, - disse Hatta, - adesso me ne sto mangiando un pezzo. 
Vi fu una pausa nel combattimento in quell'istante, e il Leone e l'Unicorno si sedettero ansando, mentre il Re gridava: 
- Son concessi dieci minuti per i rinfreschi. Fortunello e Hatta si misero subito al lavoro, portando vassoi di pane bianco e bruno. Alice se ne prese un pezzo da assaggiare, ma era molto secco. 
- Non credo ch'essi combatteranno pi oggi, - disse il Re ad Hatta; - d l'ordine ai tamburi di cominciare. 
E Hatta se n'and saltando come un grillo. 
Per un minuto o due Alice se ne rimase in silenzio a guardarlo. A un tratto s'illumin: 
- Guarda, guarda! - ella grid puntando un dito. - Ecco la Regina Bianca che corre per la campagna. Essa  venuta a volo dal bosco laggi. Come possono correre presto queste Regine! 
- Senza dubbio ha qualche nemico alle calcagna, - disse il Re, senza neanche levar lo sguardo. - Questo bosco n' pieno. 
- Ma perch non correte ad aiutarla? - chiese Alice, sbalordita di vederlo prender la cosa con tanta tranquillit. 
-  inutile,  inutile! - disse il Re. - Corre con tanta rapidit. Sarebbe come voler acchiappare un lampo. Ma io piglier un appunto su di lei, se tu vuoi...  una creatura cos buona! - ripet pianamente a s stesso mentre apriva il taccuino. - Creatura la scrivi con due a? 
In quel momento arrivava trotterellando l'Unicorno, con le mani in tasca. 
- L'ho vinto questa volta, - egli disse al Re, dandogli un'occhiata mentre gli passava accanto. 
- Un poco... un poco, - rispose il Re con qualche nervosit. - Non avresti dovuto trafiggerlo col corno, per. 
- Non gli ho fatto male, - disse calmo l'Unicorno, e stava per continuare quando s'avvide di Alice. Si volt immediatamente e stette a guardarla con l'aria del pi profondo disgusto. 
- Che cosa... ... mai? - disse finalmente. 
- Una bambina, - rispose subito Fortunello, mettendosi di fronte ad Alice per presentarla, e stendendo ambo le mani verso di lei in atteggiamento anglosassone. - L'abbiamo trovata oggi.  grande al vivo e pi che naturale. 

- Io avevo creduto sempre che fossero dei mostri favolosi, - disse l'Unicorno. -  viva? 
- Pu parlare, - disse Fortunello solennemente. 
L'Unicorno guard Alice come in sogno, e disse: 
- Parla, bambina. 
Alice non pot non schiudere le labbra a un sorriso, mentre cominciava: 
- Non sapete, anch'io avevo sempre creduto che gli Unicorni fossero mostri favolosi. Non ne avevo visto ancora uno vivo.
- Bene, ora che ci siamo visti tutti e due, - disse l'Unicorno, - se tu crederai in me, io creder in te. Accetti il patto? 
- S, se vi piace. 
- Adesso fa portare la torta, caro, - disse l'Unicorno volgendosi da lei al Re. - Per me, niente del tuo pane bruno oggi. 
- Certo... certo! - mormor il Re. e fece cenno a Fortunello. - Apri il sacco, - egli sussurr. - Presto, non quello... quello  pieno di fieno. 
Fortunello trasse una grossa torta dal sacco, e la diede a tenere ad Alice, mentre egli prendeva un piatto e un coltello. Come fossero tutte queste cose uscite dal sacco, Alice non pot indovinare. Era come un giuoco di prestidigitazione, essa pensava. 
Il Leone li aveva raggiunti, frattanto: appariva molto stanco e assonnato, e aveva gli occhi semichiusi. 
- Che  questo? - disse, dando una pigra occhiata ad Alice, e parlando in un tono di basso profondo, che pareva il rintocco d'una campana. 
- Ah, s, che  questo? - grid pronto l'Unicorno. - Non l'indovineresti mai! lo non ho potuto. 
Il Leone guard Alice annoiato: 
- Sei un animale... un vegetale... un minerale? - disse sbadigliando ad ogni parola. 
-  un mostro favoloso! - esclam l'Unicorno, prima che Alice potesse rispondere. 
- Allora servici la torta, Mostro; - disse il Leone sedendosi in terra e tenendosi il mento fra le zampe. - E sedetevi anche voi (al Re e all'Unicorno): e dividi la torta in parti uguali, sai. 
Evidentemente il Re non appariva soddisfatto di dover sedere fra le due grandi creature; ma non c'era altro posto per lui. 
- Che battaglia potremmo darci per la corona, ora! - disse l'Unicorno, guardando di sottecchi la corona che il povero Re era sul punto di vedersi cader di testa, tanto tremava in tutte le. membra. 
- Vincerei facilmente, - disse il Leone. 
- Non lo credo, - disse l'Unicorno. 
- S, ed io ti batto intorno alla citt, pollo che non sei altro! - rispose irosamente il Leone facendo l'atto di levarsi mentre parlava. 
Allora il Re intervenne per far cessare il litigio: aveva i nervi molto scossi e la voce gli tremava: 
Intorno alla citt? - egli disse. - C' molta strada. Andate per il ponte o per la piazza del mercato? Dal ponte si gode un magnifico panorama. 

- Non so, - brontol il Leone, nell'atto di riadagiarsi. - V'era tanta polvere che non si vedeva nulla. Quanto ci mette il Mostro a tagliare quella torta! 
Alice s'era seduta sull'orlo d'un ruscelletto col gran piatto sulle ginocchia e tagliava attentamente col coltello. 
- Che seccatura! - ella disse, rispondendo al Leone (s'era gi abituata ad esser chiamata Mostro), - io taglio le fette, ed esse si riappiccicano. 
- Tu non sai come si trattano le torte dello Specchio! - osserv l'Unicorno. - Prima devi distribuire le parti e poi tagliarle. 
Questo pareva assurdo, ma Alice ubbidientemente si lev, port in giro il piatto, e la torta si divise in tre pezzi, mentre la bambina andava dall'uno all altro. 
- Ora tagliala, - disse il Leone, mentre ella tornava al suo posto col piatto vuoto. 
- Dichiaro che non  giusto, - gridava l'Unicorno, mentre Alice, seduta col coltello in mano, non sapeva di dove cominciare. - Il Mostro ha dato al Leone una porzione due volte pi grossa della mia. 
- Non s' tenuta la porzione sua, per, disse il Leone. - Ti piace la torta, Mostro? 
Ma prima che Alice potesse rispondere, cominciarono i tamburi. 
Ella non pot comprendere donde venisse il rumore: l'aria ne sembrava piena, e il fracasso la rintronava in modo da assordarla. Ella balz in piedi e fece un salto a traverso il ruscelletto per la paura che l'aveva invasa, ed ebbe appena il tempo di vedere il Leone e l'Unicorno levarsi in piedi, con gli sguardi irati per quell'interruzione della loro colazione, prima di cadere in ginocchio e di mettersi le mani alle orecchie, invano tentando di smorzare quello spaventoso fracasso. 
Se questo stamburio non li caccia fuori della citt, - ella pensava, - nulla vi riuscir. 




VIII

 DI MIA SPECIALE INVENZIONE

Dopo un po', parve che il rumore gradatamente cessasse, finch tutto fu silenzio perfetto, e Alice lev la testa sgomenta. Non si vedeva nessuno, e il suo primo pensiero fu di aver sognato il Leone e l'Unicorno e quello strano Alfiere anglosassone. Per ai suoi piedi, c'era ancora l'enorme piatto sul quale ella s'era ingegnata di tagliare la torta. 

- Dunque non ho sognato, - si disse, - salvo che tutti non facciano parte dello stesso sogno. Solo spero che il sogno sia mio - non quello del Re Rosso. Non vorrei appartenere al sogno di un'altra persona, - continu in tono piuttosto lamentoso. - Ho una gran voglia d'andare a svegliarlo per veder che cosa accadr. 
- In quel momento i suoi pensieri furono interrotti da alte grida di Ohi, ohi, scacco!, e un Cavaliere, vestito d'una corazza cremisi, veniva galoppando verso di lei, brandendo una gran mazza. Non appena la raggiunse, il cavallo immediatamente si ferm. 
- Sei mia prigioniera! - grid il Cavaliere, precipitandosi di sella. 
Sorpresa com'era, Alice fu pi spaventata per lui che per s in quell'istante, e lo vide con ansia rimontare a cavallo. Com'egli si trov di nuovo a suo agio in sella, ricominci: 
- Tu sei mia... 
Ma allora si lev un'altra voce: Ohi, ohi, scacco! e Alice guard intorno sorpresa per vedere il nuovo nemico. 
Questa volta era un Cavaliere Bianco. Egli si trasse a fianco di Alice, e precipit dal cavallo nell'istessissimo modo del Cavaliere Rosso; poi si rialz e i due Cavalieri si guardarono l'un l'altro per qualche tempo, senza parlare. 
Gli sguardi d'Alice andavan stupiti dall'uno all altro. 
- Ella  mia prigioniera, sai! - disse finalmente il Cavaliere Rosso. 
- S, ma io son venuto a riscattarla, - rispose il Cavaliere Bianco. 
- Allora dobbiamo combattere per lei, disse il Cavaliere Rosso, mentre dava mano all'elmo (che era sospeso alla sella e aveva in qualche modo la forma d'una testa di cavallo) e se lo metteva in testa. 
- Tu osserverai, naturalmente, le Regole della Battaglia, - osserv il Cavaliere Bianco mettendosi anche lui l'elmo. 
- Le osservo sempre, - disse il Cavaliere Rosso; e cominciarono a picchiarsi con tanta furia che Alice si rifugi dietro un albero per star lontana dai colpi. 
Chi sa mai quali siano le Regole della Battaglia, - si diceva, assistendo al duello e facendo timidamente capolino dal suo nascondiglio; - una regola par sia questa, che se uno dei Cavalieri colpisce l'altro, lo fa precipitare di sella, e se fallisce il colpo, precipita egli stesso... e un'altra regola par sia questa: che entrambi usano le mazze ferrate con le braccia, come se fossero Pulcinella e don Anselmo. Che fracasso che fanno quando precipitano! Come un fascio di molle, palette e soffietti, che cada sul focolare! E come se ne stan quieti i cavalli! Li lasciano andare su e gi come se fossero tavole. 
Un'altra regola della battaglia, della quale Alice non s'era accorta, sembrava fosse questa: che essi cadevano sempre a testa in gi. E la battaglia fin con la caduta d'entrambi a questo modo, l'uno accanto all'altro: quando si rialzarono si strinsero la mano, e allora il Cavaliere Rosso mont a cavallo e part al galoppo. 
-  stata una vittoria gloriosa, - disse il Cavaliere Bianco, levandosi ansante. 
- Non so, - disse Alice dubbiosa. - Io non voglio essere prigioniera di nessuno. 
- Sarai libera, quando avrai traversato il prossimo ruscello, - disse il Cavaliere Bianco. - Io ti condurr sana e salva fino al limite del bosco... e poi debbo tornare indietro, sai. Questo  lo scopo della mia mossa. 
- Vi ringrazio tanto, - disse Alice. - Posso aiutarvi a togliervi l'elmo? - Evidentemente, egli non poteva toglierselo da solo, ed ella tanto fece che finalmente glielo trasse. 
- Ora si pu respirare pi facilmente, - disse il Cavaliere, riportandosi indietro con ambe le mani la chioma setolosa, e volgendo ad Alice il viso affabile e i grandi e miti occhi. 
Ella pens di non aver mai visto in vita sua un soldato di apparenza pi strana. 
Aveva l'armatura di zinco, che gli si adattava male, e un piccolo zaino di strana forma legato sottosopra sulle spalle e col coperchio aperto penzoloni. Alice lo guard con molta curiosit. 
- Veggo che tu ammiri il mio zaino, - disse con affabile tono il Cavaliere. -  di mia speciale invenzione... serve per tener gli abiti e la colazione. Come vedi, lo porto sottosopra, in modo che la pioggia non c'entri. 
- Ma gli oggetti possono caderne, - osserv gentilmente Alice, - tenendolo cos aperto. 

- Non lo sapevo, - disse il Cavaliere, e un'ombra di amarezza gli pass sul viso. - Allora tutti gli oggetti debbono essere caduti. E lo zaino non mi serve pi. 
Lo sciolse mentre cos parlava, e stava per gettarlo nei cespugli, quando gli venne una nuova idea, e lo sospese con gran diligenza a un albero. 
- Puoi indovinare perch ho fatto cos? domand ad Alice. 
La bambina scroll il capo. 
- Con la speranza che delle api possano farsi un nido... e io mi piglierei il miele. 
- Ma voi avete un alveare... o qualche cosa di simile... legato alla sella, - disse Alice. 
- S,  un ottimo alveare, - disse in tono di poca soddisfazione il Cavaliere, - un alveare della migliore qualit. Ma non c' entrata ancora nessuna ape. E l'altro oggetto  una trappola di topi. Credo che i topi allontanino le api... o le api allontanino i topi, veramente non so. 
- Mi domandavo appunto a che servisse la trappola, - disse Alice. - Non  probabile che un topo s'arrischi a salire sulla groppa di un cavallo. 
- Non molto probabile, certo, - disse il Cavaliere, - ma se venissero, non vorrei che andassero scorrazzando da per tutto. Cos, - continu dopo una breve pausa, -  bene andar premunito per ogni caso. Ecco perch il cavallo ha intorno alle zampe tanti cerchietti di ferro irti di aculei. 
- Ma a che servono? - chiese Alice, con accento di grande curiosit. 
- A preservarlo dai morsi delle serpi, - rispose il Cavaliere. - Sono di mia speciale invenzione. E ora aiutami a montare. Verr con te fino all'estremit del bosco. Perch hai quel piatto? 
- M' servito per la torta, - disse Alice. 
- Faremo bene a portarcelo, - disse il Cavaliere. - Ci servir, se mai troveremo qualche torta. Aiutami a metterlo in questo sacco. 
Ci volle parecchio tempo, sebbene Alice tenesse con gran diligenza aperto il sacco. Il Cavaliere si mostr cos poco abile a ficcarci il piatto, che le prime due o tre volte che tent di farlo ci cadde lui dentro. 
-  piuttosto difficile, - egli disse, quando finalmente ne venne a capo, - ci sono tanti candelabri dentro. 
E lo attacc alla sella, che era gi carica di mazzi di carote, e soffietti e molle, e attizzatoi e tanti altri oggetti. 
- Spero che tu abbi i capelli ben legati, - egli continu, mentre s avviavano. 
- Come il solito, - disse Alice con un sorriso. 
- Difficilmente baster, - egli disse con ansia. - Non vedi quanto  forte il vento qui?  forte... come un peperone. 
- Avete inventato un mezzo per impedire al vento di agitare i capelli? - domand Alice. 
- Non ancora, - disse il Cavaliere, - ma ho gi trovato il mezzo per non farli cadere. 
- E come?
- Si prende prima un bastone, - disse il cavaliere, - e sulla sua punta si mette la chioma, come quella d'un albero. I capelli cadono perch stanno all'ingi... ma all ins non cade mai nulla. 
Non era un mezzo efficace, Alice pensava, e per pochi minuti cammin in silenzio, confusa da quella idea, e fermandosi di tanto in tanto per dare un aiuto al povero Cavaliere, che certamente non era un buon cavalcatore. 
Ogni volta che il cavallo si fermava (cosa che avveniva spesso), egli cadeva in avanti, ed ogni volta che quello ripigliava a trottare (cosa che generalmente faceva con risoluzione piuttosto improvvisa), egli cadeva all'indietro. Altrimenti si manteneva piuttosto bene, tranne che aveva l'abitudine di cadere di tanto in tanto di lato; e siccome generalmente lo faceva dal lato di Alice, questa tosto penso che fosse meglio non camminare troppo vicino al cavallo. 
- Temo che non siate molto esercitato in equitazione, - ella s'arrischi di dire, mentre lo aiutava a rilevarsi da una quinta caduta. 
Il Cavaliere sembr molto sorpreso e un po' offeso di quella osservazione. 
- Perch dici cos? - egli chiese arrampicandosi di nuovo sulla sella e afferrando con una mano la chioma di Alice, per risparmiarsi un tonfo dall'altro lato. 
- Perch quelli che sono esercitati ad andare a cavallo non cadono con tanta frequenza. 
- Io ho un sacco d'esercizio, - disse il Cavaliere con gravit, - un sacco d'esercizio. 
Alice non seppe dir altro che Davvero?; e lo disse con la maggiore cordialit possibile. 
Essi camminarono un po' in silenzio dopo questo, il Cavaliere con gli occhi chiusi, mormorando fra s, e Alice aspettando con qualche ansia il prossimo capitombolo. 
- La grande arte dell'equitazione, - cominci improvvisamente il Cavaliere a voce alta, gestendo col braccio destro mentre parlava, - consiste nel tenersi... 
Improvvisamente com'era cominciata, la frase fu interrotta e il Cavaliere cadde pesantemente nel punto esatto dove Alice camminava. Ella s'impaur assai questa volta, e domand con ansia mentre lo rialzava: 
- Spero non vi siate rotto nulla? 
- Nulla di grave, - disse il Cavaliere, come se non volesse dir nulla l'essersi rotte due o tre ossa. - La grande arte dell'equitazione, come dicevo, consiste nel tenersi nel giusto equilibrio. Cos come ora vedi...
Abbandon la briglia, e stese le braccia per mostrare ad Alice ci che intendeva, e questa volta cadde di piatto sulla schiena, proprio sotto i piedi del cavallo. 
- Un sacco d'esercizio, - continu a ripetere, mentre Alice lo rimetteva in piedi. - Un sacco d'esercizio! 
-  troppo ridicolo! - grid Alice, perdendo la pazienza questa volta. - Dovreste avere un cavallo di legno con le ruote, ecco che dovreste avere. 
-  un animale tranquillo? - chiese il Cavaliere con accento di grande interesse, abbracciando il collo del cavallo mentr'egli parlava, appena in tempo per salvarsi da un nuovo capitombolo. 
- Molto pi tranquillo d'un cavallo vivo, disse Alice, con uno scroscio di risa, nonostante si fosse sforzata di non ridere. 
- Ne voglio acquistare uno, - disse il Cavaliere, pensoso. - Uno o due... parecchi. 
Vi fu un breve silenzio e poi il Cavaliere continu: 
- Io ho un gran genio per le invenzioni. Ora certo avrai notato l'ultima volta che m'hai raccolto che io apparivo piuttosto meditabondo. 
- S, eravate un po' grave, - disse Alice. 
- Bene, proprio in quel momento stavo inventando la maniera per salire su un cancello... vuoi sentirla?
- Volentieri, - disse cortesemente Alice. 
- Ti dir come mi  venuta in mente, - disse il Cavaliere, - Vedi' io mi son detto: La sola difficolt  nei piedi: la testa  gi abbastanza alta. Dunque, prima metto la testa sopra il cancello... cos la testa  alta abbastanza... allora mi poggio sulla testa... cos, vedi, i piedi si trovano abbastanza in alto; - e allora son su, vedi. 
- S, credo che sarete su, quando avrete fatto tutto questo, - disse Alice pensosa, - ma non vi sembra un po' difficile? 
- Non lo so ancora, - disse gravemente il Cavaliere, - e non posso dirlo con certezza... ma temo che sia un po' difficile. 
E parve cos amareggiato all'idea, che Alice cambi discorso in fretta. 
- Che curioso elmo che avete! - ella disse lietamente' -  anche questa una vostra speciale invenzione? 
Il Cavaliere guard orgogliosamente l'elmo, che pendeva dalla sella: 
- S, - disse, - ma ne ho inventato uno migliore... a pan di zucchero. Quando io usavo di portarlo, se cadevo di cavallo, esso toccava il suolo sempre prima. Cos avevo pochissima via da fare... Ma v'era il pericolo di cadervi dentro... Sicuro. Questo mi accadde una volta... e il peggio si fu che prima che io potessi uscirne arriv l'altro Cavaliere Bianco e se lo mise. Egli credette che fosse il suo. 
Il Cavaliere parlava con tanta solennit che Alice non os di ridere. 

- Temo che gli abbiate fatto male, - ella disse con voce tremante, standogli sopra la testa. 
- Dovetti dargli dei calci, - disse il Cavaliere, con molta seriet. - E poi si tolse l'elmo... ma ci vollero ore e ore perch io uscissi fuori. Ero stretto come... come un buco. 
- Ma quella  una strettezza diversa - obiett Alice. 
Il Cavaliere scosse la testa: 
- Ti giuro che sentivo ogni specie di strettezza, - egli disse. Lev le mani eccitato mentre pronunziava questo, e immediatamente rotolo dalla sella, andando a cadere lungo disteso in un fosso profondo. 
Alice corse sull'orlo del fosso per dargli una mano. Era sorpresa di quella caduta, ch, per qualche tempo, egli era andato innanzi senza incidenti, ed ella tem che quella volta veramente egli si fosse fatto male. Pure, sebbene non vedesse di lui che le suole delle scarpe, si confort sentendolo parlare nel solito tono. 
- Ogni specie di strettezza, - egli ripeteva, - ma non fu un bel tratto mettersi l'elmo d'un'altra persona, con la persona dentro per giunta. 
- Come potete continuare a parlare con tanta tranquillit a testa in gi? - chiese Alice, mentre lo tirava per i piedi, e lo metteva come un fagotto sulla sponda. 
Il Cavaliere parve sorpreso alla domanda: 
- Che importa dove il corpo si trovi? - egli disse. - Il mio cervello continua a lavorare lo stesso. Anzi, pi mi trovo a testa in gi e pi continuo a inventare cose nuove. Ora la pi bella invenzione da me fatta, - egli continu dopo una pausa, -  quella d'un nuovo bodino nel corso del pranzo. 
- Da fare in tempo per averlo pronto per la prossima portata? - disse Alice. - Certo una bella invenzione. 
- Non per la prossima portata, no, - disse il Cavaliere lento e pensoso, - no, non per la prossima portata. 
- Forse allora per il giorno seguente, per non avere due piatti di bodino nello stesso pranzo? 
- No, non per il giorno seguente, - ripet il Cavaliere come prima, - no, non per il giorno seguente. Veramente, - egli continu, chinando la testa e parlando sempre pi lento e pi piano, - credo che quel bodino non sar mai cotto. Veramente, credo che quel bodino non sar mai cotto. E pure non ci  voluto poco per inventarlo. 
- Di che volevi che si facesse? - chiese Alice, sperando di fargli piacere, perch il povero Cavaliere sembrava tanto scoraggiato a causa del bodino. 
- Cominciava con la carta asciugante, - rispose il Cavaliere con un gemito. 
- Temo non sar appetitoso... 
- Non molto appetitoso, - egli interruppe pronto, - ma tu non puoi immaginare come sarebbe diverso mischiato con altre cose... per esempio, con polvere da sparo e ceralacca. E ora io debbo lasciarti. 
Erano appunto arrivati all'estremit del bosco. 
Alice appariva tutta confusa, pensando al bodino. 
- Tu sei triste, - disse il Cavaliere con ansia, - ti canter una canzone per confortarti. 
-  molto lunga? - chiese Alice, perch aveva sentito molta poesia quel giorno. 
- S lunga, - disse il Cavaliere, - ma  molto, molto bella. Chiunque la sente cantare, o piange o pure... 
- O pure che? - disse Alice, perch il Cavaliere s'era subitamente interrotto. 
- O non piange. Il nome della canzone si chiama <I>Occhi d'Agoni</I>. 
- Ah, questo  il nome della canzone, disse Alice, tentando di sentirsi interessata. 
- No, non capisci, - disse il Cavaliere, apparendo un po' amareggiato. -  il nome come  chiamata. Il nome vero  L'uomo vecchio, vecchio. 
- Allora, io avrei dovuto dire: E cos che  chiamata la canzone? - Alice si corresse. 
- No, che non dovevi.  diverso. La canzone  chiamata Modi e Mezzi, ma, sai, cos si chiama soltanto. 
- Bene, qual' la canzone allora? - chiese Alice che era gi completamente sconvolta. 
- Venivo appunto a questo, - disse il Cavaliere. - Il titolo della canzone  veramente: Seduto su un cancello. 
Cos dicendo, ferm il cavallo e gli abbandono le redini sul collo; poi, pianamente, battendo il tempo con le mani e con un debole sorriso che gli illuminava il viso sciocco e gentile, come compiaciuto della musica della sua canzone, egli cominci. 
Di tutte le strane cose viste da Alice nel suo viaggio per la Casa dello Specchio, questa fu l'unica che le rimase in mente impressa pi chiaramente. Molti anni dopo poteva rappresentarsi tutta la scena come se l'avesse veduta soltanto il giorno prima... I miti azzurri occhi del Cavaliere; il sole al tramonto che gli irradiava i capelli e si rifletteva nella corazza con uno splendore che quasi l'accecava; il cavallo che s'aggirava tranquillamente intorno con le redini che gli pendevano dal collo, brucando l'erba ai suoi piedi; e le ombre nere della foresta in fondo... tutto questo ella guardava come un quadro, mentre con una mano si faceva schermo agli occhi, appoggiata a un albero, mirando la strana coppia e ascoltando, come in sogno, la melanconica musica della canzone. 
Ma la musica non  di sua speciale invenzione - ella si disse, perch ricordava d'averla gi sentita. L'ascolt con molta attenzione, ma non le vennero agli occhi le lagrime. 

Ti dir.... presta l'orecchio... 
ma non c' nulla di bello... 
vidi un uomo vecchio vecchio 
star seduto su un cancello 
Chi sei, vecchio? Come hai nome? 
Come vivi? poi gli faccio; 
e attraverso la mia testa la risposta passa come 
l'acqua messa nello staccio. 

Disse: Cerco le farfalle 
che s'addormon nel frumento, 
io ne faccio torte gialle, 
che poi vendo al Parlamento 
e alle barche quando insane 
in tempesta vorticosa 
scioglie il mare l'onde irate e cos guadagno il pane;
 come vedi un'ardua cosa. 

Ma pensavo in quel momento 
a un bellissimo progetto; 
colorarsi in verde il mento 
come un fresco cespuglietto. 
Cos senza una risposta 
al discorso del vecchietto 
dissi sol queste parole: 
La tua vita quanto costa? 
e gli caddi sopra il petto. 


Ei riprese con bel tono: 
Faccio sempre a modo mio: 
se nel bosco incontro un tuono, 
lo precipito nel rio. 
Se ne forma una sostanza molto simile al catrame; 
io guadagno cinque soldi; 
ed inver non me ne avanza 
per calmare la mia fame. 

Ma pensavo come fare 
per cibarmi di formaggio, 
e ogni giorno diventare 
di maggiore tonnellaggio. 
Io lo scossi in tutti i sensi, 
e, lasciandol senza fiato: 
Parla, dissi, come vivi; parla, aggiunsi, come pensi?
e che cosa hai progettato?

Ei rispose: Occhi d'agoni 
vo cercando nei giardini; 
li trasformano in bottoni 
per le giacche dei bambini, 
ma per oro non li vendo 
e neppure per argento, 
o per qualche nichelino. Un soldin di rame prendo, 
e con un ne acquisto cento. 

Spesso cerco zolle erbose 
per far ruote ai miei carretti, 
pesco frutta butirrose, 
spesso scavo dei panetti 
e cos (strizzando l'occhio) 
io mi faccio un gruzzoletto 
che mi serve per benino; fo' il signore, vado in cocchio 
e a te brindo con rispetto. 

Tacque, ed io senza far motto 
concretato avea un disegno: 
preservar col Vino cotto 
dalla ruggine ogni legno. 
Ringraziai molto il vecchietto, 
che mi diede assai cortese 
le notizie a lui richieste: ma ancor pi per il rispetto 
nel suo brindisi palese. 

Ed io or se alle finestre 
le mie dita a un tratto affaccio 
od un piede della destra 
nel sinistro guanto caccio 
e nel pollice del mento 
mi si versa un monumento, 
tosto a piangere mi metto, 

ch ricordo quel vecchietto, 
dolce e bruno, mite e schietto, 
che parlava con affetto 
con linguaggio assai corretto, 
che tenea coperto il petto 
d'un bellissimo farsetto 
ed intorno al capo stretto 
un magnifico berretto
che accostava al naso un netto 
ricamato fazzoletto 
e sedea, come ho gi detto, 
sul cancello d'un muretto. 

Mentre il Cavaliere cantava le ultime parole della ballata, raccolse le redini, e volse la testa del cavallo verso la strada dalla quale erano venuti... 
- Tu hai ancora pochi passi da fare, - egli disse, - gi per la collina e oltre quel ruscelletto e poi sarai Regina... Ma fermati un poco e guardami andar via prima, - aggiunse mentre Alice volgeva subito lo sguardo nella direzione da lui indicata. - Far presto. Tu aspetta e agita il fazzoletto quando arrivo a quell'angolo della strada. Ne sar incoraggiato, sai. 
- Andate, ch aspetto, - disse Alice, - e tante grazie per esser venuto fin qui... e per la canzone... che mi  piaciuta molto. 
- Lo spero, - disse il Cavaliere con accento di dubbio, - ma non hai pianto, come io immaginavo. 
Si strinsero le mani, e il Cavaliere s avvi lentamente a cavallo per la foresta. 
- Non passer molto che lo vedr cadere credo, - si disse Alice, mentre lo guardava. - Eccolo,  caduto con la testa in gi, come al solito. Per, si rialza abbastanza facilmente... Cade perch ha tanti oggetti appesi al cavallo... 
Cos continu a parlare a s stessa, mentre sulla strada guardava il cavallo andare al passo e il cavaliere precipitare prima da un lato e poi dall'altro. Dopo il quarto o il quinto capitombolo, egli raggiunse la voltata; ella agit il fazzoletto verso di lui, aspettando che fosse fuor di vista. 
Spero di averlo incoraggiato, - ella disse, e si volt correndo gi per la collina: - e ora per l'ultimo ruscello ad essere Regina. Come suona solenne! 


Pochi passi la portarono sull'orlo del ruscello. 
L'ottava Casella, finalmente! - ella grid, mentre saltava, 

e si gett a riposare su un prato morbido come il musco, con aiuole che lo circondavano qua e l. 
Oh, come son contenta d'essere qui! E che cosa ho sulla testa? - esclam in tono di sorpresa dolorosa, mettendo le mani su un oggetto molto pesante, che le aderiva strettamente alla fronte. - Ma come posso essermelo messo senza saperlo? - essa aggiunse, togliendosi l'oggetto e mettendoselo in grembo per veder che cosa fosse. 
Era una corona d'oro.


IX 


ALICE REGINA




To', questo  magnifico! - disse Alice, - non mi sarei mai aspettato d'essere Regina cos presto... e vi dir che cosa c', vostra Maest, continu in tono severo (ella a volte affettava di sgridare se stessa) - non  bene stare a trastullarsi a quel modo sull'erba. Le Regine debbono avere della dignit. 
Si lev e si mise a passeggiare... con una certa rigidezza in principio, per timore che la corona le cascasse; ma si confort al pensiero che in quel momento non c'era nessuno che la vedesse:
E se io veramente sono Regina, - si disse sedendosi di nuovo sull'erba, - potr in breve condurmi a dovere. 
Ogni cosa accadeva cos stranamente che non si sorprese affatto di trovarsi sedute accanto la Regina Rossa e la Regina Bianca, dall'uno e l'altro lato: avrebbe voluto domandare come fossero giunte col, ma tem che non fosse buona educazione. 
Per, non vi sarebbe stato alcun male, si disse, a domandare se il giuoco fosse finito. 
- Per favore, volete dirmi... - cominci, guardando timidamente la Regina Rossa. 
- Parla quando ti s'interroga! - la interruppe bruscamente la Regina. 
- Ma se tutti ubbidissero a questa regola, rispose Alice, che aveva sempre in serbo qualche ragione da dire, - e parlassero soltanto se interrogati, e gli altri li aspettassero per incominciare, nessuno direbbe mai nulla. 
- Sciocchezze! - esclam la Regina. - Non vedi, bambina... - qui s'interruppe, aggrott le ciglia, e dopo aver pensato un istante, cambi il soggetto della conversazione: - Che intendi col dire: Se sei veramente una Regina? Che diritto hai di chiamarti cos? Tu non puoi essere Regina, sai, se non sostieni l'esame regolare. E pi presto cominciamo, meglio sar! 
- Io dissi soltanto se... - si scus la povera Alice con umile accento. 
Le due Regine si guardarono, e la Regina Rossa osserv con un piccolo brivido: 
- Essa dice di aver detto se... 
- Ma essa disse molto pi di questo! - geme la Regina Bianca, torcendosi le mani. - Oh quanto di pi! 
-  vero, sai, - disse la Regina Rossa ad Alice. - Di' sempre la verit... pensa prima di parlare.... e poi mettilo in carta. 
- Io certo non intendevo... - cominci Alice, ma la Regina Rossa la interruppe impaziente: 
- Ed  proprio questo che deploro! Tu avresti dovuto intendere. A che credi che serva una bambina che non intende?... Anche uno scherzo deve avere un intendimento... e una bambina  pi importante d'uno scherzo, credo. Tu non potresti negarlo, anche se ti ci mettessi mani e piedi. 
- Io non nego le cose con le mani e coi piedi, - obiett Alice. 
- Nessuno ha detto che lo hai fatto, - disse la Regina Rossa. - Ho detto che non potresti, se ti ci provassi. 
- Essa  in una condizione di mente, - disse la Regina Bianca, - che ha bisogno di negar qualche cosa. O non sa che negare. 
- Un brutto, odioso carattere, - osserv la Regina Rossa, e poi vi fu un silenzio imbarazzante per uno o due minuti. 
La Regina Rossa ruppe il silenzio col dire alla Regina Bianca: 
- Io t'invito al pranzo d'Alice per questo pomeriggio. 
La Regina Bianca sorrise debolmente, e disse: 
- E io invito te. 
- Io non sapevo affatto di dover dare un pranzo, - disse Alice, - ma se ve n' da essere uno, credo che dovrei invitare io gli ospiti. 
- Noi ti abbiamo dato l'opportunit di farlo, - osserv la Regina Rossa, - ma io oso dire che tu non hai ancora avuto molte lezioni di buona maniera. 
- Le buone maniere non s'insegnano con le lezioni, - disse Alice. - Le lezioni insegnano a fare le quattro operazioni e cose simili. 
- Sai fare l'addizione? - chiese la Regina Bianca. - Quanto fa uno e uno e uno e uno e uno e uno e uno e uno e uno e uno? 
- Non so, - disse Alice, - ho perduto il conto. 
- Non sa fare l'addizione! - interruppe la Regina Rossa. - Sai fare la sottrazione? Togli nove da otto. 
- Nove da otto, sapete, non si pu, - rispose subito Alice, - ma... 
- Non sa fare la sottrazione, - disse la Regina Bianca. - Sai fare la divisione? Dividi un pane con un coltello... Che hai? 
- Io credo... - cominci Alice. 
Ma la Regina rispose per lei: 
- Pane e burro, naturalmente. Prova a fare un'altra sottrazione. Togli un osso da un cane. Che rimane? 
Alice, pensandovi un po', rispose: 
- L'osso non rimarrebbe se io lo prendessi... e il cane non rimarrebbe; mi morderebbe... e certo non rimarrei neanche io. 
- Allora credi che non rimarrebbe nulla? - disse la Regina Rossa. 
- Credo che la risposta sia questa. 
 - Male, come al solito, - disse la Regina Rossa, - rimarrebbe la bile del cane. 
- Ma io non veggo come... 
- Ebbene, guarda, - grid la Regina Rossa, - il cane avrebbe della bile, non  vero? 
- Forse, - rispose cauta Alice. 
- Allora, se il cane se n'andasse, la bile gli rimarrebbe! - esclam la Regina con un accento trionfale. 
Alice non pot fare a meno dal pensare: Quante sciocchezze stiamo dicendo! 
- Essa non sa fare le quattro operazioni, - dissero insieme le due Regine con grande energia. 
- E voi sapete le quattro operazioni? - disse Alice, volgendosi improvvisamente alla Regina Bianca, perch non le piaceva di far cos brutta figura. 
La Regina chiuse gli occhi anelante: 
- Posso fare l'addizione, - disse, - se mi dai tempo... ma non faccio sottrazioni in nessuna circostanza. 
- Tu leggi l'abbic, naturalmente, - disse la Regina Rossa. 
- S, che lo leggo. 
Anch'io, - mormor la Regina Bianca. - Noi spesso lo diciamo insieme, cara? E ti dir un segreto... so leggere le parole di una sola lettera. Che te ne pare? Per, non ti scoraggiare. Col tempo ci arriverai anche tu!
Qui cominci di nuovo la Regina Rossa: 
- Hai imparato le nozioni utili? - essa disse. - Come si fa il pane? 
- Questo lo so! - disse subito Alice. - Si prende del fior di fa... 
Dove cogli il fiore? - chiese la Regina Bianca. - In un giardino o nelle siepi? 
- Ma non si coglie affatto. Si fa la pasta... 
- Pasta reale o pasta sfoglia? - disse la Regina Bianca. - Quante cose dimentichi! 
- Rinfrescale la testa col ventaglio, - interruppe ansiosamente la Regina Rossa. - Col pensare tanto, le verr la febbre. 
Cos si misero a farle vento con mazzi di foglie, finch essa dov pregare che cessassero, ch le scompigliavano i capelli. 
- Ora si sente bene, - disse la Regina Rossa. - Conosci le lingue? Come si dice in francese Fiddle-de-di? 
- Fiddle-de-di, non  una parola italiana, - disse Alice con gravit. 
- Chi mai ha detto che era italiano? 
E Alice questa volta cred di vedere una via di scampo. 
- Se mi direte di che lingua  Fiddle-de-di io vi dir come si dice in francese! - ella esclam trionfante. 
Ma la Regina Rossa assunse un aspetto solenne, e disse: 
- Le Regine non scendono mai a patti! 
Ma le Regine non dovrebbero mai fare domande, - disse fra s Alice. 
- Non ci far litigare, - disse la Regina Bianca con accento d'ansia. - Qual' la causa del lampo? 
- La causa del lampo, - disse risolutamente Alice, perch era quasi certa di questo, -  il tuono... no, no! - si corresse in fretta... - volevo dire viceversa... 
-  troppo tardi per correggersi, - disse la Regina Rossa...: - quando hai detto una cosa, e cos, e ne devi subire le conseguenze. 
- Questo mi rammenta... - disse la Regina Bianca, abbassando gli occhi e intrecciandosi e sciogliendosi irrequietamente le dita... abbiamo avuto una tale tempesta marted scorso. Voglio dire un marted della scorsa serie. 
Alice si mostr confusa. 
- Nel nostro paese, - not, - c' solo un giorno alla volta. 
La Regina Rossa soggiunse: 
-  un modo veramente miserabile di far le. cose. Qui invece, per la maggior parte, abbiamo giorni e notti a due e tre alla volta, e a volte nell'inverno ne abbiamo tanti come per cinque notti di fila... per il caldo.
- Cinque notti sono pi calde di una notte, allora? - s'avventur a chiedere Alice. 
- Cinque volte pi calde, naturalmente. 
- Ma per la stessa ragione dovrebbero essere cinque volte pi fredde... 
- Appunto cos, - grid la Regina Rossa. Cinque volte pi calde e cinque volte pi fredde... appunto come io sono cinque volte pi ricca di te e cinque volte pi capace. 
Alice sospir, scoraggiata. 
-  come un indovinello senza soluzione, essa pensava. 
- Lo vide anche Unto Dunto, - continu la Regina Bianca a voce bassa, quasi come se parlasse a se stessa. - Venne alla porta con un turacciolo in mano... 
- E che voleva? - disse la Regina Rossa. 
- Disse che voleva entrare, - continu la Regina Bianca, - perch cercava un ippopotamo. Ora, non ce n'era in casa quella mattina. 
- Ordinariamente ce ne sono? - chiese Alice meravigliata. 
- S, ma solo i gioved, - disse la Regina. 
- Lo so perch venne, - disse Alice: senza dubbio voleva punire il pesce, perch... 
E ricominci la Regina Bianca: 
- Fu una tempesta tale da non potersi immaginare! (Essa non lo potrebbe, disse la Regina Rossa). Parte del tetto si scoperchi, e vi entr tanto tuono, e and rotolando per la stanza e battendo sulle tavole e sui mobili... finch ebbi tanta paura che non mi ricordavo pi come mi chiamassi. 
Alice diceva fra s: 
Io non cercherei mai di ricordarmi il nome, nel caso d'una disgrazia. A che mi gioverebbe?  Ma non disse questo ad alta voce per non offendere la suscettibilit della povera Regina. 
- Vostra Maest deve scusarla, - disse la Regina Rossa ad Alice, prendendo una mano della Regina Bianca nella sua, e gentilmente accarezzandola. - In generale ella pensa bene, ma non pu fare a meno dal dire delle sciocchezze. 
La Regina Bianca guardava timidamente Alice, la quale comprendeva di dover dire qualche cosa di gentile, ma in verit non sapeva in quell'istante pensare a nulla. 
- Essa in verit non fu mai bene educata, - continu la Regina Rossa; - ma ha un'indole meravigliosamente dolce. Dlle un colpetto in testa e vedrai come ne sar lieta. 
Ma Alice non aveva tanto coraggio. 
- Con un po' di gentilezza... e arricciandole i capelli, otterrai un monte da lei. 
La Regina Bianca cacci un profondo sospiro, e mise la testa sulla spalla di Alice. 
- Ho tanto sonno, - essa gem. 

-  stanca, poveretta! - disse la Regina Rossa. - Allisciale i capelli... prestale la tua cuffietta e cantale una dolce ninnananna. 
- Non ho la cuffia qui, - disse Alice, tentando di ubbidire alla prima indicazione: - e non conosco nessuna dolce ninnananna. 
- Debbo cantarla io allora, - disse la Regina Rossa, e cominci: 

 Su dormi signora, nel grembo d'Alice; 
schiacciamo un sonnetto; beato e felice; 
al ballo n'andremo, finito il festino, 
Regine ed Alice pianino pianino. 

- E ora tu sai le parole, - ella aggiunse, e s'appoggi con la testa sull'altra spalla di Alice; - ora cantale per me. Anch'io ho sonno. 
Nell'istante dopo entrambe le Regine erano immerse nel sonno e russavano rumorosamente. 

- Che debbo fare? - esclam Alice, guardandosi intorno perplessa, appena una testa e poi l'altra le rotolarono dalle spalle e le caddero come due grosse palle in grembo. - Non credo che sia mai accaduto a nessuno di dover badare a due Regine addormentate insieme. No, nella storia di nessuno Stato, - e non sarebbe potuto accadere, naturalmente, perch non vi  mai pi d'una regina alla volta. Svegliatevi, su, svegliatevi, ch pesate! ella continu con tono impaziente; ma non le rispose che un soave russare. 
Il russare diventava ogni minuto pi forte, e sembrava sempre pi simile a un'arietta; finalmente ella distinse delle parole e si mise ad ascoltare con tanta avidit, che quando le due grosse teste svanirono dal suo seno, quasi non se n'accorse. 
Si trov in piedi innanzi a una porta ad arco, sul quale erano le parole Alice Regina in grandi lettere, e all'uno e all'altro lato dell'arco v'era un cordone di campanello: su uno era scritto: Campanello del visitatore, e sull'altro Campanello dei servi. 
- Aspetter finch sia finita la canzone, pensava Alice, - e poi soner il... il... quale campanello debbo sonare? - continu, confusa dalle indicazioni. - Io non sono una visitatrice, io non sono una serva. Ve ne dovrebbe essere un altro, con l'indicazione Regina. 
Proprio allora la porta si aperse un poco, e una creatura con un lungo becco mise fuori la testa per un momento e disse: 
 vietato l'ingresso fino alla settimana dopo la prossima, - e chiuse, sbattendo la porta. 
Alice picchi e suon invano per molto tempo; ma finalmente un vecchio Ranocchio, che sedeva sotto un albero, si lev e saltell lentamente verso di lei. 
- Che c'? - disse il Ranocchio con profonda raucedine. 
Alice si volt subito, disposta a trovar tutti in colpa: 
- Dov' il servo che ha l'ufficio di rispondere alla porta? - cominci irata. 
- Quale porta? - disse il Ranocchio. 
Alice quasi si mise a scalpitare per quel modo strascicato di parlare del Ranocchio. 
Questa porta; qual'altra porta? 
Il Ranocchio guard per un minuto coi suoi grandi ed ottusi occhi la porta; poi s'avvicin e la sfreg col pollice, come per assicurarsi se se ne fosse andata la vernice, poi guard Alice. 
- Rispondere alla porta? - egli disse. - Che ha chiesto la porta? 
Era cos rauco che Alice poteva appena udirlo. 
- Io non so che volete intendere, - essa disse. 
- Parlo latino forse? - continu il Ranocchio, - o sei sorda? Essa che ha chiesto? 
- Nulla! - disse Alice impaziente, - Io l'ho picchiata. 
- Male, male! Questo non si deve fare, non si deve fare... borbott il Ranocchio. - Le dispiace, sai. - Poi sal su e diede alla porta un calcio con uno dei suoi grandi piedi. - Se tu la lasci stare, - egli balbett mentre ritornava salterellando al suo albero, - essa ti lascer stare. 
In quel momento la porta si spalanc, e una voce penetrante si sent cantare: 

- Nella casa dello Specchio disse Alice: Io son Regina, 
e mi metto sulla testa la corona ogni mattina: 
della Casa dello Specchio cittadini ed abitanti 
a pranzar con la Regina or v'invito tutti quanti. 

E centinaia di voci si aggiunsero in coro: 

- Presto i calici colmate e riempite i belliconi, 
e la tavola di crusca sparpagliate e di bottoni; 
entro il t mettete i gatti ed i topi nel caff 
viva Alice la Regina, viva trenta volte tre. 

Poi segu un confuso strepito di applausi, e Alice diceva fra s: Trenta volte tre fanno novanta. Chi sa se qualcuno fa il conto. 
Dopo un minuto si fece di nuovo silenzio, e la stessa voce penetrante cant un altra strofa: 

Della Casa dello Specchio, cittadini ed abitanti, 
 un onore per me grande di vedervi tutti quanti:
 un ambito privilegio darvi un pranzo e darvi il t 
con le due belle Regine Bianca e Rossa e poi con me 

E si sent di nuovo il coro: 

Presto i calici colmate con inchiostro e teriaca 
e con ci che pi vi piace, dolce a ber che non ubbriaca 
E mischiate lana e vino o la sabbia col caff, 
ed Alice salutate, pi di cento volte tre 

- Cento volte tre, - esclam Alice disperata. - Oh, questo non si far mai. Sarebbe meglio entrare subito. 
Entr subito, e si fece un silenzio mortale nell'istante che ella apparve. Alice diede una rapida occhiata alla mensa, mentre si dirigeva alla gran sala, e scorse che v'erano una cinquantina di ospiti di tutte le specie: alcuni erano quadrupedi, altri uccelli, ed alcuni fiori. 
- Son lieta che siano venuti senza aspettare l'invito, - ella pensava, - se no, non avrei saputo chi invitare. 
V'erano tre sedie a capotavola; le Regine Bianca e Rossa ne avevano gi occupate due; ma quella di mezzo era vuota. Alice vi si sed, piuttosto impacciata per quel silenzio, sperando che qualcuno parlasse. 
Finalmente la Regina Rossa cominci:
- Sei arrivata dopo la minestra e il pesce,- disse. - Servitele il cosciotto di montone.
E i camerieri misero una coscia di montone innanzi ad Alice, che la guard con un certo imbarazzo, perch non aveva mai trinciato la carne a tavola. 
- Tu sembri intimorita: lascia che ti presenti a questa coscia di montone, - disse la Regina Rossa. - Alice... Montone: Montone... Alice. 
La coscia di montone si lev sul piatto e fece una piccola riverenza ad Alice; e Alice restitu l'inchino, non sapendo se dovesse spaventarsi o divertirsi. 
- Posso darvene una fetta? - ella disse, prendendo il coltello e la forchetta e guardando ora una Regina ora l'altra. 
- Ma no, - disse risolutamente la Regina Rossa, - non  educazione fare a pezzi la persona a cui si e stati presentati. Portate via il cosciotto. 
E i camerieri lo portarono via, e tornarono con un gran pasticcio. 

- Non mi presentate al pasticcio, per favore! - esclam Alice, - oppure non si pranzer pi. Posso darvene un poco? 
Ma la Regina Rossa tutta imbronciata, brontol: 
- Pasticcio... Alice: Alice... Pasticcio. Portate via il pasticcio. 
E i camerieri lo portarono via con tanta rapidit che Alice non pot restituirgli l'inchino. 
Per, essa non capiva perch la Regina Rossa dovesse esser la sola a dare degli ordini; cos, per fare una prova, grid: 
- Cameriere, riporta il pasticcio. 
E rieccolo innanzi a lei in un istante, come in giuoco di prestidigitazione. 
Era cos grande, che essa non pot non esserne un po' intimorita, come innanzi al montone; per ella vinse, con un gran sforzo, la propria timidezza, e ne tagli una porzione e la offerse alla Regina Rossa. 
- Che impertinenza, - disse il Pasticcio. - Io vorrei sapere che cosa diresti, se tagliassi una fetta da te, miserabile creatura! 
Parlava in una densa e succosa specie di voce; ed Alice non seppe rispondere una parola: rimase a guardarlo a bocca aperta. 
- Di' qualche cosa, - disse la Regina Rossa, -  ridicolo lasciar tutta la conversazione al Pasticcio. 
- Non sapete, oggi mi sono stati recitati tanti versi, - cominci Alice, un po' sgomenta come vide che, non appena aveva accennato a parlare, s'era fatto un silenzio mortale, e tutti gli occhi erano intenti su di lei, - ed  strano credo,... che ogni poesia trattasse in qualche maniera di pesci. Chi sa perch in queste parti piacciano tanto i pesci. 
Ella parlava alla Regina Rossa, che non rispose molto a proposito: 
- Quanto ai pesci, - ella disse, molto lenta e solenne, avvicinando le labbra all'orecchio di Alice, - Sua Maest Bianca sa un bell'indovinello... tutto in poesia... tutto intorno ai pesci. Lo deve ripetere? 
- Sua Maest la Regina Rossa  molto gentile per ricordarlo, - mormor la Regina Bianca all'altro orecchio di Alice, con una voce che sembrava quella d'una tortorella. - Sarebbe un tal piacere. Posso? 
- Sar un vero favore, - disse con molta cortesia Alice. 
La Regina Bianca sorrise di piacere e carezz la guancia di Alice. Poi cominci: 

Prima il pesce bisogna acchiappare 
(Facilissimo un bimbo pu prenderlo) 
Quindi il pesce bisogna comprare.... 
con un soldo dovunque si ha. 

Ora il pesce bisogna lessare.... 
facilissimo.... l'acqua  gi tepida.... 
In un piatto lasciatelo stare? 
Assai facil... sul piatto gi sta. 

Date qui, ch lo voglio mangiare;
 ecco fatto, portato  gi in tavola; 
ma il coperchio bisogna levare, 
e il coperchio non giungo a scoprir. 

Chi l'ha fatto col piatto saldare? 
Io dispero il coperchio di togliere. 
Di', che cosa  pi facile fare: 
questo piatto od un senso scoprir? 




- Pensaci un minuto, e poi rispondi, - disse la Regina Rossa. - Frattanto, noi beviamo alla tua salute... alla salute della Regina Alice! - essa strill a squarciagola, e tutti i convitati cominciarono subito a bere, in modo stranissimo: alcuni si mettevano i calici in testa come spegnitoi, e bevevano tutto ci che scorreva sulle loro facce; altri rovesciavano le bottiglie, e lambivano il vino quando scorreva dagli orli della mensa; e tre (che avevano l'aspetto di tre canguri) s'arrampicarono sul piatto dell'arrosto di montone, e cominciarono a leccare il sugo come porci in brago, pens Alice. 
- Tu dovresti ringraziare con un bel discorso, - disse la Regina Rossa, guardando accigliata Alice. 
- Noi ti sosterremo, - bisbigli la Regina Bianca, mentre Alice si levava in piedi, obbediente, ma un po' sgomenta. 
- Grazie, - ella bisbigli in risposta, - ma non ne ho bisogno. 
- Come non ne hai bisogno? - disse con gran risoluzione la Regina Rossa. 
Cos prov con buona grazia a farsi sostenere. 
( - Ed esse mi spinsero tanto! - ella disse dopo, quando narr a sua sorella la storia del banchetto. - Si sarebbe creduto che avessero voluto spremermi come un limone!) 
Infatti le fu piuttosto difficile stare al suo posto mentre faceva il discorso: le due Regine la premettero cos da un lato e l'altro, che quasi la sollevarono in aria. 
- Io mi levo a ringraziare... - cominci Alice, e veramente si lev, mentre parlava, di parecchi centimetri; ma s'aggrapp all'orlo della tavola, e riusc a star ferma. 
- Bada! - strill la Regina Bianca, afferrando Alice per le mani. - Accadr qualche cosa. 
E allora (come narr dopo Alice) accaddero in un istante una gran quantit di cose. Le candele si allungarono fino al soffitto, e parvero canne con fuochi d'artificio in punta. Quanto alle bottiglie, ciascuna si prese un paio di piatti, se li adatt come ali, e con le forchette per gambe, and svolazzando nella sala in tutti i sensi, e sembrano tutti uccelli, diceva Alice fra s, cos come poteva, in quella tremenda confusione. 
In quel momento sent una voce rauca al suo fianco, e si volse a vedere che accadesse alla Regina Bianca; ma invece della Regina, sedeva sulla sedia il cosciotto di montone. 
- Sono qui, - grid una voce dalla zuppiera, e Alice si volse, e fu appena in tempo a vedere il largo e tranquillo viso della Regina che le sorrise per un momento sull'orlo della zuppiera e poi spar nella minestra. 
Non c'era da perdere un momento. Gi parecchi degli ospiti giacevano nei piatti e il mestolo camminava sulla tavola verso la sedia di Alice, facendole con impazienza cenno di levarsi dinanzi. 
- Io non posso resistere pi a lungo, - essa grid, levandosi e afferrando la tovaglia con ambo le mani; una stratta... e piatti, convitati e candele scrosciarono insieme in un fascio sul pavimento. 
- Quanto a voi... - essa continu, volgendosi fieramente alla Regina Rossa, ch'essa considerava come la cagione di tutto il male. Ma la Regina non c'era pi al suo fianco: s'era improvvisamente rimpicciolita fino a sembrare una minuscola bambina, e correva allegramente sulla tavola dietro il suo scialle, che si trascinava dietro. 
In tempo normale, Alice si sarebbe sorpresa a quella vista, ma quella volta era troppo esaltata, per sorprendersi di nulla al mondo. 
- Quanto a voi, - essa ripet, afferrando la piccola creatura che era appunto nell'atto di saltare su una bottiglia posatasi in quel momento sulla tavola, - ti dar agli artigli di un gattino, ti dar... 


X

SCUOTIMENTO




Essa la prese dalla tavola mentre parlava, e la scosse innanzi e indietro con tutta la forza. 
La Regina Rossa non fece alcuna resistenza; solo la faccia le divenne piccolissima, e gli occhi grandi e verdi; e ancora, mentre Alice continuava a scuoterla, continuava a diventar pi corta... e pi grassa... e pi morbida,.. e pi tonda... e 




XI 

RISVEGLIO






...e veramente era un micio, dopo tutto.


XII

- Vostra Maest non dovrebbe far le fusa - disse Alice, sfregandosi gli occhi, e volgendosi rispettosamente al gattino, pure con qualche severit. - Tu m'hai svegliato da... da... da un sogno cos bello. - E tu sei stato con me, Frufr... insieme con me nel mondo dello Specchio. Lo sapevi, caro? 
 un'abitudine sconveniente dei gattini (Alice aveva osservato una volta) che, qualunque cosa loro si dica, si mettono sempre a far le fusa. 
- Se essi facessero le fusa per dir s, e miagolassero per dir no, o pure seguissero qualche regola, - ella aveva detto, - si potrebbe conversare con loro. Ma come si pu parlare con una persona, se ti dice sempre la stessa cosa? 
In quell'occasione il micino fece le fusa soltanto; era impossibile indovinare se intendeva s o no. 
Cos Alice cerc fra i pezzi della scacchiera sul tavolino, finche trov la Regina Rossa; poi s'inginocchi sul focolare, e mise il micio di fronte alla Regina. 
- Ora Frufr, - battendo le mani in trionfo, - confessa che sei stato tu a trasformarti cos. 
(- Ma il micino non volle guardare, - essa disse, quando dopo spieg la cosa alla sorella: ha voltata la testa, fingendo di non vederla; ma sembrava che se ne vergognasse un po'. Cos credo che fosse lui la Regina Rossa). 
- Statti un po', pi fermo, caro! - esclam Alice con un sorriso. - E fa un inchino, mentre pensi a... fare le fusa. Si guadagna tempo, ricorda. 
E allora lo prese e gli diede un bacino per l'onore di essere stato la Regina Rossa. 

- Nevina, Nevina cara, - essa continu guardando di sulla spalla il micio bianco, che ancora continuava pazientemente a farsi ripulire, chi sa quando Dina avr finito con vostra Maest. Questa la ragione perch tu mi sei apparso cos negletto nel sogno... Dina! Lo sai che stai lavando una Regina Bianca? Veramente, ti comporti poco rispettosamente... E che era diventata Dina? ella continu a cercare, mentre si sedeva sul tappeto, poggiandovi un gomito e col mento nella mano, per osservare i gatti. - Dimmi, Dina. Eri diventata Unto Dunto? Credo di s... per faresti bene a non dirlo ancora, perch non ne sono ancora certa. 
A proposito, Frufr, se tu fossi stato veramente con me, nel mio sogno, v' stata una cosa che ti sarebbe piaciuta... m' stata recitata tanta poesia, tutta sui pesci. Domani te ne far mangiar tanti. E mentre tu mangerai, ti ripeter: Il tricheco e il legnaiuolo, e tu, caro, potrai fingere che siano ostriche! 
Ora, Frufr, vediamo chi  stato che ha sognato tutto.  una questione seria, caro, e tu non dovresti leccarti la zampa a quel modo... come se Dina non ti avesse lavato questa mattina. Vedi, o sono stato io, o  stato il Re Rosso. Egli era parte del mio sogno, naturalmente... ma io ero parte del suo sogno, anche.  stato il Re Rosso, Frufru? Tu rappresentavi la Regina Rossa, mio caro, e tu dovresti saperlo... Oh, Frufru, aiutami a trovare... La tua zampa pu aspettare. 
Ma l'irrequieto gattino cominci con l'altra zampa e finse di non aver udito la domanda. 
Chi credete voi che fosse? 


FINE
Attraverso lo specchio - Lewis Carroll




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