<B>ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE</B>

di Lewis Carroll


I

NELLA CONIGLIERA

Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un'occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v'erano n dialoghi n figure, - e a che serve un libro, pens Alice, - senza dialoghi n figure?
E si domandava alla meglio, (perch la canicola l'aveva mezza assonnata e istupidita), se per il piacere di fare una ghirlanda di margherite mettesse conto di levarsi a raccogliere i fiori, quand'ecco un coniglio bianco dagli occhi rosei passarle accanto, quasi sfiorandola.
Non c'era troppo da meravigliarsene, n Alice pens che fosse troppo strano sentir parlare il Coniglio, il quale diceva fra se: Oim! oim! ho fatto tardi! (quando in seguito ella se ne ricord, s'accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le sembr una cosa naturalissima): ma quando il Coniglio trasse un orologio dal taschino della sottoveste e lo consult, e si mise a scappare, Alice salt in piedi pensando di non aver mai visto un coniglio con la sottoveste e il taschino, n con un orologio da cavar fuori, e, ardente di curiosit, travers il campo correndogli appresso e arriv appena in tempo per vederlo entrare in una spaziosa conigliera sotto la siepe. 
Un istante dopo, Alice scivolava gi correndogli appresso, senza pensare a come avrebbe fatto poi per uscirne. 
La buca della conigliera filava dritta come una galleria, e poi si sprofondava cos improvvisamente che Alice non ebbe un solo istante l'idea di fermarsi: si sent cader gi rotoloni in una specie di precipizio che rassomigliava a un pozzo profondissimo. 
Una delle due: o il pozzo era straordinariamente profondo o ella ruzzolava gi con grande lentezza, perch ebbe tempo, cadendo, di guardarsi intorno e di pensar meravigliata alle conseguenze. Aguzz gli occhi, e cerc di fissare il fondo, per scoprire qualche cosa; ma in fondo era buio pesto e non si scopriva nulla. Guard le pareti del pozzo e s'accorse che erano rivestite di scaffali di biblioteche; e sparse qua e l di mappe e quadri, sospesi a chiodi. Mentre continuava a scivolare, afferr un barattolo con un'etichetta, lesse l'etichetta: Marmellata d'Arance ma, oim! con sua gran delusione, era vuoto; non volle lasciar cadere il barattolo per non ammazzare chi si fosse trovato in fondo, e quando arriv pi gi, lo depose su un altro scaffale. 
Bene, - pensava Alice, - dopo una caduta come questa, se mai mi avviene di ruzzolare per le scale, mi sembrer meno che nulla; a casa poi come mi crederanno coraggiosa! Anche a cader dal tetto non mi farebbe nessun effetto! (E probabilmente diceva la verit). 
E gi, e gi, e gi! Non finiva mai quella caduta? - Chi sa quante miglia ho fatte a quest'ora? - esclam Alice. - Forse sto per toccare il centro della terra. Gi saranno pi di quattrocento miglia di profondit. - (Alice aveva apprese molte cose di questa specie a scuola, ma quello non era il momento propizio per sfoggiare la sua erudizione, perch nessuno l'ascoltava; ma ad ogni modo non era inutile riandarle mentalmente.) - S, sar questa la vera distanza, o press'a poco,... ma vorrei sapere a qual grado di latitudine o di longitudine sono arrivata. (Alice veramente, non sapeva che fosse la latitudine o la longitudine, ma le piaceva molto pronunziare quelle parole altisonanti!) Pass qualche minuto e poi ricominci: - Forse traverso la terra! E se dovessi uscire fra quelli che camminano a capo in gi! Credo che si chiamino gli Antitodi. - Fu lieta che in quel momento non la sentisse nessuno, perch quella parola non le sonava bene... - Domanderei subito come si chiama il loro paese... Per piacere, signore,  questa la Nova Zelanda? o l'Australia? - e cerc di fare un inchino mentre parlava (figurarsi, fare un inchino, mentre si casca gi a rotta di collo! Dite, potreste voi fare un inchino?). - Ma se far una domanda simile mi prenderanno per una sciocca. No, non la far: forse trover il nome scritto in qualche parte. 
E sempre gi, e sempre gi, e sempre gi! Non avendo nulla da fare, Alice ricominci a parlare: - Stanotte Dina mi cercher. (Dina era la gatta). Spero che penseranno a darle il latte quando sar l'ora del t. Cara la mia Dina! Vorrei che tu fossi qui con me! In aria non vi son topi, ma ti potresti beccare un pipistrello: i pipistrelli somigliano ai topi. Ma i gatti, poi, mangiano i pipistrelli? - E Alice cominci a sonnecchiare, e fra sonno e veglia continu a dire fra i denti: - I gatti, poi, mangiano i pipistrelli? I gatti, poi, mangiano i pipistrelli? - E a volte: - I pipistrelli mangiano i gatti? - perch non potendo rispondere n all'una n all'altra domanda, non le importava di dirla in un modo o nell'altro. Sonnecchiava di gi e sognava di andare a braccetto con Dina dicendole con faccia grave: Dina, dimmi la verit, hai mangiato mai un pipistrello? quando, patapunfete! si trov a un tratto su un mucchio di frasche e la caduta cess. 
Non s'era fatta male e salt in piedi, svelta. Guardo in alto: era buio: ma davanti vide un lungo corridoio, nel quale camminava il Coniglio bianco frettolosamente. Non c'era tempo da perdere: Alice, come se avesse le ali, gli corse dietro, e lo sent esclamare, svoltando al gomito: - Perdinci! veramente ho fatto tardi! - Stava per raggiungerlo, ma al gomito del corridoio non vide pi il coniglio; ed essa si trov in una sala lunga e bassa, illuminata da una fila di lampade pendenti dalla volta. Intorno intorno alla sala c'erano delle porte ma tutte chiuse. Alice and su e gi, picchiando a tutte, cercando di farsene aprire qualcuna, ma invano, e malinconicamente si mise a passeggiare in mezzo alla sala, pensando a come venirne fuori. 
A un tratto si trov accanto a un tavolinetto, tutto di solido cristallo, a tre piedi: sul tavolinetto c'era una chiavetta d'oro. Subito Alice pens che la chiavetta appartenesse a una di quelle porte; ma oim! o le toppe erano troppo grandi, o la chiavetta era troppo piccola. Il fatto sta che non pot aprirne alcuna. Fatto un secondo giro nella sala, capit innanzi a una cortina bassa non ancora osservata: e dietro v'era un usciolo alto una trentina di centimetri: prov nella toppa la chiavettina d'oro, e con molta gioia vide che entrava a puntino! 
Apr l'uscio e guard in un piccolo corridoio, largo quanto una tana da topi: s'inginocchi e scorse di l dal corridoio il pi bel giardino del mondo. Oh! quanto desider di uscire da quella sala buia per correre su quei prati di fulgidi fiori, e lungo le fresche acque delle fontane; ma non c'era modo di cacciare neppure il capo nella buca. Se almeno potessi cacciarvi la testa! - pensava la povera Alice. - Ma a che servirebbe poi, se non posso farci passare le spalle! Oh, se potessi chiudermi come un telescopio! Come mi piacerebbe! Ma come si fa? E quasi andava cercando il modo. Le erano accadute tante cose straordinarie, che Alice aveva cominciato a credere che poche fossero le cose impossibili. Ma che serviva star l piantata innanzi all'uscio? Alice torn verso il tavolinetto quasi con la speranza di poter trovare un'altra chiave, o almeno un libro che indicasse la maniera di contrarsi come fa un cannocchiale: vi trov invece un'ampolla, (e certo prima non c'era, - disse Alice), con un cartello sul quale era stampato a lettere di scatola: Bevi. 
-  una parola, bevi! - Alice che era una bambina prudente, non volle bere. - Voglio vedere se c' scritto: Veleno - disse, perch aveva letto molti raccontini intorno a fanciulli ch'erano stati arsi, e mangiati vivi da bestie feroci, e cose simili, e tutto perch non erano stati prudenti, e non s'erano ricordati degl'insegnamenti ricevuti in casa e a scuola; come per esempio, di non maneggiare le molle infocate perch scottano; di non maneggiare il coltello perch taglia e dalla ferita esce il sangue; e non aveva dimenticato quell'altro avvertimento: Se tu bevi da una bottiglia che porta la scritta Veleno, prima o poi ti sentirai male. 
Ma quell'ampolla non aveva l'iscrizione Veleno. Quindi Alice si arrischi a berne un sorso. Era una bevanda deliziosa (aveva un sapore misto di torta di ciliegie, di crema, d'ananasso, di gallinaccio arrosto, di torrone, e di crostini imburrati) e la tracann d'un fiato. 
- Che curiosa impressione! - disse Alice, - mi sembra di contrarmi come un cannocchiale! 
Proprio cos. Ella non era pi che d'una ventina di centimetri d'altezza, e il suo grazioso visino s'irradi tutto pensando che finalmente ella era ridotta alla giusta statura per passar per quell'uscio, ed uscire in giardino. Prima attese qualche minuto per vedere se mai diventasse pi piccola ancora.  vero che prov un certo sgomento di quella riduzione: - perch, chi sa, potrei rimpicciolire tanto da sparire come una candela, - si disse Alice. - E allora a chi somiglierei? - E cerc di farsi un'idea dell'apparenza della fiamma d'una candela spenta, perch non poteva nemmeno ricordarsi di non aver mai veduto niente di simile! 
Pass qualche momento, e poi vedendo che non le avveniva nient'altro, si prepar ad uscire in giardino. Ma, povera Alice, quando di fronte alla porticina si accorse di aver dimenticata la chiavetta d'oro, e quando corse al tavolo dove l'aveva lasciata, rilev che non poteva pi giungervi: vedeva chiaramente la chiave attraverso il cristallo, e si sforz di arrampicarsi ad una delle gambe del tavolo, e di salirvi, ma era troppo sdrucciolevole. Dopo essersi chi sa quanto affaticata per vincere quella difficolt, la poverina si sedette in terra e pianse.
- S, ma che vale abbandonarsi al pianto! - si disse Alice. - Ti consiglio invece, cara mia, di finirla con quel piagnucolo! 
Di solito ella si dava dei buoni consigli (bench raramente poi li seguisse), e a volte poi si rimproverava con tanta severit che ne piangeva. Si ramment che una volta stava l l per schiaffeggiarsi, per aver rubato dei punti in una partita di croquet giocata contro s stessa; perch quella strana fanciulla si divertiva a credere di essere in due. Ma ora  inutile voler credermi in due - pens la povera Alice, - mi resta appena tanto da formare un'unica bambina. 
Ecco che vide sotto il tavolo una cassettina di cristallo. L'apr e vi trov un piccolo pasticcino, sul quale con uva di Corinto era scritto in bei caratteri Mangia. - Bene! manger, - si disse Alice, - e se mi far crescere molto, giunger ad afferrare la chiavetta, e se mi far rimpicciolire mi insinuer sotto l'uscio: in un modo o nell'altro arriver nel giardino, e poi sar quel che sar! 
Ne mangi un pezzetto, e, mettendosi la mano in testa, esclam ansiosa: Ecco, ecco! per avvertire il suo cambiamento; ma rest sorpresa nel vedersi della stessa statura. Certo avviene sempre cos a quanti mangiano pasticcini; ma Alice s'era tanto abituata ad assistere a cose straordinarie, che le sembrava stupido che la vita si svolgesse in modo naturale. 
E torn alla carica e in pochi istanti aveva mangiato tutto il pasticcino. 

II

LO STAGNO DI LAGRIME


- Stranissimo, e sempre pi stranissimo! esclam Alice (era tanta la sua meraviglia che non sapeva pi parlare correttamente) - mi allungo come un cannocchiale, come il pi grande cannocchiale del mondo! Addio piedi! (perch appena si guard i piedi le sembr di perderli di vista, tanto s'allontanavano.) - Oh i miei poveri piedi! chi mai v'infiler pi le calze e vi metter le scarpe? Io non potr pi farlo! Sar tanto lontana che non potr pi pensare a voi: bisogna che vi adattiate. Eppure bisognerebbe che io li trattassi bene, - pens Alice, - se no, non vorranno andare dove voglio andare io! Vediamo un po'... ogni anno a Natale regaler loro un bel paio di stivaletti! 
E andava nel cervello mulinando come dovesse fare. 
Li mander per mezzo del procaccia, - ella pensava, - ma sar curioso mandar a regalar le scarpe ai propri piedi! E che strano indirizzo! 

<I>Al signor Piedestro d'Alice</I>
Tappeto
<I>Accanto al parafuoco</I>
(con i saluti di Alice)

Poveretta me! quante sciocchezze dico! 
In quel momento la testa le urt contro la volta della sala: aveva pi di due metri e settanta di altezza! Subito afferr la chiavettina d'oro e via verso la porta del giardino. 
Povera Alice! Non pot far altro che sedersi in terra, poggiandosi di fianco per guardare il giardino con la coda dell'occhio; ma entrarvi era pi difficile che mai: si sed di nuovo dunque e si rimise a piangere. 
- Ti dovresti vergognare, - si disse Alice, - figurarsi, una ragazzona come te (e davvero lo poteva dire allora) mettersi a piangere. Smetti, ti dico! - Pure continu a versar lagrime a fiotti, tanto che riusc a formare uno stagno intorno a s di pi d'un decimetro di altezza, e largo pi di met della sala. 
Qualche minuto dopo sent in lontananza come uno scalpiccio; e si asciug in fretta gli occhi, per vedere chi fosse. Era il Coniglio bianco di ritorno, splendidamente vestito, con un paio di guanti bianchi in una mano, e un gran ventaglio nell'altra: trotterellava frettolosamente e mormorava: Oh! la Duchessa, la Duchessa! Monter certamente in bestia. L'ho fatta tanto attendere! Alice era cos disperata, che avrebbe chiesto aiuto a chiunque le fosse capitato: cos quando il Coniglio le pass accanto, gli disse con voce tremula e sommessa: - Di grazia, signore... Il Coniglio sussult, lasci cadere a terra i guanti e il ventaglio, e in mezzo a quel buio si mise a correre di sghembo precipitosamente. 
Alice raccolse il ventaglio e i guanti, e perch la sala sembrava una serra si rinfresc facendosi vento e parlando fra s: - Povera me! Come ogni cosa  strana oggi! Pure ieri le cose andavano secondo il loro solito. Non mi meraviglierei se stanotte fossi stata cambiata! Vediamo: non son stata io, io in persona a levarmi questa mattina? Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un po' diversa. Ma se non sono la stessa dovr domandarmi: Chi sono dunque? Questo  il problema. - E ripens a tutte le bambine che conosceva, della sua stessa et, per veder se non fosse per caso una di loro. 
- Certo non sono Ada, - disse, - perch i suoi capelli sono ricci e i miei no. Non sono Isabella, perch io so tante belle cose e quella poverina  tanto ignorante! e poi Isabella  Isabella e io sono io. Povera me! in che imbroglio sono! Proviamo se mi ricordo tutte le cose che sapevo una volta: quattro volte cinque fanno dodici, e quattro volte sei fanno tredici, e quattro volte sette fanno... Oim! Se vado di questo passo non giunger mai a venti! Del resto la tavola pitagorica non significa niente: proviamo la geografia: Londra  la capitale di Parigi, e Parigi  la capitale di Roma, e Roma... no, sbaglio tutto! Davvero che debbo essere Isabella! Prover a recitare La vispa Teresa; incroci le mani sul petto, come se stesse per ripetere una lezione, e cominci a recitare quella poesiola, ma la sua voce sonava strana e roca, e le parole non le uscivano dalle labbra come una volta: 

La vispa Teresa 
avea su una fetta 
di pane sorpresa 
gentile cornetta; 
e tutta giuliva
a chiunque l'udiva 
gridava a distesa:
- L'ho intesa, l'ho intesa! - 

- Mi pare che le vere parole della poesia non siano queste, - disse la povera Alice, e le tornarono i lagrimoni. - Insomma, - continu a dire, - forse sono Isabella, dovr andare ad abitare in quella stamberga, e non aver pi balocchi, e tante lezioni da imparare! Ma se sono Isabella, caschi il mondo, rester qui! Inutilmente, cari miei, caccerete il capo dal soffitto per dirmi: Carina, vieni su! Lever soltanto gli occhi e dir: Chi sono io? Ditemi prima chi sono. Se sar quella che voi cercate, verr su; se no, rester qui inchiodata finch non sar qualche altra. Ma oim! - esclam Alice con un torrente di lagrime: - Vorrei che qualcuno s'affacciasse lass! Son tanto stanca di esser qui sola! 
E si guard le mani, e si stup vedendo che s'era infilato uno dei guanti lasciati cadere dal Coniglio. - Come mai, - disse, - sono ridiventata piccina?
Si lev, s'avvicin al tavolo per misurarvisi; e osserv che s'era ridotta a circa sessanta centimetri di altezza e che andava rapidamente rimpicciolendosi: indovin che la cagione di quella nuova trasformazione era il ventaglio che aveva in mano. Lo butt subito a terra. Era tempo; se no, si sarebbe assottigliata tanto che sarebbe interamente scomparsa. 
- L'ho scampata bella! - disse Alice tutta sgomenta di quell'improvviso cambiamento, ma lieta di esistere ancora. - E ora andiamo in giardino! - Si diresse subito verso l'usciolino; ma ahi! l'usciolino era chiuso, e la chiavettina d'oro era sul tavolo come prima. Si va male, - pens la bambina disperata, - non sono stata mai cos piccina! E dichiaro che tutto questo non mi piace, non mi piace, non mi piace! 
Mentre diceva cos, sdrucciol e punfete! affond fino al mento nell'acqua salsa. Sulle prime cred di essere caduta in mare e: In tal caso, potr tornare a casa in ferrovia - disse fra s. (Alice era stata ai bagni e d'allora immaginava che dovunque s'andasse verso la spiaggia si trovassero capanni sulla sabbia, ragazzi che scavassero l'arena, e una fila di villini, e di dietro una stazione di strada ferrata). Ma subito si avvide che era caduta nello stagno delle lagrime versate da lei quando aveva due e settanta di altezza. 
Peccato ch'io abbia pianto tanto! - disse Alice, nuotando e cercando di giungere a riva. - Ora s che sar punita, naufragando nelle mie stesse lagrime! Sar proprio una cosa straordinaria! Ma tutto  straordinario oggi! 
E sentendo qualche cosa sguazzare nello stagno, si volse e le parve vedere un vitello marino o un ippopotamo, ma si ricord d'essere in quel momento assai piccina, e s'accorse che l'ippopotamo non era altro che un topo, cascato come lei nello stagno. 
Pensava Alice: Sarebbe bene, forse, parlare a questo topo. Ogni cosa  strana quaggi che non mi stupirei se mi rispondesse. A ogni modo, proviamo. - E cominci: - O topo, sai la via per uscire da questo stagno? O topo, io mi sento veramente stanca di nuotare qui. - Alice pensava che quello fosse il modo migliore di parlare a un topo: non aveva parlato a un topo prima, ma ricordava di aver letto nella grammatica latina di suo fratello: Un topo - di un topo - a un topo - un topo. - Il topo la guard, la squadr ben bene co' suoi occhiettini ma non rispose. 
- Forse non capisce la mia lingua, - disse Alice; - forse  un francese, ed  venuto qui con l'esercito napoleonico: - Con tutte le sue nozioni storiche, Alice non sapeva esattamente quel che si dicesse. E riprese: O est ma chatte? che era la prima frase del suo libriccino di francese. Il topo fece un salto nell'acqua e trem come una canna al vento. 
- Scusami, - soggiunse Alice, avvedendosi di aver scossi i nervi delicati della bestiola. - Non ho pensato che a te non piacciono i gatti. 
- Come mi possono piacere i gatti? - domand il topo con voce stridula e sdegnata - Piacerebbero a te i gatti, se fossi in me? 
- Forse no, - rispose Alice carezzevolmente, - ma non ti adirare, sai! E pure, se ti facessi veder Dina, la mia gatta, te ne innamoreresti.  una bestia cos tranquilla e bella. - E nuotando di mala voglia e parlando a volte a s stessa, Alice continuava: - E fa cos bene le fusa quando si accovaccia accanto al fuoco, leccandosi le zampe e lavandosi il muso, ed  cos soffice e soave quando l'accarezzo, ed  cos svelta ad acchiappare i topi... Oh! scusa! - esclam di nuovo Alice, perch il topo aveva il pelo tutto arruffato e pareva straordinariamente offeso. - No, non ne parleremo pi, se ti dispiace.
- Gi, non ne parleremo, - grid il Topo, che aveva la tremarella fino alla punta dei baffi. - Come se stessi io a parlar di gatti! La nostra famiglia ha odiato sempre i gatti; bestie sozze, volgari e basse! non me li nominare pi. 
- No, no! - rispose volonterosa Alice, e cambiando discorso, aggiunse: - Di', ti piacciono forse... ti piacciono... i cani? - Il topo non rispose, e Alice continu: - vicino a casa mia abita un bellissimo cagnolino, se lo vedessi! Ha certi begli occhi luccicanti, il pelo cenere, riccio e lungo! Raccoglie gli oggetti che gli si gettano e siede sulle gambe di dietro per chiedere lo zucchero, e fa tante altre belle cosettine... non ne ricordo neppure la met... appartiene a un fattore, il quale dice che la sua bestiolina vale un tesoro, perch gli  molto utile, e uccide tutti i topi... oim! - esclam Alice tutta sconsolata: - Temo di averti offeso di nuovo! - E veramente l'aveva offeso, perch il Topo si allontan, nuotando in furia e agitando le acque dello stagno.
Alice lo richiam con tono soave: - Topo caro, vieni qua; ti prometto di non parlar pi di gatti e di cani! - Il Topo si volt nuotando lentamente: aveva il muso pallido (d'ira, pensava Alice) e disse con voce tremante: - Approdiamo, e ti racconter la mia storia. Comprenderai perch io detesti tanto i gatti e i cani. 
Era tempo d'uscire, perch lo stagno si popolava di uccelli e d'altri animali cadutivisi dentro: un'anitra, un Dronte, un Lori, un Aquilotto, ed altre bestie curiose. Alice si mise alla loro testa e tutti la seguirono alla riva.

III

CORSA SCOMPIGLIATA 
RACCONTO CON LA CODA

L'assemblea che si raccolse sulla riva era molto bizzarra. Figurarsi, gli uccelli avevano le penne inzuppate, e gli altri animali, col pelo incollato ai corpi, grondavano tutti acqua tristi e melanconici. 
La prima questione, messa sul tappeto, fu naturalmente il mezzo per asciugarsi: si consultarono tutti, e Alice dopo poco si mise a parlar familiarmente con loro, come se li conoscesse da un secolo uno per uno. Discusse lungamente col Lori, ma tosto costui le mostr un viso accigliato, dicendo perentoriamente: - Son pi vecchio di te, perci ne so pi di te; - ma Alice non volle convenirne se prima non le avesse detto quanti anni aveva. Il Lori non volle dirglielo, e la loro conversazione fu troncata. 
Il Topo, che sembrava persona d'una certa autorit fra loro, grid: 
- Si seggano, signori, e mi ascoltino! In pochi momenti seccher tutti! - Tutti sedettero in giro al Topo. Alice si mise a guardare con una certa ansia, convinta che se non si fosse rasciugata presto, si sarebbe beccato un catarro coi fiocchi. 
- Ehm! - disse il Topo, con accento autorevole, - siete tutti all'ordine? Questa domanda  bastantemente secca, mi pare! Silenzio tutti, per piacere! Guglielmo il Conquistatore, la cui causa era favorita dal papa, fu subito sottomesso dagli inglesi...
- Uuff! - fece il Lori con un brivido. 
- Scusa! - disse il Topo con cipiglio, ma con molta cortesia: - Dicevi qualche cosa? 
- Niente affatto! - rispose in fretta il Lori. 
- M'era parso di s - soggiunse il Topo. - Continuo: Edwin e Morcar, i conti di Mercia e Northumbria, si dichiararono per lui; e anche, Stigand, il patriottico arcivescovo di Canterbury, trov che... - Che cosa? - disse l'anitra. 
Trovo che - replic vivamente il Topo - tu sai che significa che? 
Significa una cosa, quando trovo qualche cosa? - rispose l'Anitra; - un ranocchio o un verme. Si tratta di sapere che cosa trov l'arcivescovo di Canterbury. 
Il Topo non le bad e continu: - Trov che era opportuno andare con Edgar Antheling incontro a Guglielmo per offrirgli la corona. In principio Guglielmo us moderazione; ma l'insolenza dei Normanni... Ebbene, cara, come stai ora? - disse rivolto ad Alice. 
- Bagnata come un pulcino, - rispose Alice afflitta, - mi sembra che il tuo racconto secchi, ma non asciughi affatto. 
- In questo caso, - disse il Dronte in tono solenne, levandosi in piedi, - propongo che l'assemblea si aggiorni per l'adozione di rimedi pi energici...
Ma parla italiano! - esclam l'Aquilotto. - Non capisco neppur la met di quei tuoi paroloni, e forse tu stesso non ne capisci un'acca. - L'Aquilotto chin la testa per nascondere un sorriso, ma alcuni degli uccelli si misero a sghignazzare sinceramente. 
- Volevo dire, - continu il Dronte, offeso, - che il miglior modo di asciugarsi sarebbe di fare una corsa scompigliata. 
- Che  la corsa scompigliata? - domand Alice. Non le premeva molto di saperlo, ma il Dronte taceva come se qualcheduno dovesse parlare, mentre nessuno sembrava disposto ad aprire bocca o becco. 
- Ecco, - disse il Dronte, - il miglior modo di spiegarla  farla. - (E siccome vi potrebbe venire in mente di provare questa corsa in qualche giorno d'inverno, vi dir come la diresse il Dronte.) 
Prima tracci la linea dello steccato, una specie di circolo, (- che la forma sia esatta o no, non importa, - disse) e poi tutta la brigata entr nello steccato disponendosi in questo o in quel punto. Non si ud: - Uno, due tre... via! 'ma tutti cominciarono a correre a piacere; e si fermarono quando vollero, di modo che non si seppe quando la corsa fosse terminata. A ogni modo, dopo che ebbero corso una mezz'ora o quasi, e si sentirono tutti bene asciugati, il Dronte esclam: - La corsa  finita! - e tutti lo circondarono anelanti domandando: - Ma chi ha vinto? 
Per il Dronte non era facile rispondere, perci sedette e rest a lungo con un dito appoggiato alla fronte (tale e quale si rappresenta Shakespeare nei ritratti), mentre gli altri tacevano. Finalmente il Dronte disse: - Tutti hanno vinto e tutti debbono essere premiati. 
-. Ma chi distribuir i premi? - replic un coro di voci. 
- Lei, s'intende! - disse il Dronte, indicando con un dito Alice. E tutti le si affollarono intorno; gridando confusamente: - I premi! i premi! 
Alice non sapeva che fare, e nella disperazione si cacci le mani in tasca, e ne cav una scatola di confetti (per buona sorte non v'era entrata l'acqua,) e li distribu in giro. Ce n'era appunto uno per ciascuno. - Ma dovrebbe esser premiata anche lei, - disse il Topo. 
Naturalmente, - soggiunse gravemente il Dronte; - Che altro hai in tasca? - chiese ad Alice. 
- Un ditale, rispose mestamente la fanciulla. 
Di qui, - replic il Dronte. 
E tutti l'accerchiarono di nuovo, mentre il Dronte con molta gravit le offriva il ditale, dicendo: - La preghiamo di accettare quest'elegante ditale; - e tutti applaudirono a quel breve discorso. 
Bisognava ora mangiare i confetti; cosa che cagion un po' di rumore e di confusione, perch gli uccelli grandi si lagnavano che non avevano potuto assaporarli, e i piccoli, avendoli inghiottiti d'un colpo, corsero il rischio di strozzarsi e si dov picchiarli sulla schiena. Ma anche questo fin, e sedettero in circolo pregando il Topo di dire qualche altra cosa. 
- Ricordati che mi hai promesso di narrarmi la tua storia, - disse Alice, - e la ragione per cui tu odii i G. e i C., - soggiunse sommessamente, temendo di offenderlo di nuovo. 
- La mia storia  lunga e triste e con la coda! - rispose il Topo, sospirando. 
- Certo  una coda lunga, - disse Alice, guardando con meraviglia la coda del topo, - ma perch la chiami trista? - E continu a pensarci impacciata, mentre il Topo parlava. Cos l'idea che ella si fece di quella storia con la coda fu press'a poco questa: 

Furietta disse
al Topo 
che avea
sorpreso 
in casa:
Andiamo
in tribunale;
per farti
processare
Non voglio 
le tue scuse,
o Topo 
scellerato. 
Quest'oggi
non ho niente
nel mio villin
da fare. - 
Disse a
Furietta
il Topo:
Ma come
andare
in Corte? 
Senza giurati
e giudici 
Sarebbe
una vendetta!
Sar giurato 
e giudice,
rispose
Furietta,
E passer
soffiando
la tua
sentenza
a morte.

Tu non stai attenta! - disse il Topo ad Alice severamente. - A che cosa pensi? 
- Scusami, - rispose umilmente Alice: - sei giunto alla quinta vertebra della coda, non  vero? 
- No, do...po, - riprese il Topo irato, scandendo le sillabe. 
- C' un nodo? - esclam Alice sempre pronta e servizievole, e guardandosi intorno. - Ti aiuter a scioglierlo! 
- Niente affatto! - rispose il Topo, levandosi e facendo l'atto di andarsene. Tu m'insulti dicendo tali sciocchezze! 
- Ma, no! - disse Alice con umilt. - Tu t'offendi con facilit! 
Per tutta risposta il Topo si mise a borbottare. - Per piacere, ritorna e finisci il tuo racconto! - grid Alice; e tutti gli altri s'unirono in coro: - Via finisci il racconto! - Ma il Topo croll il capo con un moto d'impazienza, e affrett il passo. 
- Peccato che non sia rimasto! - disse sospirando il Lori; appena il Topo si fu dileguato. Un vecchio granchio colse quell'occasione per dire alla sua piccina: - Amor mio, ti serva di lezione, e bada di non adirarti mai! 
- Pap, - disse la piccina sdegnosa, - tu stancheresti anche la pazienza d'un'ostrica! 
- Ah, se Dina fosse qui! - disse Alice parlando ad alta voce, ma senza rivolgersi particolarmente
a nessuno. - Lo riporterebbe indietro subito! 
- Scusa la domanda, chi  Dina? - domando il Lori. 
Alice rispose sollecitamente sempre pronta a parlare del suo animale prediletto: - La mia gatta. Fa prodigi, quando caccia i topi! E se la vedessi correr dietro gli uccelli! Un uccellino lo fa sparire in un boccone. 
Questo discorso produsse una grande impressione nell'assemblea. Alcuni uccelli spiccarono immediatamente il volo: una vecchia gazza si avvilupp ben bene dicendo: -  tempo di tornare a casa; l'aria notturna mi fa male alla gola! - Un canarino chiam con voce tremula tutti i suoi piccini. - Via, via cari miei!  tempo di andare a letto! - Ciascuno trov un pretesto per andarsene, e Alice rimase sola.
Non dovevo nominare Dina! - disse malinconicamente tra s. - Pare che quaggi nessuno le voglia bene; ed  la migliore gatta del mondo! Oh, cara Dina, chi sa se ti rivedr mai pi! E la povera Alice ricominci a piangere, perch si sentiva soletta e sconsolata. Ma alcuni momenti dopo avvert di nuovo uno scalpiccio in lontananza, e guard fissamente nella speranza che il Topo, dopo averci ripensato, tornasse per finire il suo racconto.

IV

LA CASETTINA DEL CONIGLIO

Era il Coniglio bianco che tornava trotterellando bel bello e guardandosi ansiosamente intorno, come avesse smarrito qualche cosa, e mormorando tra s: Oh la duchessa! la duchessa! Oh zampe care! pelle e baffi miei, siete accomodati per le feste ora! Ella mi far ghigliottinare, quant' vero che le donnole sono donnole! Ma dove li ho perduti? 
Alice indovin subito ch'egli andava in traccia del ventaglio e del paio di guanti bianchi, e, buona e servizievole com'era, si diede un gran da fare per ritrovarli. Ma invano. Tutto sembrava trasformato dal momento che era caduta nello stagno; e la gran sala col tavolino di cristallo, e la porticina erano interamente svanite. 
Non appena il Coniglio si accorse di Alice affannata alla ricerca, grid in tono d'ira: - Marianna, che fai qui? Corri subito a casa e portami un paio di guanti e un ventaglio! Presto, presto! - 
Alice fu cos impaurita da quella voce, che, senz'altro, corse velocemente verso il luogo indicato, senza dir nulla sull'equivoco del Coniglio.
Mi ha presa per la sua cameriera, - disse fra s, mentre continuava a correre. - E si sorprender molto quando sapr chi sono! Ma  meglio portargli il ventaglio e i guanti, se pure potr trovarli.
E cos dicendo, giunse innanzi a una bella casettina che aveva sull'uscio una lastra di ottone lucente, con questo nome: <I>G. Coniglio.</I> Entr senza picchiare, e in fretta fece tutta la scala, temendo d'incontrare la vera Marianna, ed essere da lei espulsa di l prima di trovare il ventaglio e i guanti.
Strano, - pensava Alice, - essere mandata da un Coniglio a far dei servizi! Non mi meraviglier, se una volta o l'altra, Dina mi mander a sbrigare delle commissioni per lei! E cominci a fantasticare intorno alle probabili scene: Signorina Alice! Venga qui subito, e si prepari per la passeggiata! Eccomi qui, zia! Ma dovrei far la guardia a questo buco fino al ritorno di Dina, perch non ne scappi il topo... Ma non posso credere, - continu Alice, - che si permetterebbe a Dina di rimanere in casa nostra, se cominciasse a comandare la gente a questo modo.
In quell'atto era entrata in una graziosa cameretta, con un tavolo nel vano della finestra. Sul tavolo c'era, come Alice aveva sperato, un ventaglio e due o tre paia di guanti bianchi e freschi; prese il ventaglio e un paio di guanti, e si prepar ad uscire, quando accanto allo specchio scorse una boccettina. Questa volta non v'era alcuna etichetta con la parola Bevi. Pur nondimeno la stapp e se la port alle labbra. Qualche cosa di straordinario mi accade tutte le volte che bevo o mangio, - disse fra s; vediamo dunque che mi far questa bottiglia. Spero che mi far crescere di nuovo, perch son proprio stanca di essere cos piccina! 
E cos avvenne, prima di quando s'aspettasse: non aveva ancor bevuto met della boccettina che urt con la testa contro la volta, di modo che dovette abbassarsi subito, per non rischiare di rompersi l'osso del collo. Subito depose la fiala dicendo: - Basta per ora, spero di non crescere di pi; ma intanto come far ad uscire! Se avessi bevuto un po' meno! 
Oim! troppo tardi! Continu a crescere, a crescere, e presto dovette inginocchiarsi, perch non poteva pi star in piedi; e dopo un altro minuto non c'era pi spazio neanche per stare inginocchiata. Dovette sdraiarsi con un gomito contro l'uscio, e con un braccio intorno al capo. E cresceva ancora. Con un estremo sforzo, cacci una mano fuori della finestra, ficc un piede nel caminetto, e si disse: Qualunque cosa accada non posso far di pi. Che sar di me? 
Fortunatamente, la virt della boccettina magica aveva prodotto il suo massimo effetto, ed Alice non crebbe pi: ma avvertiva un certo malessere, e, giacch non era probabile uscire da quella gabbia, non c' da stupire se si giudic infelicissima: 
Stavo cos bene a casa! - pens la povera Alice, - senza diventar grande o piccola e sentirmi comandare dai sorci e dai conigli. Ah; se non fossi discesa nella conigliera!... e pure... e pure... questo genere di vita  curioso! Ma che cosa mi  avvenuto? Quando leggevo i racconti delle fate, credevo che queste cose non accadessero mai, ed ora eccomi un perfetto racconto di fate. Si dovrebbe scrivere un libro sulle mie avventure, si dovrebbe! Quando sar grande lo scriver io... Ma sono gi grande, - soggiunse afflitta, - e qui non c' spazio per crescere di pi. Ma come, - pens Alice, - non sar mai maggiore di quanto sono adesso? Da una parte, sarebbe un bene non diventare mai vecchia; ma da un'altra parte dovrei imparare sempre le lezioni, e mi seccherebbe! Ah sciocca che sei! - rispose Alice a s stessa. - Come potrei imparare le lezioni qui? C' appena posto per me! I libri non c'entrano! 
E continu cos, interrogandosi e rispondendosi, sostenendo una conversazione tra Alice e Alice; ma dopo pochi minuti sent una voce di fuori, e si ferm per ascoltare. 
- Marianna! Marianna! - diceva la voce, - portami subito i guanti! - Poi s'ud uno scalpiccio per la scala. Alice pens che il Coniglio venisse per sollecitarla e trem da scuotere la casa, dimenticando d'esser diventata mille volte pi grande del Coniglio, e che non aveva alcuna ragione di spaventarsi. 
Il Coniglio giunse alla porta, e cerc di aprirla. Ma la porta si apriva al di dentro e il gomito d'Alice era puntellato di dietro; cos che ogni sforzo fu vano. Alice ud che il Coniglio diceva tra s: 
- Andr dalla parte di dietro, ed entrer dalla finestra.
Non ci entrerai! pens Alice, e aspett sinch le parve che il Coniglio fosse arrivato sotto la finestra. Allora apr d'un tratto la mano e fece un gesto in aria. Non afferr nulla; ma sent delle piccole strida e il rumore d'una caduta, poi un fracasso di vetri rotti e comprese che il poverino probabilmente era cascato su qualche campana di cocomeri o qualche cosa di simile. 
Poi s'ud una voce adirata, quella del Coniglio: - Pietro! Pietro! - Dove sei? - E una voce ch'essa non aveva mai sentita: - Sono qui! Stavo scavando le patate, eccellenza! 
Scavando le patate! - fece il Coniglio, pieno d'ira. - Vieni qua! Aiutami ad uscire di qui...! - Si sent un secondo fracasso di vetri infranti
- Dimmi, Pietro, che c' lass alla finestra? 
- Perbacco!  un braccio, eccellenza! 
- Un braccio! Zitto, bestia! Esistono braccia cos grosse? Riempie tutta la finestra! 
- Certo, eccellenza: eppure  un braccio! 
- Bene, ma che c'entra con la mia finestra? Va a levarlo! 
Vi fu un lungo silenzio, poi Alice sent qua e l un bisbiglio, e un dialogo come questo: 
Davvero non me la sento, eccellenza, per nulla affatto! - Fa come ti dico, vigliacco! - E allora Alice di nuovo apr la mano e fece un gesto in aria. Questa volta si udirono due strilli acuti, e un nuovo fracasso di vetri. 
Quante campane di vetro ci sono laggi! - pens Alice. Chi sa che faranno dopo! Magari potessero cacciarmi fuori dalla finestra. Certo non intendo di rimanere qui! 
Attese un poco senza udire pi nulla; finalmente s'ud un cigolo di ruote di carri e molte voci che parlavano insieme. Essa pot afferrare queste parole: - Dov' l'altra scala?... Ma io non dovevo portarne che una... Guglielmo ha l'altra. Guglielmo! portala qui. Su, appoggiala a quest'angolo... No, no, lgale insieme prima. Non vedi che non arrivano neppure a met!... Oh! vi arriveranno! Non fare il difficile!... Qua, Guglielmo, afferra questa fune... Ma regger il tetto? Bada a quella tegola che si muove.... Ehi! casca! attenti alla testa! Punfete Chi  stato? Guglielmo, immagino!... Chi andr gi per il camino?... Io no!... Vuoi andare tu?... No, neppure io!... Scender Guglielmo!... Ohi! Guglielmo! il padrone dice che devi scendere gi nel camino! 
Magnifico! - disse Alice fra s. - Cos questo Guglielmo scender dal camino? Pare che quei signori aspettino tutto da Guglielmo! Non vorrei essere nei suoi panni. Il camino  molto stretto, ma qualche calcio, credo, glielo potr assestare. 
E ritir il piede pi che pot lungi dal camino, ed attese sinch sent un animaletto (senza che potesse indovinare a che specie appartenesse) che raschiava e scendeva adagino adagino per la canna del camino. -  Guglielmo! - ella disse, e tir un gran calcio, aspettando il seguito. 
La prima cosa che sent fu un coro di voci che diceva: - Ecco Guglielmo che vola! - e poi la voce sola del Coniglio: - Pigliatelo voi altri presso la siepe! - e poi silenzio, e poi di nuovo una gran confusione di voci... - Sostenetegli il capo... un po' d'acquavite... Non lo strozzate... Com' andata amico?... Che cosa ti  accaduto? Racconta! 
Finalmente si sent una vocina esile e stridula (- Guglielmo, - pens Alice): - Veramente, non so. Basta, grazie, ora mi sento meglio... ma son troppo agitato per raccontarvelo... tutto quello che mi ricordo si  qualche cosa come un babau che m'ha fatto saltare in aria come un razzo! 
- Davvero, poveretto! - dissero gli altri. 
- Si deve appiccar fuoco alla casa! - esclam la voce del Coniglio; ma Alice grid subito con quanta forza aveva in gola: - Se lo fate, guai! Vi far acchiappare da Dina! 
Si fece immediatamente un silenzio mortale, e Alice disse fra s: Chi sa che faranno ora! Se avessero tanto di cervello in testa scoperchierebbero la casa. 
Dopo uno o due minuti cominciarono a muoversi di nuovo e sent il Coniglio dire: - Baster una carriola piena per cominciare. - 
Piena di che? - pens Alice; ma non rest molto in dubbio, perch subito una grandine di sassolini cominci a tintinnare contro la finestra ed alcuni la colpirono in faccia. Bisogna finirla! - pens Alice, e strill: - Non vi provate pi! - Successe di nuovo un silenzio di tomba. 
Alice osserv con sorpresa che i sassolini si trasformavano in pasticcini, toccando il pavimento, e subito un'idea la fece sussultare di gioia: - Se mangio uno di questi pasticcini, - disse, - certo avverr un mutamento nella mia statura. Giacch non potranno farmi pi grande, mi faranno forse pi piccola. 
E ingoi un pasticcino, e si rallegr di veder che cominciava a contrarsi. Appena si sent piccina abbastanza per uscir dalla porta, scapp da quella casa, e incontr una folla di piccoli animali e d'uccelli che aspettavano fuori. La povera Lucertola (era Guglielmo) stava nel mezzo, sostenuta da due Porcellini d'India, che la facevano bere da una bottiglia. Appena comparve Alice, tutti le si scagliarono contro; ma la fanciulla si mise a correre pi velocemente che le fu possibile, e ripar incolume in un folto bosco. 
La prima cosa che dovr fare, - pens Alice, vagando nel bosco, -  di ricrescere e giungere alla mia statura normale; la seconda, di trovare la via per entrare in quel bel giardino. Credo che non ci sia altro di meglio da fare. 
Il suo progetto era eccellente, senza dubbio; ma la difficolt stava nel fatto ch'ella non sapeva di dove cominciare a metterlo in atto. Mentre aguzzava gli occhi, guardando fra gli alberi della foresta, un piccolo latrato acuto al di sopra di lei la fece guardare in su presto presto. 
Un enorme cucciolo la squadrava con i suoi occhi tondi ed enormi, e allungando una zampa cercava di toccarla. - Poverino! - disse Alice in tono carezzevole, e per ammansirlo si prov a dirgli: - Te', te'! - ma tremava come una canna, pensando che forse era affamato. In questo caso esso l'avrebbe probabilmente divorata, nonostante tutte le sue carezze. 
Per far la disinvolta, prese un ramoscello e lo present al cagnolino; il quale diede un balzo in aria come una palla con un latrato di gioia, e s'avvent al ramoscello come per sbranarlo. Allora Alice si mise cautamente dietro un cardo altissimo per non esser travolta; quando si affacci dall'altro lato, il cagnolino s'era avventato nuovamente al ramoscello, ed aveva fatto un capitombolo nella furia di afferrarlo. Ma ad Alice sembr che fosse come voler scherzare con un cavallo da trasporto. Temendo d'esser calpestata dalle zampe della bestia, si rifugi di nuovo dietro al cardo: allora il cagnolino cominci una serie di cariche contro il ramoscello, andando sempre pi in l, e rimanendo sempre pi in qua del necessario, abbaiando raucamente sinch non s'acquatt ansante a una certa distanza con la lingua penzoloni, e i grandi occhi semichiusi. 
Alice colse quell'occasione per scappare. Corse tanto da perdere il fiato, sinch il latrato del cagnolino si perse in lontananza. 
- E pure che bel cucciolo che era! - disse Alice, appoggiandosi a un ranuncolo e facendosi vento con una delle sue foglie. - Oh, avrei voluto insegnargli dei giuochi se... se fossi stata d'una statura adatta! Poveretta me! avevo dimenticato che avevo bisogno di crescere ancora! Vediamo, come debbo fare? Forse dovrei mangiare o bere qualche cosa; ma che cosa? 
Il problema era questo: che cosa? Alice guard intorno fra i fiori e i fili d'erba; ma non pot veder nulla che le sembrasse adatto a mangiare o a bere per l'occasione. C'era per un grosso fungo vicino a lei, press'a poco alto quanto lei; e dopo che l'ebbe esaminato di sotto, ai lati e di dietro, le parve cosa naturale di vedere che ci fosse di sopra. 
Alzandosi in punta dei piedi, si affacci all'orlo del fungo, e gli occhi suoi s'incontrarono con quelli d'un grosso Bruco turchino che se ne stava seduto nel centro con le braccia conserte, fumando tranquillamente una lunga pipa, e non facendo la minima attenzione ne a lei, n ad altro. 

V

CONSIGLI DEL BRUCO

Il Bruco e Alice si guardarono a vicenda per qualche tempo in silenzio; finalmente il Bruco stacc la pipa di bocca, e le parl con voce languida e sonnacchiosa: 
Chi sei? - disse il Bruco. 
Non era un bel principio di conversazione. Alice rispose con qualche timidezza: - Davvero non te lo saprei dire ora. So dirti chi fossi, quando mi son levata questa mattina, ma d'allora credo di essere stata cambiata parecchie volte. 
- Che cosa mi vai contando? - disse austeramente il Bruco. - Spiegati meglio. 
- Temo di non potermi spiegare, - disse Alice, - perch non sono pi quella di prima, come vedi. 
- Io non vedo nulla, - rispose il Bruco. 
- Temo di non potermi spiegare pi chiaramente, - soggiunse Alice in maniera assai gentile, - perch dopo esser stata cambiata di statura tante volte in un giorno, non capisco pi nulla. 
- Non  vero! - disse il Bruco. 
- Bene, non l'hai sperimentato ancora, - disse Alice, - ma quando ti trasformerai in crisalide, come ti accadr un giorno, e poi diventerai farfalla, certo ti sembrer un po'strano, - non  vero? 
- Niente affatto, - rispose il Bruco. 
- Bene, tu la pensi diversamente, - replic Alice; - ma a me parrebbe molto strano. 
- A te! - disse il Bruco con disprezzo. - Chi sei tu? 
E questo li ricondusse di nuovo al principio della conversazione. 
Alice si sentiva un po' irritata dalle brusche osservazioni del Bruco e se ne stette sulle sue, dicendo con gravit: - Perch non cominci tu a dirmi chi sei?
- Perch? - disse il Bruco. 
Era un'altra domanda imbarazzante. Alice non seppe trovare una buona ragione. Il Bruco pareva di cattivo umore e perci ella fece per andarsene. 
- Vieni qui! - la richiam il Bruco. - Ho qualche cosa d'importante da dirti. 
La chiamata prometteva qualche cosa: Alice si fece innanzi. 
- Non arrabbiarti! - disse il Bruco. 
- E questo  tutto? - rispose Alice, facendo uno sforzo per frenarsi. 
- No, - disse il Bruco. 
Alice pens che poteva aspettare, perch non aveva niente di meglio da fare, e perch forse il Bruco avrebbe potuto dirle qualche cosa d'importante. Per qualche istante il Bruco fum in silenzio, finalmente sciolse le braccia, si tolse la pipa di bocca e disse: 
- E cos, tu credi di essere cambiata?
- Ho paura di s, signore, - rispose Alice. - Non posso ricordarmi le cose bene come una volta, e non rimango della stessa statura neppure per lo spazio di dieci minuti! 
- Che cosa non ricordi? - disse il Bruco. 
- Ecco, ho tentato di dire La vispa Teresa e l'ho detta tutta diversa! - soggiunse melanconicamente Alice. 
- Ripetimi Sei vecchio, caro babbo, - disse il Bruco. 
Alice incroci le mani sul petto, e cominci: 

Sei vecchio, caro babbo - gli disse il ragazzino - 
sulla tua chioma splende - quasi un candore alpino;
eppur costantemente - cammini sulla testa: 
ti sembra per un vecchio - buona maniera questa? 

Quand'ero bambinello - rispose il vecchio allora - 
temevo di mandare - il cerebro in malora; 
ma adesso persuaso - di non averne affatto, 
a testa in gi cammino - pi agile d'un gatto. 

Sei vecchio, caro babbo - gli disse il ragazzino - 
e sei capace e vasto - pi assai d'un grosso tino: 
e pur sfondato hai l'uscio - con una capriola; 
dimmi di quali acrobati - andasti, babbo, a scuola? 

Quand'ero bambinello. - rispose il padre saggio, 
per rafforzar le membra, - io mi facea il massaggio 
sempre con quest'unguento. - Un franco alla boccetta. 
chi comperarlo vuole, - fa bene se s'affretta 

Sei vecchio, caro babbo, - gli disse il ragazzino, - 
e tu non puoi mangiare - che pappa nel brodino; 
pure hai mangiato un'oca - col becco e tutte l'ossa
Ma dimmi, ove la pigli, - o babbo, tanta possa?

Un d apprendevo legge. - il padre allor gli disse, - 
ed ebbi con mia moglie continue liti e risse,
e tanta forza impressi - alle ganasce allora, 
tanta energia, che, vedi, - mi servon bene ancora.

Sei vecchio. caro babbo, - gli disse il ragazzino 
e certo come un tempo - non hai pi l'occhio fino: 
pur reggi in equilibrio - un pesciolin sul naso: 
or come cos desto - ti mostri in questo caso? 

A tutte le domande - io t'ho risposto gi, 
e finalmente basta! - risposegli il pap: 
se tutto il giorno poi - mi vuoi cos seccare.
ti faccio con un calcio - le scale ruzzolare 

- Non l'hai detta fedelmente, - disse il Bruco. 
- Temo di no, - rispose timidamente Alice, - certo alcune parole sono diverse. 
- L'hai detta male, dalla prima parola all'ultima, - disse il Bruco con accento risoluto. 
Vi fu un silenzio per qualche minuto. 
Il Bruco fu il primo a parlare: 
- Di che statura vuoi essere? - domand. 
- Oh, non vado tanto pel sottile in fatto di statura, - rispose in fretta Alice; - soltanto non  piacevole mutar cos spesso, sai. 
- Io non ne so nulla, - disse il Bruco. 
Alice non disse sillaba: non era stata mai tante volte contraddetta, e non ne poteva proprio pi. 
- Sei contenta ora? - domand il Bruco. 
- Veramente vorrei essere un pochino pi grandetta, se non ti dispiacesse, - rispose Alice, - una statura di otto centimetri  troppo meschina! 
- Otto centimetri fanno una magnifica statura! - disse il Bruco collerico, rizzandosi come uno stelo, mentre parlava (egli era alto esattamente otto centimetri). 
- Ma io non ci sono abituata! - si scus Alice in tono lamentoso. E poi pens fra s: Questa bestiolina s'offende per nulla! 
- Col tempo ti ci abituerai, - disse il Bruco, e rimettendosi la pipa in bocca ricominci a fumare. 
Questa volta Alice aspett pazientemente che egli ricominciasse a parlare. Dopo due o tre minuti, il Bruco si tolse la pipa di bocca, sbadigli due o tre volte, e si scosse tutto. Poi discese dal fungo, e se ne and strisciando nell'erba, dicendo soltanto queste parole: - Un lato ti far diventare pi alta e l'altro ti far diventare pi bassa. 
Un lato di che cosa? L'altro lato di che cosa? pens Alice fra s. 
- Del fungo, - disse il Bruco, come se Alice lo avesse interrogato ad alta voce; e subito scomparve. 
Alice rimase pensosa un minuto guardando il fungo, cercando di scoprirne i due lati, ma siccome era perfettamente rotondo, trov la cosa difficile. A ogni modo allung pi che le fu possibile le braccia per circondare il fungo, e ne ruppe due pezzetti dell'orlo a destra e a sinistra. 
- Ed ora qual  un lato e qual  l'altro? - si domand, e si mise ad addentare, per provarne l'effetto, il pezzettino che aveva a destra; l'istante dopo si sent un colpo violento sotto il mento. Aveva battuto sul piede! 
Quel mutamento subitaneo la spavent molto; ma non c'era tempo da perdere, perch ella si contraeva rapidamente; cos si mise subito ad addentare l'altro pezzo. Il suo mento era talmente aderente al piede che a mala pena trov spazio per aprir la bocca; finalmente riusc a inghiottire una briccica del pezzettino di sinistra.
 
- Ecco, la mia testa  libera finalmente! - esclam Alice gioiosa; ma la sua allegrezza si mut in terrore, quando si accorse che non poteva pi trovare le spalle: tutto ci che poteva vedere, guardando in basso, era un collo lungo lungo che sembrava elevarsi come uno stelo in un mare di foglie verdi, che stavano a una bella distanza al di sotto. 
- Che cosa  mai quel campo verde? - disse Alice. - E le mie spalle dove sono? Oh povera me! perch non vi veggo pi, o mie povere mani? - E andava movendole mentre parlava, ma non seguiva altro effetto che un piccolo movimento fra le foglie verdi lontane. 
E siccome non sembrava possibile portar le mani alla testa, tent di piegare la testa verso le mani, e fu contenta di rilevare che il collo si piegava e si moveva in ogni senso come il corpo d'un serpente. Era riuscita a curvarlo in gi in forma d'un grazioso zig-zag, e stava per tuffarlo fra le foglie (le cime degli alberi sotto i quali s'era smarrita), quando sent un sibilo acuto, che glielo fece ritrarre frettolosamente: un grosso Colombo era volato su di lei e le sbatteva violentemente le ali contro la faccia. 
- Serpente! - grid il Colombo. 
- Io non sono un serpente, - disse Alice indignata. - Vattene! 
- Serpente, dico! - ripet il Colombo, ma con tono pi dimesso, e soggiunse singhiozzando: - Ho cercato tutti i rimedi, ma invano. 
- Io non comprendo affatto di che parli, - disse Alice. 
- Ho provato le radici degli alberi, ho provato i clivi, ho provato le siepi, - continu il Colombo senza badarle; - ma i serpenti! Oh, non c' modo di accontentarli! 
Alice sempre pi confusa, pens che sarebbe stato inutile dir nulla, sin che il Colombo non avesse finito. 
- Come se fosse poco disturbo covar le uova, - disse il Colombo. - Bisogna vegliarle giorno e notte! Sono tre settimane che non chiudo occhio! 
- Mi dispiace di vederti cos sconsolato! disse Alice, che cominciava a comprendere. 
- E appunto quando avevo scelto l'albero pi alto del bosco, - continu il Colombo con un grido disperato, - e mi credevo al sicuro finalmente, ecco che mi discendono dal cielo! Ih! Brutto serpente! 
- Ma io non sono un serpente, ti dico! - rispose Alice. - lo sono una... Io sono una... 
- Bene, chi sei? - chiese il Colombo. -  chiaro che tu cerchi dei raggiri per ingannarmi! 
- Io... io sono una bambina, - rispose Alice, ma con qualche dubbio, perch si rammentava i molti mutamenti di quel giorno. 
-  una frottola! - disse il Colombo col tono del pi amaro disprezzo. - Ho veduto molte bambine in vita mia, ma con un collo come il tuo, mai. No, no! Tu sei un serpente,  inutile negarlo. Scommetto che avrai la faccia di dirmi che non hai assaggiato mai un uovo! 
- Ma certo che ho mangiato delle uova, - soggiunse Alice, che era una bambina molto sincera. - Non son soli i serpenti a mangiare le uova; le mangiano anche le bambine. 
- Non ci credo, - disse il Colombo, - ma se cos fosse le bambine sarebbero un'altra razza di serpenti, ecco tutto. 
Questa idea parve cos nuova ad Alice che rimase in silenzio per uno o due minuti; il Colombo colse quell'occasione per aggiungere: - Tu vai a caccia di uova, questo  certo, e che m'importa, che tu sia una bambina o un serpente? 
- Ma importa moltissimo a me, - rispose subito Alice. - A ogni modo non vado in cerca di uova; e anche se ne cercassi, non ne vorrei delle tue; crude non mi piacciono. 
- Via dunque da me! - disse brontolando il Colombo, e si accovacci nel nido. Alice s'appiatt come meglio pot fra gli alberi, perch il collo le s'intralciava tra i rami, e spesso doveva fermarsi per distrigarnelo. Dopo qualche istante, si ricord che aveva tuttavia nelle mani i due pezzettini di fungo, e si mise all'opera con molta accortezza addentando ora l'uno ora l'altro, e cos diventava ora pi alta ora pi bassa, finch riusc a riavere la sua statura giusta. 
Era da tanto tempo che non aveva la sua statura giusta, che da prima le parve strano; ma vi si abitu in pochi minuti, e ricominci a parlare fra s secondo il solito. - Ecco sono a met del mio piano! Sono pure strani tutti questi mutamenti! Non so mai che diventer da un minuto all'altro! Ad ogni modo, sono tornata alla mia statura normale: ora bisogna pensare ad entrare in quel bel giardino... Come far, poi? 
E cos dicendo, giunse senza avvedersene in un piazzale che aveva nel mezzo una casettina alta circa un metro e venti. - Chiunque vi abiti, - pens Alice, - non posso con questa mia statura fargli una visita; gli farei una gran paura! 
E cominci ad addentare il pezzettino che aveva nella destra, e non os di avvicinarsi alla casa, se non quando ebbe la statura d'una ventina di centimetri.


VI

PORCO E PEPE

Per un po' si mise a guardare la casa, e non sapeva che fare, quando ecco un valletto in livrea uscire in corsa dalla foresta... (lo prese per un valletto perch era in livrea, altrimenti al viso lo avrebbe creduto un pesce), e picchiare energicamente all'uscio con le nocche delle dita. La porta fu aperta da un altro valletto in livrea, con una faccia rotonda e degli occhi grossi, come un ranocchio; ed Alice osserv che entrambi portavano delle parrucche inanellate e incipriate. Le venne la curiosit di sapere di che si trattasse, e usc cautamente dal cantuccio della foresta, e si mise ad origliare. 
Il pesce valletto cav di sotto il braccio un letterone grande quasi quanto lui, e lo present all'altro, dicendo solennemente: Per la Duchessa. Un invito della Regina per giocare una partita di croquet. Il ranocchio valletto rispose nello stesso tono di voce, ma cambiando l'ordine delle parole: Dalla Regina. Un invito per la Duchessa per giocare una partita di croquet. 
Ed entrambi s'inchinarono sino a terra, e le ciocche de' loro capelli si confusero insieme. 
Alice scoppi in una gran risata, e si rifugi nel bosco per non farsi sentire, e quando torn il pesce valletto se n'era andato, e l'altro s'era seduto sulla soglia dell'uscio, fissando stupidamente il cielo. 
Alice si avvicin timidamente alla porta e picchi.
-  inutile picchiare, - disse il valletto, - e questo per due ragioni. La prima perch io sto dalla stessa parte della porta dove tu stai, la seconda perch di dentro si sta facendo tanto fracasso, che non sentirebbe nessuno. - E davvero si sentiva un gran fracasso di dentro, un guaire e uno starnutire continui, e di tempo in tempo un gran scroscio, come se un piatto o una caldaia andasse in pezzi. 
- Per piacere, - domand Alice, - che ho da fare per entrare? 
- Il tuo picchiare avrebbe un significato, - continu il valletto senza badarle, - se la porta fosse fra noi due. Per esempio se tu fossi dentro, e picchiassi, io potrei farti uscire, capisci. 
E parlando continuava a guardare il cielo, il che ad Alice pareva un atto da maleducato. Ma forse non pu farne a meno, - disse fra s - ha gli occhi quasi sull'orlo della fronte! Potrebbe per rispondere a qualche domanda... - Come fare per entrare? - disse Alice ad alta voce. 
- Io me ne star qui, - osserv il valletto, - fino a domani... 
In quell'istante la porta si apr, e un gran piatto vol verso la testa del valletto, gli sfior il naso e si ruppe in cento pezzi contro un albero pi oltre. 
-...forse fino a poidomani, - continu il valletto come se nulla fosse accaduto. 
- Come debbo fare per entrare? - grid Alice pi forte. 
- Devi entrare? - rispose il valletto. - Si tratta di questo principalmente, sai. 
Senza dubbio, ma Alice non voleva sentirlo dire.  spaventoso, - mormor fra s, - il modo con cui discutono queste bestie. Mi farebbero diventar matta! 
Il valletto colse l'occasione per ripetere l'osservazione con qualche variante: - io me ne star seduto qui per giorni e giorni. 
- Ma io che debbo fare? - domand Alice. 
- Quel che ti pare e piace, - rispose il valletto, e si mise a fischiare. 
-  inutile discutere con lui, - disse Alice disperata: -  un perfetto imbecille! - Apr la porta ed entr. 
La porta conduceva di filato a una vasta cucina, da un capo all'altro invasa di fumo: la Duchessa sedeva in mezzo su uno sgabello a tre piedi, cullando un bambino in seno; la cuoca era di fronte al fornello, rimestando in un calderone che pareva pieno di minestra.
Certo, c' troppo pepe in quella minestra! - disse Alice a s stessa, non potendo frenare uno starnuto. 
Davvero c'era troppo sentor di pepe in aria. 
Anche la Duchessa starnutiva qualche volta; e quanto al bambino non faceva altro che starnutire e strillare senza un istante di riposo. I soli due esseri che non starnutivano nella cucina, erano la cuoca e un grosso gatto, che se ne stava accoccolato sul focolare, ghignando con tutta la bocca, da un orecchio all'altro. 
- Per piacere, - domand Alice un po' timidamente, perch non era certa che fosse buona creanza di cominciare lei a parlare, - perch il suo gatto ghigna cos? 
-  un Ghignagatto, - rispose la Duchessa, - ecco perch. Porco! 
Ella pronunci l'ultima parola con tanta energia, che Alice fece un balzo; ma subito comprese che quel titolo era dato al bambino, e non gi a lei. Cos si riprese e continu: 
- Non sapevo che i gatti ghignassero a quel modo: anzi non sapevo neppure che i gatti potessero ghignare. 
- Tutti possono ghignare, - rispose la Duchessa; - e la maggior parte ghignano. 
- Non ne conosco nessuno che sappia farlo, - replic Alice con molto rispetto, e contenta finalmente di conversare. 
- Tu non sai molto, - disse la Duchessa; - non c' da dubitarne! 
Il tono secco di questa conversazione non piacque ad Alice, che volle cambiar discorso. Mentre cercava un soggetto, la cuoca tolse il calderone della minestra dal fuoco, e tosto si mise a gettare tutto ci che le stava vicino contro la Duchessa e il bambino... Scagli prima le molle, la padella, e l'attizzatoio; poi un nembo di casseruole, di piatti e di tondi. La duchessa non se ne dava per intesa, nemmeno quand'era colpita; e il bambino guaiva gi tanto, che era impossibile dire se i colpi gli facessero male o no. 
- Ma badi a quel che fa! - grid Alice, saltando qua e l atterrita. - Addio naso! - continu a dire, mentre un grosso tegame sfiorava il naso del bimbo e poco manc non glielo portasse via. 
- Se tutti badassero ai fatti loro, - esclam la Duchessa con un rauco grido, - il mondo andrebbe molto pi presto di quanto non faccia. 
- Non sarebbe un bene, - disse Alice, lieta di poter sfoggiare la sua dottrina. - Pensi che sarebbe del giorno e della notte! La terra, com'ella sa, ci mette ventiquattro ore a girare intorno al suo asse... 
- A proposito di asce! - grid la Duchessa, - tagliatele la testa! 
Alice guard ansiosamente la cuoca per vedere se ella intendesse obbedire; ma la cuoca era occupata a rimestare la minestra, e, non pareva che avesse ascoltato, perci and innanzi dicendo: 
- Ventiquattro ore, credo; o dodici? Io... 
- Oh non mi seccare, - disse la Duchessa. - Ho sempre odiato i numeri! - E si rimise a cullare il bimbo, cantando una certa sua ninnananna, e dandogli una violenta scossa alla fine d'ogni strofa: 

Vo col bimbo per la corte,
se starnuta dgli forte: lui
lo sa che infastidisce 
e per picca starnutisce. 

<I>Coro
(al quale si unisce la cuoca) </I>

Ahi ahi ahi!!! 

Mentre la Duchessa cantava il secondo verso, scoteva il bimbo su e gi con molta violenza, e il poverino strillava tanto che Alice appena pot udire le parole della canzoncina: 

Vo col bimbo per le corte,
se starnuta gli d forte; 
lui se vuole pu mangiare 
tutto il pepe che gli pare. 

<I>Coro</I>

Ahi, ahi ahi!!!


- Tieni, lo potrai cullare un poco se ti piace! - disse la Duchessa ad Alice, buttandole il bimbo in braccio. - Vado a prepararmi per giocare una partita a croquet con la Regina. - E usc in fretta dalla stanza. La cuoca le scaravent addosso una padella, e per un pelo non la colse. 
Alice afferr il bimbo, ma con qualche difficolt, perch era una creatura stranissima; springava le mani e i piedi in tutti i sensi, proprio come una stella di mare pens Alice. Il poverino quando Alice lo prese, ronfava come una macchina a vapore e continuava a contorcersi e a divincolarsi cos che, per qualche istante, ella dubit di non poterlo neanche reggere. 
Appena la fanciulla ebbe trovato la maniera di cullarlo a modo, (e questo consist nel ridurlo a una specie di nodo, e nell'afferrarlo al piede sinistro e all'orecchio destro, per impedirgli di sciogliersi) lo port all'aria aperta. 
- Se non mi porto via questo bambino, - osserv Alice, -  certo che fra qualche giorno lo ammazzeranno; non sarebbe un assassinio l'abbandonarlo? - Disse le ultime parole a voce alta, e il poverino si mise a grugnire per risponderle (non starnutiva pi allora). - Non grugnire, - disse Alice, - non  educazione esprimersi a codesto modo. 
Il bambino grugn di nuovo, e Alice lo guard ansiosamente in faccia per vedere che avesse. Aveva un naso troppo all'ins, e non c'era dubbio che rassomigliava pi a un grugno che a un naso vero e proprio; e poi gli occhi gli stavano diventando cos piccoli che non parevano di un bambino: in complesso quell'aspetto non piaceva ad Alice. Forse singhiozzava, pens, e lo guard di nuovo negli occhi per vedere se ci fossero lagrime. 
Ma non ce n'erano. - Carino mio, se tu ti trasformi in un porcellino, - disse Alice seriamente, - non voglio aver pi nulla a che fare con te. Bada dunque! - Il poverino si rimise a singhiozzare (o a grugnire, chi sa, era difficile dire) e si and innanzi in silenzio per qualche tempo. 
Alice, intanto, cominciava a riflettere: Che cosa ho da fare di questa creatura quando arrivo a casa? allorch quella creatura grugn di nuovo e con tanta energia, che ella lo guard in faccia sgomenta. Questa volta non c'era dubbio: era un porcellino vero e proprio, ed ella si convinse che era assurdo portarlo oltre. 
Cos depose la bestiolina in terra, e si sent sollevata quando la vide trottar via tranquillamente verso il bosco. - Se fosse cresciuto, sarebbe stato un ragazzo troppo brutto; ma diventer un magnifico porco, credo. - E si ricord di certi fanciulli che conosceva, i quali avrebbero potuto essere degli ottimi porcellini, e stava per dire: - Se si sapesse il vero modo di trasformarli... - quando sussult di paura, scorgendo il Ghignagatto, seduto su un ramo d'albero a pochi passi di distanza. 
Il Ghignagatto si mise soltanto a ghignare quando vide Alice.Sembra di buon umore, - essa pens; - ma ha le unghie troppo lunghe, ed ha tanti denti, perci si dispose a trattarlo con molto rispetto. 
- Ghignagatto, - cominci a parlargli con un poco di timidezza, perch non sapeva se quel nome gli piacesse; comunque egli fece un ghigno pi grande. Ecco, ci ha piacere, pens Alice e continu: - Vorresti dirmi per dove debbo andare? 
- Dipende molto dal luogo dove vuoi andare, - rispose il Gatto. 
- Poco m'importa dove... - disse Alice. 
- Allora importa poco sapere per dove devi andare, - soggiunse il Gatto. 
-...purch giunga in qualche parte, - riprese Alice come per spiegarsi meglio. 
- Oh certo vi giungerai! - disse il Gatto, non hai che da camminare. 
Alice sent che quegli aveva ragione e tent un'altra domanda. - Che razza di gente c' in questi dintorni?
- Da questa parte, - rispose il Gatto, facendo un cenno con la zampa destra, - abita un Cappellaio; e da questa parte, - indicando con l'altra zampa, - abita una Lepre di Marzo. Visita l'uno o l'altra, sono tutt'e due matti. 
- Ma io non voglio andare fra i matti, - osserv Alice. 
- Oh non ne puoi fare a meno, - disse il Gatto, - qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta. 
- Come sai che io sia matta? - domand Alice. 
- Tu sei matta, - disse il Gatto, - altrimenti non saresti venuta qui. 
Non parve una ragione sufficiente ad Alice, ma pure continu: - E come sai che tu sei matto? 
- Intanto, - disse il Gatto, - un cane non  matto. Lo ammetti? 
- Ammettiamolo, - rispose Alice. 
- Bene, - continu il Gatto, - un cane brontola quando  in collera, e agita la coda quando  contento. Ora io brontolo quando sono contento ed agito la coda quando sono triste. Dunque sono matto. 
- Io direi far le fusa e non gi brontolare, - disse Alice. 
- Di' come ti pare, - rispose il Gatto. - Vai oggi dalla Regina a giocare a croquet? 
- S, che ci andrei, - disse Alice, - ma non sono stata ancora invitata. 
- Mi rivedrai da lei, - disse il Gatto, e scomparve. 
Alice non se ne sorprese; si stava abituando a veder cose strane. Mentre guardava ancora il posto occupato dal Gatto, eccolo ricomparire di nuovo. 
- A proposito, che n' successo del bambino? - disse il Gatto. -.Avevo dimenticato di domandartelo. 
- S' trasformato in porcellino, - rispose Alice tranquillamente, come se la ricomparsa del Gatto fosse pi che naturale. 
- Me l'ero figurato, - disse il Gatto, e svan di nuovo. 
Alice aspett un poco con la speranza di rivederlo, ma non ricomparve pi, ed ella pochi istanti dopo prese la via dell'abitazione della Lepre di Marzo. Di cappellai ne ho veduti tanti, - disse fra s: - sar pi interessante la Lepre di Marzo. Ma siccome siamo nel mese di maggio, non sar poi tanto matta... almeno sar meno matta che in marzo. Mentre diceva cos guard in su, e vide di nuovo il Gatto, seduto sul ramo d'un albero. 
- Hai detto porcellino o porcellana? - domand il Gatto. 
- Ho detto porcellino, - rispose Alice; - ma ti prego di non apparire e scomparire con tanta rapidit: mi fai girare il capo! 
- Hai ragione, - disse il Gatto; e questa volta svan adagio adagio; cominciando con la fine della coda e finendo col ghigno, il quale rimase per qualche tempo sul ramo, dopo che tutto s'era dileguato. 
- Curioso! ho veduto spesso un gatto senza ghigno; - osserv Alice, - mai un ghigno senza Gatto.  la cosa pi strana che mi sia capitata! 
Non s'era allontanata di molto, quando arriv di fronte alla dimora della Lepre di Marzo: pens che fosse proprio quella, perch i comignoli avevano la forma di orecchie, e il tetto era coperto di pelo. La casa era cos grande che ella non os avvicinarsi se non dopo aver sbocconcellato un po' del fungo che aveva nella sinistra, e esser cresciuta quasi sessanta centimetri di altezza: ma questo non la rendeva pi coraggiosa. Mentre si avvicinava, diceva fra s: E se poi fosse pazza furiosa? Sarebbe meglio che fossi andata dal Cappellaio. 



VII

UN T DI MATTI

Sotto un albero di rimpetto alla casa c'era una tavola apparecchiata. Vi prendevano il t la Lepre di Marzo e il Cappellaio. Un Ghiro profondamente addormentato stava fra di loro, ed essi se ne servivano come se fosse stato un guanciale, poggiando su di lui i gomiti, e discorrendogli sulla testa. Un gran disturbo per il Ghiro, - pens Alice, - ma siccome dorme, immagino che non se ne importi n punto, n poco.
La tavola era vasta, ma i tre stavano stretti tutti in un angolo: - Non c' posto! Non c' posto! - gridarono, vedendo Alice avvicinarsi. 
- C' tanto posto! - disse Alice sdegnata, e si sdrai in una gran poltrona, a un'estremit della tavola. 
- Vuoi un po' di vino? - disse la Lepre di Marzo affabilmente. 
Alice osserv la mensa, e vide che non c'era altro che t. - Non vedo il vino, - ella osserv. 
- Non ce n', replic la Lepre di Marzo.
- Ma non  creanza invitare a bere quel che non c', - disse Alice in collera. 
- Neppure  stata creanza da parte tua sederti qui senza essere invitata, - osserv la Lepre di Marzo.
- Non sapevo che la tavola ti appartenesse, - rispose Alice; -  apparecchiata per pi di tre.
- Dovresti farti tagliare i capelli, - disse il Cappellaio. Egli aveva osservato Alice per qualche istante con molta curiosit, e quelle furono le sue prime parole. 
-Tu non dovresti fare osservazioni personali, - disse Alice un po' severa; -  sconveniente. 
Il Cappellaio spalanc gli occhi; ma quel che rispose fu questo: - Perch un corvo somiglia a uno scrittoio? 
- Ecco, ora staremo allegri! - pens Alice. -Sono contenta che hanno cominciato a proporre degli indovinelli... credo di poterlo indovinare, - soggiunse ad alta voce. 
- Intendi dire che credi che troverai la risposta? - domand la Lepre di Marzo. 
- Appunto, - rispose Alice. 
- Ebbene, dicci ci che intendi, - disse la Lepre di Marzo. 
- Ecco, - riprese Alice in fretta; - almeno intendo ci che dico...  lo stesso, capisci. 
- Ma che lo stesso! - disse il Cappellaio. 
- Sarebbe come dire che veggo ci che mangio sia lo stesso di mangio quel che veggo. 
- Sarebbe come dire, - soggiunse la Lepre di Marzo, - che mi piace ci che prendo, sia lo stesso che prendo ci che mi piace? 
- Sarebbe come dire, - aggiunse il Ghiro che pareva parlasse nel sonno, - che respiro quando dormo, sia lo stesso che dormo quando respiro? 
-  lo stesso per te, - disse il Cappellaio. E qui la conversazione cadde, e tutti stettero muti per un poco, mentre Alice cercava di ricordarsi tutto ci che sapeva sui corvi e sugli scrittoi, il che non era molto. 
Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. - Che giorno del mese abbiamo? - disse, volgendosi ad Alice. Aveva cavato l'orologio dal taschino e lo guardava con un certo timore, scuotendolo di tanto in tanto, e portandoselo all'orecchio. 
Alice medit un po' e rispose: - Oggi ne abbiamo quattro. 
- Sbaglia di due giorni! - osserv sospirando il Cappellaio. - Te lo avevo detto che il burro avrebbe guastato il congegno! - soggiunse guardando con disgusto la Lepre di Marzo. 
- Il burro era ottimo, - rispose umilmente la Lepre di Marzo. 
- - S ma devono esserci entrate anche delle molliche di pane, - borbott il Cappellaio, - non dovevi metterlo dentro col coltello del pane. 
La Lepre di Marzo prese l'orologio e lo guard malinconicamente: poi lo tuff nella sua tazza di t, e l'osserv di nuovo: ma non seppe far altro che ripetere l'osservazione di dianzi: - Il burro era ottimo, sai.
Alice, che l'aveva guardato curiosamente, con la coda dell'occhio, disse: 
- Che strano orologio! segna i giorni e non dice le ore. 
- Perch? - esclam il Cappellaio. - Che forse il tuo orologio segna in che anno siamo? 
- No, - si affrett a rispondere Alice - ma l'orologio segna lo stesso anno per molto tempo. 
- Quello che fa il mio, - rispose il Cappellaio.
Alice ebbe un istante di grande confusione. Le pareva che l'osservazione del Cappellaio non avesse alcun senso; e pure egli parlava correttamente. - Non ti comprendo bene! - disse con la maggiore delicatezza possibile. 
- Il Ghiro s' di nuovo addormentato, - disse il Cappellaio, e gli vers sul naso un poco di t bollente. 
Il Ghiro scosse la testa con atto d'impazienza, e senza aprire gli occhi disse: - Gi! Gi! stavo per dirlo io. 
- Credi ancora di aver sciolto l'indovinello? - disse il Cappellaio, volgendosi di nuovo ad Alice. 
- No, ci rinunzio, - rispose Alice. - Qual' la risposta? 
- Non la so, - rispose il Cappellaio. 
- Neppure io, - rispose la Lepre di Marzo. 
Alice sospir seccata, e disse: - Ma credo potresti fare qualche cosa di meglio che perdere il tempo, proponendo indovinelli senza senso. 
- Se tu conoscessi il tempo come lo conosco io, - rispose il Cappellaio, - non diresti che lo perdiamo. Domandaglielo. 
- Non comprendo che vuoi dire, - osserv Alice. 
- Certo che non lo comprendi! - disse il Cappellaio, scotendo il capo con aria di disprezzo - Scommetto che tu non hai mai parlato col tempo.
- Forse no, - rispose prudentemente Alice; - ma so che debbo battere il tempo quando studio la musica. 
- Ahi, adesso si spiega, - disse il Cappellaio. - Il tempo non vuol esser battuto. Se tu fossi in buone relazioni con lui, farebbe dell'orologio ci che tu vuoi. Per esempio, supponi che siano le nove, l'ora delle lezioni, basterebbe che gli dicessi una parolina all orecchio, e in un lampo la lancetta andrebbe innanzi! Mezzogiorno, l'ora del desinare! 
(Vorrei che fosse mezzogiorno, bisbigli fra s la Lepre di Marzo). 
- Sarebbe magnifico, davvero - disse Alice pensosa: - ma non avrei fame a quell'ora, capisci.
- Da principio, forse, no, - riprese il Cappellaio, - ma potresti fermarlo su le dodici fin quando ti parrebbe e piacerebbe.
- E tu fai cos? - domand Alice. 
Il Cappellaio scosse mestamente la testa e rispose: - Io no. Nel marzo scorso abbiamo litigato... proprio quando divent matta lei... - (e indic col cucchiaio la Lepre di Marzo...) Fu al gran concerto dato dalla Regina di Cuori... ivi dovetti cantare:

Splendi, splendi, pipistrello! 
Su pel cielo vai bel  bello! 

- Conosci tu quest'aria? 
- Ho sentito qualche cosa di simile, - disse Alice.
- Senti,  cos, - continu il Cappellaio: 

Non t'importa d'esser solo 
e sul mondo spieghi il volo.
Splendi. splendi... 

A questo il Ghiro si riscosse, e cominci a cantare nel sonno: 

Teco il pane; teco il pane aggiunger....

e via via and innanzi fino a che gli dovettero dare dei pizzicotti per farlo tacere. 
- Ebbene, avevo appena finito di cantare la prima strofa, - disse il Cappellaio, - quando la Regina proruppe infuriata: - Sta assassinando il tempo! Tagliategli la testa! 
- Feroce! - esclam Alice. 
- E d'allora, - continu melanconicamente il Cappellaio, - il tempo non fa pi nulla di quel che io voglio! Segna sempre le sei! 
Alice ebbe un'idea luminosa e domand:  per questo forse che vi sono tante tazze apparecchiate? 
- Per questo, - rispose il Cappellaio, -  sempre l'ora del t, e non abbiamo mai tempo di risciacquare le tazze negl'intervalli. 
- Cos le fate girare a turno, immagino... disse Alice. 
- Proprio cos, - replic il Cappellaio: a misura che le tazze hanno servito. 
- Ma come fate per cominciare da capo? s'avventur a chiedere Alice. 
- Se cambiassimo discorso? - disse la Lepre di Marzo sbadigliando, - Questo discorso mi annoia tanto. Desidero che la signorina ci racconti una storiella. 
- Temo di non saperne nessuna, - rispose Alice con un po' di timore a quella proposta. 
- Allora ce la dir il Ghiro! - gridarono entrambi. - Risvegliati Ghiro! - e gli dettero dei forti pizzicotti dai due lati. 
Il Ghiro apr lentamente gli occhi, e disse con voce debole e roca: 
- Io non dormivo! Ho sentito parola per parola ci che avete detto. 
- Raccontaci una storiella! - disse la Lepre di Marzo. 
- Per piacere, diccene una! - supplic Alice. 
- E sbrigati! - disse il Cappellaio, - se no ti riaddormenterai prima di finirla. 
- C'erano una volta tre sorelle, - cominci in gran fretta il Ghiro. - Si chiamavano Elsa, Lucia e Tilla; e abitavano in fondo a un pozzo... 
- Che cosa mangiavano? - domand Alice, la quale s'interessava sempre molto al mangiare e al bere. 
- Mangiavano teriaca, - rispose il Ghiro dopo averci pensato un poco. 
- Impossibile, - osserv gentilmente Alice. - si sarebbero ammalate. 
- E infatti erano ammalate, - rispose il Ghiro, - gravemente ammalate. 
Alice cerc di immaginarsi quella strana maniera di vivere, ma ne fu pi che confusa e continu: - Ma perch se ne stavano in fondo a un pozzo? 
- Prendi un po' pi di t! - disse la Lepre di Marzo con molta seriet. 
- Non ne ho avuto ancora una goccia, - rispose Alice in tono offeso, - cos non posso prenderne un po' di pi. 
- Vuoi dire che non ne puoi prendere meno. - disse il Cappellaio: -  molto pi facile prenderne pi di nulla che meno di nulla. 
- Nessuno ha domandato il tuo parere, - soggiunse Alice. 
- Chi  ora che fa delle osservazioni personali? - domand il Cappellaio con aria di trionfo. 
Alice non seppe che rispondere; ma prese una tazza di t con pane e burro, e volgendosi al Ghiro, gli ripet la domanda: - Perch se ne stavano in fondo a un pozzo? 
Il Ghiro si prese un minuto o due per riflettere, e rispose: - Era un pozzo di teriaca. 
- Ma non s' sentita mai una cosa simile! interruppe Alice sdegnata. Ma la Lepre di Marzo e il Cappellaio facevano: - St! st! - e il Ghiro continu burbero: - Se non hai educazione, finisciti da te la storiella. 
- No, continua pure! - disse Alice molto umilmente: - Non ti interromper pi. Forse esiste un pozzo cos. 
- Soltanto uno! - rispose il Ghiro indignato. A ogni modo acconsent a continuare: - E quelle tre sorelle... imparavano a trarne... 
- Che cosa traevano? - domand Alice, dimenticando che aveva promesso di tacere. 
- Teriaca, - rispose il Ghiro, questa volta senza riflettere. 
- Mi occorre una tazza pulita, - interruppe il Cappellaio; - moviamoci tutti d'un posto innanzi. 
E mentre parlava si mosse, e il Ghiro lo segu: la Lepre di Marzo occup il posto del Ghiro, e Alice si sedette di mala voglia al posto della Lepre di Marzo. Il solo Cappellaio s'avvantaggi dello spostamento: e Alice si trov peggio di prima, perch la Lepre di Marzo s'era rovesciato il vaso del latte nel piatto. 
Alice, senza voler offender di nuovo il Ghiro disse con molta discrezione: - Non comprendo bene. Di dove traevano la teriaca? 
- Tu puoi trarre l'acqua da un pozzo d'acqua? - disse il Cappellaio; - cos immagina, potresti trarre teriaca da un pezzo di teriaca... eh! scioccherella! 
- Ma esse erano nel pozzo, - disse Alice al Ghiro. 
- Sicuro, e ci stavano bene, - disse il Ghiro. 
- Imparavano a trarre, - continu il Ghiro, sbadigliando e stropicciandosi gli occhi, perch cadeva di sonno; - e traevano cose d'ogni genere... tutte le cose che cominciano con una T... 
- Perch con una T? - domand Alice. 
- Perch no? - grid la Lepre di Marzo. 
Alice non disse pi sillaba. 
Il Ghiro intanto aveva chiusi gli occhi cominciando a sonnecchiare; ma, pizzicato dal Cappellaio, si dest con un grido, e continu: - Che cominciano con una T. come una trappola, un topo, una topaia, un troppo... gi tu dici: il troppo stroppia, oh, non hai mai veduto come si tira il troppo stroppia? 
- Veramente, ora che mi domandi, - disse Alice, molto confusa, - non saprei... 
- Allora stai zitta, - disse il Cappellaio. 
Questo saggio di sgarbatezza sdegn grandemente Alice, la quale si lev d'un tratto e se ne usc. Il Ghiro si addorment immediatamente, e nessuno degli altri due si accorse che Alice se n'era andata, bench ella si fosse voltata una o due volte, con una mezza speranza d'essere richiamata: l'ultima volta vide che essi cercavano di tuffare il Ghiro nel vaso del t. 
- Non ci torner mai pi, - disse Alice entrando nel bosco. -  la pi stupida gente che io m'abbia mai conosciuta. 
Mentre parlava cos osserv un albero con un uscio nel tronco. Curioso, - pens Alice. - Ma ogni cosa oggi  curiosa. Credo che far bene ad entrarci subito. Ed entr. 
Si trov.di nuovo nella vasta sala, e presso il tavolino di cristallo. - Questa volta sapr far meglio, - disse, e prese la chiavetta d'oro ed apr la porta che conduceva nel giardino. Poi si mise a sbocconcellare il fungo (ne aveva conservato un pezzetto in tasca), finch ebbe un trenta centimetri d'altezza o gi di l: percorse il piccolo corridoio: e poi si trov finalmente nell'ameno giardino in mezzo alle aiuole fulgide di fiori, e alle freschissime fontane. 

VIII

IL CROQUET DELLA REGINA

Un gran cespuglio di rose stava presso all'ingresso del giardino. Le rose germogliate erano bianche, ma v'erano l intorno tre giardinieri occupati a dipingerle rosse.  strano! pens Alice, e s'avvicin per osservarli, e come fu loro accanto, sent dire da uno: - Bada, Cinque! non mi schizzare la tua tinta addosso! 
- E che vuoi da me? - rispose Cinque in tono burbero. - Sette mi ha urtato il braccio. 
Sette lo guard e disse: - Ma bene! Cinque d sempre la colpa agli altri! 
- Tu faresti meglio a tacere! - disse Cinque. - Proprio ieri la Regina diceva che tu meriteresti di essere decapitato! 
- Perch? - domand il primo che aveva parlato. 
- Questo non ti riguarda, Due! - rispose Sette. 
S, che gli riguarda! - disse Cinque; - e glielo dir io... perch hai portato al cuoco bulbi di tulipani invece di cipolle. 
Sette scagli lontano il pennello, e stava l l per dire: - Di tutte le cose le pi ingiuste... - quando incontr gli occhi di Alice e si mangi il resto della frase. Gli altri similmente si misero a guardarla e le fecero tutti insieme una profonda riverenza. 
Volete gentilmente dirmi, - domand Alice, con molta timidezza, - perch state dipingendo quelle rose? 
Cinque e Sette non risposero, ma diedero uno sguardo a Due. Due disse allora sottovoce: - Perch questo qui doveva essere un rosaio di rose rosse. Per isbaglio ne abbiamo piantato uno di rose bianche. Se la Regina se ne avvedesse, ci farebbe tagliare le teste a tutti. Cos, signorina, facciamo il possibile per rimediare prima ch'essa venga a... 
In quell'istante Cinque che guardava attorno pieno d'ansia, grid: - La Regina! la Regina! - e i tre giardinieri si gettarono immediatamente a faccia a terra. Si sent un gran scalpicco, e Alice si volse curiosa a veder la Regina. 
Prima comparvero dieci soldati armati di bastoni: erano della forma dei tre giardinieri, bislunghi e piatti, le mani e i piedi agli angoli: seguivano dieci cortigiani, tutti rilucenti di diamanti; e sfilavano a due a due come i soldati. Venivano quindi i principi reali, divisi a coppie e saltellavano a due a due, tenendosi per mano: erano ornati di cuori. 
Poi sfilavano gli invitati, la maggior parte re e regine, e fra loro Alice riconobbe il Coniglio Bianco che discorreva in fretta nervosamente, sorridendo di qualunque cosa gli si dicesse. Egli pass innanzi senza badare ad Alice. Seguiva il fante di cuori, portando la corona reale sopra un cuscino di velluto rosso; e in fondo a tutta questa gran processione venivano IL RE E LA REGINA DI CUORI. 
Alice non sapeva se dovesse prosternarsi, come i tre giardinieri, ma non pot ricordarsi se ci fosse un costume simile nei cortei reali. 
E poi, a che servirebbero i cortei, - riflett, - se tutti dovessero stare a faccia per terra e nessuno potesse vederli? 
Cos rimase in piedi ad aspettare. 
Quando il corteo arriv di fronte ad Alice, tutti si fermarono e la guardarono; e la Regina grid con cipiglio severo: - Chi  costei? - e si volse al fante di cuori, il quale per tutta risposta sorrise e s'inchin. 
- Imbecille! - disse la Regina, scotendo la testa impaziente; indi volgendosi ad Alice, continu a dire: - Come ti chiami, fanciulla? 
- Maest, mi chiamo Alice, - rispose la fanciulla con molta garbatezza, ma soggiunse fra s: Non  che un mazzo di carte, dopo tutto? Perch avrei paura? 
- E quelli chi sono? - domand la Regina indicando i tre giardinieri col viso a terra intorno al rosaio; perch, comprendete, stando cos in quella posizione, il disegno posteriore rassomigliava a quello del resto del mazzo, e la Regina non poteva distinguere se fossero giardinieri, o soldati, o cortigiani, o tre dei suoi stessi figliuoli. 
- Come volete che io lo sappia? - rispose Alice, che si meravigliava del suo coraggio. -  cosa che non mi riguarda. 
La Regina divent di porpora per la rabbia e, dopo di averla fissata selvaggiamente come una bestia feroce, grid: - Tagliatele la testa, subito!... 
- Siete matta! - rispose Alice a voce alta e con fermezza; e la Regina tacque. 
Il Re mise la mano sul braccio della Regina, e disse timidamente: - Rifletti, cara mia,  una bambina! 
La Regina irata gli volt le spalle e disse al fante: - Voltateli! 
Il fante obbed, e con un piede volt attentamente i giardinieri.
- Alzatevi! - grid la Regina, e i tre giardinieri, si levarono immediatamente in piedi, inchinandosi innanzi al Re e alla Regina, ai principi reali, e a tutti gli altri. 
- Basta! - strill la regina. - Mi fate girare la testa. - E guardando il rosaio continu: - Che facevate qui? 
- Con buona grazia della Maest vostra, - rispose Due umilmente, piegando il ginocchio a terra, tentavamo... 
- Ho compreso! - disse la Regina, che aveva gi osservato le rose, - Tagliate loro la testa! - E il corteo reale si rimise in moto, lasciando indietro tre soldati, per mozzare la testa agli sventurati giardinieri, che corsero da Alice per esserne protetti. 
- Non vi decapiteranno! - disse Alice, e li mise in un grosso vaso da fiori accanto a lei. I tre soldati vagarono qua e l per qualche minuto in cerca di loro, e poi tranquillamente seguirono gli altri. 
- Avete loro mozzata la testa? - grid la Regina. 
- Maest, le loro teste se ne sono andate! - risposero i soldati. 
- Bene! - grid la Regina. - Si gioca il croquet? 
I soldati tacevano e guardavano Alice, pensando che la domanda fosse rivolta a lei. 
- S! - grid Alice. 
Venite qui dunque! - url la Regina. E Alice segu il corteo, curiosa di vedere il seguito. 
- Che bel tempo! - disse una timida voce accanto a lei. Ella s'accorse di camminare accanto al Coniglio bianco, che la scrutava in viso con una certa ansia. 
- Bene, - rispose Alice: - dov' la Duchessa? 
- St! st! - disse il Coniglio a voce bassa, con gran fretta. Si guard ansiosamente d'intorno levandosi in punta di piedi, avvicin la bocca all'orecchio della bambina: -  stata condannata a morte. 
- Per qual reato? - domand Alice. 
- Hai detto: Che peccato? - chiese il Coniglio. 
- Ma no, - rispose Alice: - Ho detto per che reato? 
- Ha dato uno schiaffo alla Regina... -cominci il coniglio. 
Alice ruppe in una risata. 
- Zitta! - bisbigli il Coniglio tutto tremante. - Ti potrebbe sentire la Regina! Sai,  arrivata tardi, e la Regina ha detto... 
- Ai vostri posti! - grid la Regina con voce tonante. E gl'invitati si sparpagliarono in tutte le direzioni, l'uno rovesciando l'altro: finalmente, dopo un po', poterono disporsi in un certo ordine, e il giuoco cominci. Alice pensava che in vita sua non aveva mai veduto un terreno pi curioso per giocare il croquet; era tutto a solchi e zolle; le palle erano ricci, i mazzapicchi erano fenicotteri vivi, e gli archi erano soldati vivi, che si dovevano curvare e reggere sulle mani e sui piedi. 
La principale difficolt consisteva in ci, che Alice non sapeva come maneggiare il suo fenicottero; ma poi riusc a tenerselo bene avviluppato sotto il braccio, con le gambe penzoloni; ma quando gli allungava il collo e si preparava a picchiare il riccio con la testa, il fenicottero girava il capo e poi si metteva a guardarla in faccia con una espressione di tanto stupore che ella non poteva tenersi dallo scoppiare dalle risa: e dopo che gli aveva fatto abbassare la testa, e si preparava a ricominciare, ecco che il riccio si era svolto, e se n'andava via. Oltre a ci c'era sempre una zolla o un solco l dove voleva scagliare il riccio, e siccome i soldati incurvati si alzavano e andavan vagando qua e l, Alice si persuase che quel giuoco era veramente difficile. 
I giocatori giocavano tutti insieme senza aspettare il loro turno, litigando sempre e picchiandosi a cagion dei ricci; e in breve la Regina divent furiosa, e andava qua e l pestando i piedi e gridando: - Mozzategli la testa! - oppure: - Mozzatele la testa! - almeno una volta al minuto. 
- Alice cominci a sentirsi un po' a disagio: e vero che non aveva avuto nulla da dire con la Regina; ma poteva succedere da un momento all'altro, e pens: Che avverr di me? Qui c' la smania di troncar teste. Strano che vi sia ancora qualcuno che abbia il collo a posto! 
E pensava di svignarsela, quando scorse uno strano spettacolo in aria. Prima ne rest sorpresa, ma dopo aver guardato qualche istante, vide un ghigno e disse fra s:  Ghignagatto: potr finalmente parlare con qualcuno. 
- Come va il giuoco? - disse il Gatto, appena ebbe tanto di bocca da poter parlare. 
Alice aspett che apparissero gli occhi, e poi fece un cenno col capo.  inutile parlargli, - pens, - aspettiamo che appaiano le orecchie, almeno una. Tosto apparve tutta la testa, e Alice depose il suo fenicottero, e cominci a raccontare le vicende del giuoco, lieta che qualcuno le prestasse attenzione. Il Gatto intanto dopo aver messa in mostra la testa, cred bene di non far apparire il resto del corpo. 
- Non credo che giochino realmente, - disse Alice lagnandosi. - Litigano con tanto calore che non sentono neanche la loro voce... non hanno regole nel giuoco; e se le hanno, nessuno le osserva... E poi c' una tal confusione con tutti questi oggetti vivi; che non c' modo di raccapezzarsi. Per esempio, ecco l'arco che io dovrei attraversare, che scappa via dall'altra estremit del terreno... Proprio avrei dovuto fare croquet col riccio della Regina, ma  fuggito non appena ha visto il mio. 
- Ti piace la Regina? - domand il Gatto a voce bassa. 
- Per nulla! - rispose Alice; - essa  tanto... - Ma s'accorse che la Regina le stava vicino in ascolto, e continu -...abile al giuoco, ch' inutile finire la partita. 
La Regina sorrise e pass oltre. 
- Con chi parli? - domand il Re che s'era avvicinato ad Alice, e osservava la testa del Gatto con grande curiosit. 
- Con un mio amico... il Ghignagatto, - disse Alice; - vorrei presentarlo a Vostra Maest. 
- Quel suo sguardo non mi piace, - rispose il Re; - per se vuole, pu baciarmi la mano. 
- Non ho questo desiderio, - osserv il Gatto. 
- Non essere insolente, - disse il Re, - e non mi guardare in quel modo. - E parlando si rifugi dietro Alice. 
- Un gatto pu guardare in faccia a un re, - osserv Alice, - l'ho letto in qualche libro, ma non ricordo dove. 
- Ma bisogna mandarlo via, - disse il Re risoluto; e chiam la Regina che passava in quel momento: - Cara mia, vorrei che si mandasse via quel Gatto! 
La Regina conosceva un solo modo per sciogliere tutte le difficolt, grandi o piccole, e senza neppure guardare intorno, grid: - Tagliategli la testa! 
- Andr io stesso a chiamare il carnefice, - disse il Re, e and via a precipizio.
Alice pens che intanto poteva ritornare per vedere il progresso del gioco, mentre udiva da lontano la voce della Regina che s'adirava urlando. Ella aveva sentito gi condannare a morte tre giocatori che avevano perso il loro turno. Tutto ci non le piaceva, perch il gioco era diventato una tal confusione ch'ella non sapeva pi se fosse la sua volta di tirare o no. E si mise in cerca del suo riccio. 
Il riccio stava allora combattendo contro un altro riccio; e questa sembr ad Alice una buona occasione per batterli a croquet l'uno contro l'altro: ma v'era una difficolt: il suo fenicottero era dall'altro lato del giardino, e Alice lo vide sforzarsi inutilmente di volare su un albero. 
Quando le riusc d'afferrare il fenicottero e a ricondurlo sul terreno, la battaglia era finita e i due ricci s'erano allontanati. Non importa, - pens Alice, - tanto tutti gli archi se ne sono andati dall'altro lato del terreno. E se lo accomod per benino sotto il braccio per non farselo scappare pi, e ritorn dal Gatto per riattaccare discorso con lui. 
Ma con sorpresa trov una gran folla raccolta intorno al Ghignagatto; il Re, la Regina e il carnefice urlavano tutti e tre insieme, e gli altri erano silenziosi e malinconici. 
Quando Alice apparve fu chiamata da tutti e tre per risolvere la questione. Essi le ripeterono i loro argomenti; ma siccome parlavano tutti in una volta, le fu difficile intendere che volessero. 
Il carnefice sosteneva che non si poteva tagliar la testa dove mancava un corpo da cui staccarla; che non aveva mai avuto da fare con una cosa simile prima, e che non voleva cominciare a farne alla sua et. 
L'argomento del Re, era il seguente: che ogni essere che ha una testa pu essere decapitato, e che il carnefice non doveva dire sciocchezze. 
L'argomento della Regina era questo: che se non si fosse eseguito immediatamente il suo ordine, avrebbe ordinato l'esecuzione di quanti la circondavano. (E quest'ingiunzione aveva dato a tutti quell'aria grave e piena d'ansiet.) 
Alice non seppe dir altro che questo: - Il Gatto  della Duchessa: sarebbe meglio interrogarla. 
- Ella  in prigione, - disse la Regina al carnefice: - Conducetela qui. - E il carnefice vol come una saetta. 
Andato via il carnefice, la testa del Gatto cominci a dileguarsi, e quando egli torn con la Duchessa non ce n'era pi traccia: il Re e il carnefice corsero qua e l per ritrovarla, mentre il resto della brigata si rimetteva a giocare. 

IX

STORIA DELLA FALSA TESTUGGINE

- Non puoi immaginare la mia gioia nel rivederti, bambina mia! - disse la Duchessa infilando affettuosamente il braccio in quello di Alice, e camminando insieme. 
Alice fu lieta di vederla di buon umore, e pens che quando l'aveva vista in cucina era stato il pepe, forse, a renderla intrattabile. Quando sar Duchessa, - si disse (ma senza soverchia speranza), - non vorr avere neppure un granello di pepe in cucina. La minestra  saporosa anche senza pepe.  il pepe, certo, che irrita tanta gente, continu soddisfatta d'aver scoperta una specie di nuova teoria, - l'aceto la inacidisce... la camomilla la fa amara... e i confetti e i pasticcini addolciscono il carattere dei bambini. Se tutti lo sapessero, non lesinerebbero tanto in fatto di dolci. 
In quell'istante aveva quasi dimenticata la Duchessa, e sussult quando si sent dire all'orecchio: - Tu pensi a qualche cosa ora, cara mia, e dimentichi di parlarmi. Ora non posso dirti la morale, ma me ne ricorder fra breve. 
- Forse non ne ha, - Alice si arrischi di osservare. 
- Zitta! zitta! bambina! - disse la Duchessa. - Ogni cosa ha la sua morale, se si sa trovarla - .E le si strinse pi da presso. 
Ad Alice non piaceva esserle cos vicina; primo; perch la Duchessa era bruttissima; secondo, perch era cos alta che poggiava il mento sulle spalle d'Alice, un mento terribilmente aguzzo! Ma non volle mostrarsi scortese, e sopport quella noia con molta buona volont. 
- Il giuoco va meglio, ora, - disse per alimentare un po' la conversazione. 
- Eh s, - rispose la Duchessa, - e questa  la morale:  l'amore,  l'amore che fa girare il mondo. 
- Ma qualcheduno ha detto invece, - bisbigli Alice, - se ognuno badasse a s, il mondo andrebbe meglio. 
- Bene!  lo stesso, - disse la Duchessa, conficcando il suo mento aguzzo nelle spalle d'Alice: - E la morale  questa: Guardate al senso; le sillabe si guarderanno da s. 
(Come si diletta a trovare la morale in tutto! pens Alice.) 
- Scommetto che sei sorpresa, perch non ti cingo la vita col braccio, - disse la Duchessa dopo qualche istante, - ma si  perch non so di che carattere sia il tuo fenicottero. Vogliamo far la prova? 
- Potrebbe morderla, - rispose Alice, che non desiderava simili esperimenti. 
-  vero, - disse la Duchessa, - i fenicotteri e la mostarda non fanno che mordere, e la morale  questa: Gli uccelli della stessa razza se ne vanno insieme. 
- Ma la mostarda non  un uccello, - osserv Alice. 
- Bene, come sempre, disse la Duchessa, - tu dici le cose con molta chiarezza! 
-  un minerale, credo, - disse Alice. 
- Gi, - rispose la Duchessa, che pareva accettasse tutto quello che diceva Alice; - in questi dintorni c' una miniera di mostarda e la morale  questa: La miniera  la maniera di gabbar la gente intera. 
- Oh lo so! - esclam Alice, che non aveva badato a queste parole; -  un vegetale, bench non sembri. 
- Proprio cos, - disse la Duchessa, - e la morale  questa: Sii ci che vuoi parere o, se vuoi che te la dica pi semplicemente: Non credere mai d'essere diversa da quella che appari agli altri di esser o d'esser stata, o che tu possa essere, e l'essere non  altro che l'essere di quell'essere ch' l'essere dell'essere, e non diversamente.
- Credo che la intenderei meglio, - disse Alice con molto garbo, - se me la scrivesse; non posso seguir con la mente ci che dice. 
- Questo  nulla rimpetto a quel che potrei dire, se ne avessi voglia, - soggiunse la Duchessa. 
- Non s'incomodi a dire qualche altra cosa pi lunga, - disse Alice. 
- Non mi parlar d'incomodo! - rispose la Duchessa. - Ti faccio un regalo di ci che ho detto finora. 
Un regalo che non costa nulla, - pens Alice; - meno male che negli onomastici e nei genetliaci non si fanno regali simili. - Ma non os dirlo a voce alta. 
- Sempre pensosa? - domand la Duchessa, dando alla spalla della bambina un altro colpo del suo mento acuminato. 
- N'ho ben ragione! - rispose vivamente Alice, perch cominciava a sentirsi un po' seccata. 
E la Duchessa: 
- La stessa ragione che hanno i porci di volare: e la mora... 
A questo punto, con gran sorpresa d'Alice, la voce della Duchessa and morendo e si spense in mezzo alla sua favorita parola: morale. Il braccio che era in quello d'Alice cominci a tremare. Alice alz gli occhi, e vide la Regina ritta di fronte a loro due, le braccia conserte, le ciglia aggrottate, come un uragano. 
- Maest che bella giornata! - balbett la Duchessa con voce bassa e fioca.
Vi avverto a tempo, - grid la Regina, pestando il suolo; - o voi o la vostra testa dovranno andarsene immediatamente! Scegliete! 
La Duchessa scelse e in un attimo spar. 
- Ritorniamo al giuoco, - disse la Regina ad Alice; ma Alice era troppo atterrita, e non rispose sillaba, seguendola lentamente sul terreno. 
Gl'invitati intanto, profittando dell'assenza della Regina, si riposavano all'ombra: per appena la videro ricomparire, tornarono ai loro posti; la Regina accenn soltanto che se avessero ritardato un momento solo, avrebbero perduta la vita. 
Mentre giocavano, la Regina continuava a querelarsi con gli altri giocatori, gridando sempre: - Tagliategli la testa! - oppure: - Tagliatele la testa! - Coloro ch'erano condannati a morte erano arrestati da soldati che dovevano servire d'archi al gioco, e cos in meno di mezz'ora, non c'erano pi archi, e tutti i giocatori, eccettuati il Re, la Regina e Alice, erano in arresto e condannati nel capo. 
Finalmente la Regina lasci il giuoco, senza pi fiato, e disse ad Alice: - Non hai veduto ancora la Falsa-testuggine? 
- No, - disse Alice. - Non so neppure che sia la Falsa-testuggine. 
-  quella con cui si fa la minestra di Falsa-testuggine, - disse la Regina. 
- Non ne ho mai veduto, n udito parlare, - soggiunse Alice. 
- Vieni dunque, - disse la Regina, ed essa ti racconter la sua storia.
Mentre andavano insieme, Alice sent che il Re diceva a voce bassa a tutti i condannati: - Faccio grazia a tutti.
- Oh come sono contenta! - disse fra s Alice, perch era afflittissima per tutte quelle condanne ordinate dalla Regina. Tosto arrivarono presso un Grifone sdraiato e addormentato al sole. (Se voi non sapete che sia un Grifone, guardate la figura.) - Su, su, pigro! - disse la Regina, - conducete questa bambina a vedere la Falsa-testuggine che le narrer la sua storia. Io debbo tornare indietro per assistere alle esecuzioni che ho ordinate. - E and via lasciando Alice sola col Grifone. Non piacque ad Alice l'aspetto della bestia, ma poi riflettendo che, dopo tutto, rimaner col Grifone era pi sicuro che star con quella feroce Regina, rimase in attesa.
Il Grifone si lev, si sfreg gli occhi, aspett che la Regina sparisse interamente e poi si mise a ghignare:
- Che commedia! - disse il Grifone, parlando un po' per s, un po' per Alice.
- Quale commedia? - domand Alice.
- Quella della Regina, - soggiunse il Grifone. -  una sua mania, ma a nessuno viene tagliata la testa, mai. Vieni! 
- Qui tutti mi dicono: Vieni! - osserv Alice, seguendolo lentamente. - Non sono mai stata comandata cos in tutta la mia vita! 
Non s'erano allontanati di molto che scorsero in distanza la Falsa-testuggine, seduta malinconicamente sull'orlo d'una rupe. Avvicinatasi un po' pi, Alice la sent sospirare come se le si rompesse il cuore. N'ebbe compassione. - Che ha? - domand al Grifone, e il Grifone rispose quasi con le stesse parole di prima: -  una mania che l'ha presa, ma non ha nulla. Vieni! 
E andarono verso la Falsa-testuggine, che li guard con certi occhioni pieni di lagrime, ma senza far motto. 
- Questa bambina, - disse il Grifone, - vorrebbe sentire la tua storia, vorrebbe. 
- Gliela dir, - rispose la Falsa-testuggine, con voce profonda. - Sedete, e non dite sillaba, prima che io termini. 
E sedettero e per qualche minuto nessuno parl. Alice intanto osservo fra s: Come potr mai finire se non comincia mai? Ma aspett pazientemente. 
- Una volta, - disse finalmente la Falsa-testuggine con un gran sospiro, - io ero una testuggine vera. 
Quelle parole furono seguite da un lungo silenzio, interrotto da qualche Hjckrrh! del Grifone e da continui e grossi singhiozzi della Falsa-testuggine. Alice stava per levarsi e dirle: - Grazie della vostra storia interessante, - quando pens che ci doveva essere qualche altra cosa, e sedette tranquillamente senza dir nulla.
- Quando eravamo piccini, - riprese finalmente la Falsa-testuggine, un po' pi tranquilla, ma sempre singhiozzando di quando in quando, - andavamo a scuola al mare. La maestra era una vecchia testuggine... - e noi la chiamavamo tartarug... 
- Perch la chiamavate tartaruga se non era tale? - domand Alice. 
- La chiamavamo tartaruga, perch c'insegnava, - disse la Falsa-testuggine con dispetto: Hai poco sale in zucca!
- Ti dovresti vergognare di fare domande cos semplici, - aggiunse il Grifone; e poi tacquero ed entrambi fissarono gli occhi sulla povera Alice che avrebbe preferito sprofondare sotterra. Finalmente il Grifone disse alla Falsa-testuggine: - Va innanzi, cara mia! e non ti dilungare tanto! 
E cos la Falsa-testuggine continu: 
- Andavamo a scuola al mare, bench tu non lo creda... 
- Non ho mai detto questo! - interruppe Alice. 
- S che l'hai detto, - disse la Falsa-testuggine .
- Zitta! - soggiunse il Grifone, prima che. Alice potesse rispondere. La Falsa-testuggine continu:
- Noi fummo educate benissimo... infatti andavamo a scuola tutti i giorni... 
Anch'io andavo a scuola ogni giorno, - disse Alice; - non serve inorgoglirsi per cos poco. 
- E avevate dei corsi facoltativi? - domand la Falsa-testuggine con ansiet. 
- S, - rispose Alice; - imparavamo il francese e la musica. 
- E il bucato? - disse la Falsa-testuggine. 
- No, il bucato, no, - disse Alice indignata. 
- Ah! e allora che scuola era? - disse la Falsa-testuggine, come se si sentisse sollevata. - Nella nostra, c'era nella fine del programma: Corsi facoltativi: francese, musica, e bucato. 
- E vivendo in fondo al mare, - disse Alice, - a che vi serviva? 
- Non ebbi mai il mezzo per impararlo, - soggiunse sospirando la Falsa-testuggine; - cos seguii soltanto i corsi ordinari. 
- Ed erano? - domand Alice. 
- Annaspare e contorcersi, prima di tutto, - rispose la Falsa-testuggine. - E poi le diverse operazioni dell'aritmetica... ambizione, distrazione, bruttificazione, e derisione. 
- Non ho mai sentito parlare della bruttificazione, - disse Alice. - Che cos'? 
Il Grifone lev le due zampe in segno di sorpresa ed esclam: - Mai sentito parlare di bruttificazione! Ma sai che significhi bellificazione, spero. 
- S, - rispose Alice, ma un po' incerta: - significa... rendere... qualche cosa... pi bella. 
Ebbene, - continua il Grifone, - se non sai che significa bruttificazione mi par che ti manchi il comprendonio. 
Alice non si sentiva incoraggiata a fare altre domande. Cos si volse alla Falsa-testuggine e disse: - Che altro dovevate imparare? 
- C'era il mistero, rispose la Falsa-testuggine, contando i soggetti sulle natatoie... - il mistero antico e moderno con la marografia: poi il disdegno... il maestro di disdegno era un vecchio grongo, e veniva una volta la settimana: c'insegnava il disdegno, il passaggio, e la frittura ad occhio. 
- E che era? - disse Alice. 
- Non te la potrei mostrare, - rispose la Falsa-testuggine, - perch vedi son tutta d'un pezzo. E il Grifone non l'ha mai imparata. 
- Non ebbi tempo, - rispose il Grifone: ma studiai le lingue classiche e bene. Ebbi per maestro un vecchio granchio, sapete. 
- Non andai mai da lui, - disse la Falsa-testuggine con un sospiro: - dicevano che insegnasse Catino e Gretto.
- Proprio cos, - disse il Grifone, sospirando anche lui, ed entrambe le bestie si nascosero la faccia tra le zampe. 
- Quante ore di lezione al giorno avevate? - disse prontamente Alice per cambiar discorso.
- Dieci ore il primo giorno, - rispose la Falsa-testuggine: - nove il secondo, e cos di seguito. 
- Che strano metodo! - esclam Alice. 
- Ma  questa la ragione perch si chiamano lezioni, - osserv il Grifone: - perch c' una lesione ogni giorno.
- Era nuovo per Alice, e ci pens su un poco, prima di fare questa osservazione: - Allora l'undecimo giorno era vacanza? 
- Naturalmente, - disse la Falsa-testuggine. 
- E che si faceva il dodicesimo? - domand vivamente Alice. 
- Basta in quanto alle lezioni: dille ora qualche cosa dei giuochi, - interruppe il Grifone, in tono molto risoluto. 


X

IL BALLO DEI GAMBERI

La Falsa-testuggine cacci un gran sospiro e si pass il rovescio d'una natatoia sugli occhi. Guard Alice, e cerc di parlare, ma per qualche istante ne fu impedita dai singhiozzi. 
- Come se avesse un osso in gola, - disse il Grifone, e si mise a scuoterla e a batterle la schiena. Finalmente la Falsa-testuggine ricuper la voce e con le lagrime che le solcavano le gote, riprese: 
- Forse tu non sei vissuta a lungo sott'acqua... ( - Certo che no, - disse Alice) - e forse non sei mai stata presentata a un gambero... (Alice stava per dire: - Una volta assaggiai... - ma tronc la frase e disse: - No mai): - cos tu non puoi farti un'idea della bellezza d'un ballo di gamberi? 
- No, davvero, - rispose Alice. - Ma che  mai un ballo di gamberi? 
- Ecco, - disse il Grifone, - prima di tutto si forma una linea lungo la spiaggia... 
- Due! - grid la Falsa-testuggine. - Foche, testuggini di mare, salmoni e simili: poi quando si son tolti dalla spiaggia i polipi... 
- E generalmente cos facendo si perde del tempo, - interruppe il Grifone. 
- ...si fa un avant-deux. 
- Ciascuno con un gambero per cavaliere, - grid il Grifone. 
- Eh gi! - disse la Falsa-testuggine: - si fa un avant-deux, e poi un balanc... 
- Si scambiano i gamberi e si ritorna en place, - continu il Grifone. 
- E poi capisci? - continu la Falsa-testuggine, - si scaraventano i... 
- I gamberi! - urlo il Grifone, saltando come un matto. 
...nel mare, pi lontano che si pu...
 - Quindi si nuota dietro di loro! - strill il Grifone. 
- Si fa capitombolo in mare! - grid la Falsa-testuggine, saltellando pazzamente qua e la. 
- Si scambiano di nuovo i gamberi! - Voci il Grifone. 
- Si ritorna di nuovo a terra, e... e questa  la prima figura, - disse la Falsa-testuggine, abbassando di nuovo la voce. E le due bestie che poco prima saltavano come matte, si accosciarono malinconicamente e guardarono Alice. 
- Vuoi vederne un saggio? - domand la Falsa-testuggine.
- Mi piacerebbe molto, - disse Alice. 
- Coraggio, proviamo la prima figura! disse la Falsa-testuggine al Grifone. - Possiamo farla senza gamberi. Chi canta? 
- Canta tu, - disse il Grifone. - Io ho dimenticate le parole. 
E cominciarono a ballare solennemente intorno ad Alice, pestandole i piedi di quando in quando, e agitando le zampe anteriori per battere il tempo. La Falsa-testuggine cantava adagio adagio malinconicamente: 

Alla chiocciola il nasello: Su, dicea, cammina presto; 
mi vien dietro un cavalluccio - che uno stinco m'ha gi pesto: 
vedi quante mai testuggini - qui s'accalcan per ballare!

Presto vuoi, non vuoi danzare?
Presto vuoi, non vuoi danzare? 

Tu non sai quant' squisita - come  dolce questa danza
quando in mar ci scaraventano - senza un'ombra di esitanza!
Ma la chiocciola rispose: - Grazie, caro,  assai lontano,
e arrivar col non posso - camminando cos piano. 

Non potea, volea danzare!
Non potea, volea danzare!

Ma che importa s' lontano - all'amica fe' il nasello
di saper che all'altra sponda - c' un paese assai pi bello! 
Pi lontan della Sardegna - pi vicino alla Toscana.
Non temer, vi balleremo - tutti insieme la furlana.

Presto vuoi, non vuoi danzare?
Presto vuoi, non vuoi danzare?

- Grazie,  un bel ballo, - disse Alice, lieta che fosse finito; - e poi quel canto curioso del nasello mi piace tanto! 
- A proposito di naselli, - disse la Falsa-testuggine, - ne hai veduti, naturalmente? 
- S, - disse Alice, - li ho veduti spesso a tavo... - E si mangi il resto. 
- Non so dove sia Tavo, - disse la Falsa-testuggine - ma se li hai veduti spesso, sai che cosa sono. 
- Altro! - rispose Alice meditabonda, - hanno la coda in bocca e sono mollicati. 
- Ma che molliche! - soggiunse la Falsa-testuggine, - le molliche sarebbero spazzate dal mare. Per hanno la coda in bocca; e la ragione  questa... 
E a questo la Falsa-testuggine sbadigli e chiuse gli occhi. - Digliela tu la ragione, - disse al Grifone. 
- La ragione  la seguente, - disse il Grifone. - Essi vollero andare al ballo; e poi furono buttati in mare; e poi fecero il capitombolo molto al di l, poi tennero stretta la coda fra i denti; e poi non poterono distaccarsela pi; e questo  tutto. 
- Grazie, - disse Alice, - molto interessante. Non ne seppi mai tanto dei naselli. 
- Presto facci un racconto delle tue avventure, - disse il Grifone. 
- Ne potrei raccontare cominciando da stamattina, - disse timidamente Alice; - ma  inutile raccontarvi quelle di ieri, perch... ieri io ero un altra. 
- Come un'altra? Spiegaci, - disse la Falsa-testuggine. 
- No, no! prima le avventure, - esclam il Grifone impaziente; - le spiegazioni occupano tanto tempo. 
Cos Alice cominci a raccontare i suoi casi, dal momento dell'incontro col Coniglio bianco; ma tosto si cominci a sentire un po' a disagio, ch le due bestie le si stringevano da un lato e l'altro, spalancando gli occhi e le bocche; ma la bambina poco dopo riprese coraggio. I suoi uditori si mantennero tranquilli sino a che ella giunse alla ripetizione del Sei vecchio, caro babbo, da lei fatta al Bruco. Siccome le parole le venivano diverse dal vero originale, la Falsa-testuggine cacci un gran sospiro, e disse: -  molto curioso! 
-  pi curioso che mai! - esclam il Grifone. 
-  scaturito assolutamente diverso! - soggiunse la Falsa-testuggine, meditabonda. - Vorrei che ella ci recitasse qualche cosa ora. Dille di cominciare. 
E guard il Grifone, pensando ch'egli avesse qualche specie d'autorit su Alice. 
- Levati in piedi, - disse il Grifone, - e ripetici la canzone: Trenta quaranta... 
- Oh come queste bestie danno degli ordini, e fanno recitar le lezioni! - pens Alice; - sarebbe meglio andare a scuola subito! 
A ogni modo, si lev, e cominci a ripetere la canzone; ma la sua testolina era cos piena di gamberi e di balli, che non sapeva che si dicesse, e i versi le venivano male: 

Son trenta e son quaranta, - il gambero gi canta, 
M'ha troppo abbrustolito - mi voglio inzuccherare, 
In faccia a questo specchio - mi voglio spazzolare, 
E voglio rivoltare - e piedi e naso in su!

- Ma questo  tutto diverso da quello che recitavo da bambino, - disse il Grifone. 
-  la prima volta che lo sento, - osserv la Falsa-testuggine; - ed  una vera sciocchezza! 
Alice non rispose: se ne stava con la faccia tra le mani, sperando che le cose tornassero finalmente al loro corso naturale. 
- Vorrei che me lo spiegassi, - disse la Falsa-testuggine. 
- Non sa spiegarlo, - disse il Grifone; - comincia la seconda strofa. 
- A proposito di piedi, - continu la Falsa-testuggine, - come poteva rivoltarli, e col naso, per giunta? 
-  la prima posizione nel ballo, - disse Alice; ma era tanto confusa che non vedeva l'ora di mutar discorso. 
- Continua la seconda strofa, - replic il Grifone con impazienza; - comincia: Bianca la sera. 
Alice non os disubbidire, bench sicura che l'avrebbe recitata tutt'al rovescio, e continu tremante: 

Al nereggiar dell'alba - nel lor giardino, in fretta, 
tagliavano un pasticcio - l'ostrica e la civetta. 

- Perch recitarci tutta questa robaccia? interruppe la Falsa-testuggine; - se non ce la spieghi? Fai tanta confusione! 
- S, sarebbe meglio smettere, - disse il Grifone. E Alice fu pi che lieta di terminare. 
- Vogliamo provare un'altra figura del ballo dei gamberi? - continu il Grifone. - O preferiresti invece che la Falsa-testuggine cantasse lei? 
- Oh, s, se la Falsa-testuggine vorr cantare! - rispose Alice; ma con tanta premura, che il Grifone offeso grid: - Ah tutti i gusti sono gusti. Amica, cantaci la canzone della Zuppa di testuggine. 
La Falsa-testuggine sospir profondamente, e con voce soffocata dai singhiozzi cant cos: 

Bella zuppa cos verde 
in attesa dentro il tondo 
chi ti vede e non si perde 
nel piacere pi profondo?

Zuppa cara, bella zuppa, 
zuppa cara, bella zuppa, 
bella zuppa, bella zuppa, 
zuppa cara, 
bella bella bella zuppa! 

Bella zuppa, chi  il meschino 
che vuol pesce, caccia od altro? 
Sol di zuppa un cucchiaino 
preferir usa chi  scaltro. 

Solo un cucchiain di zuppa, 
cara zuppa, bella zuppa, 
cara zuppa, bella zuppa, 
zuppa cara, 
 bella bella bella zuppa!

- Ancora il coro! - grid il Grifone. 
E la Falsa-testuggine si preparava a ripeterlo, quando si ud una voce in distanza: 
- Si comincia il processo! 
- Vieni, vieni! - grid il Grifone, prendendo Alice per mano, e fuggiva con lei senza aspettare la fine. 
- Che processo? - domand Alice; ma il Grifone le rispose: - Vieni! - e fuggiva pi veloce, mentre il vento portava pi flebili le melanconiche parole: 

Zuppa cara,
 bella bella bella zuppa! 

XI

CHI HA RUBATO LE TORTE?

Arrivati, videro il Re e la Regina di cuori seduti in trono, circondati da una gran folla di uccellini, di bestioline e da tutto il mazzo di carte: il Fante stava davanti, incatenato, con un soldato da un lato e l'altro: accanto al Re stava il Coniglio bianco con una tromba nella destra e un rotolo di pergamena nella sinistra. Nel mezzo della corte c'era un tavolo, con un gran piatto di torte d'apparenza cos squisita che ad Alice venne l'acquolina in bocca. 
Vorrei che si finisse presto il processo, - pens Alice, - e che si servissero le torte! Ma nessuno si muoveva intanto, ed ella cominci a guardare intorno per ammazzare il tempo. 
Alice non aveva mai visto un tribunale, ma ne aveva letto qualche cosa nei libri, e fu lieta di riconoscere tutti quelli che vedeva. 
Quello  il giudice, - disse fra s, - perch porta quel gran parruccone. - E quello  il banco dei giurati, - osserv Alice, - e quelle dodici creature, - doveva dire creature, perch alcune erano quadrupedi, ed altre uccelli, - sono sicuramente i giurati. E ripet queste parole due o tre volte, superba della sua scienza, perch giustamente si diceva che pochissime ragazze dell'et sua sapevano tanto. 
I dodici giurati erano affaccendati a scrivere su delle lavagne. - Che fanno? - bisbigli Alice nell'orecchio del Grifone. - Non possono aver nulla da scrivere se il processo non  ancora cominciato. 
- Scrivono i loro nomi, - bisbigli il Grifone; - temono di dimenticarseli prima della fine del processo. 
- Che stupidi! - esclam Alice sprezzante, ma tacque subito, perch il Coniglio bianco, esclam: - Silenzio in corte! - e il Re inforc gli occhiali, mettendosi a guardare ansiosamente da ogni lato per scoprire i disturbatori. 
Alice vedeva bene, come se fosse loro addosso, che scrivevano stupidi, sulle lavagne: osserv altres che uno di loro non sapeva sillabare stupidi, e domandava al vicino come si scrivesse. 
Le lavagne saranno tutte uno scarabocchio prima della fine del processo! pens Alice. 
Un giurato aveva una matita che strideva. Alice non potendo resistervi, gir intorno al tribunale, gli giunse alle spalle e gliela strapp di sorpresa. Lo fece con tanta rapidit che il povero giurato (era Guglielmo, la lucertola) non seppe pi che fosse successo della matita. Dopo aver girato qua e l per ritrovarla, fu costretto a scrivere col dito tutto il resto della giornata. Ma a che pro, se il dito non lasciava traccia sulla lavagna? 
- Usciere! leggete l'atto d'accusa, - disse il Re. 
Allora il Coniglio di tre squilli di tromba, poi spieg il rotolo della pergamena, e lesse cos: 

La Regina di cuori 
fece le torte in tutto un d d'estate: 
Tristo, il Fante di cuori 
di nascosto le torte ha trafugate! 

- Ponderate il vostro verdetto! - disse il Re ai giurati. 
- Non ancora, non ancora ! - interruppe vivamente il Coniglio. - Vi son molte cose da fare prima! 
- Chiamate il primo testimone, - disse il Re; e il Coniglio bianco di tre squilli di tromba, e chiam: - Il primo testimone! 
Il testimone era il Cappellaio. S'avanz con una tazza di t in una mano, una fetta di pane imburrato nell'altra. 
- Domando perdono alla maest vostra, disse, - se vengo con le mani impedite; ma non avevo ancora finito di prendere il t quando sono stato chiamato. 
- Avreste dovuto finire, - rispose il Re. Quando avete cominciato a prenderlo? 
Il Cappellaio guard la Lepre di Marzo che lo aveva seguito in corte, a braccetto col Ghiro. - Credo che fosse il quattordici di marzo, - disse il Cappellaio. 
- Il quindici, - esclam la Lepre di Marzo. 
- Il sedici, - soggiunse il Ghiro. 
- Scrivete questo, - disse il Re ai giurati. 
E i giurati si misero a scrivere prontamente sulle lavagne, e poi sommarono i giorni riducendoli a lire e centesimi. 
- Cavatevi il cappello, - disse il Re al Cappellaio. 
- Non  mio, - rispose il Cappellaio. 
-  rubato allora! - esclam il Re volgendosi ai giurati, i quali subito annotarono il fatto. 
- Li tengo per venderli, - soggiunse il Cappellaio per spiegare la cosa: - Non ne ho di miei. Sono cappellaio. 
La Regina inforc gli occhiali, e cominci a fissare il Cappellaio, che divent pallido dallo spavento. 
- Narraci quello che sai, - disse il Re, - e non aver paura... ti far decapitare immediatamente. 
Queste parole non incoraggiarono il testimone, che non si reggeva pi in piedi. Guardava angosciosamente la Regina, e nella confusione addent la tazza invece del pane imburrato. 
Proprio in quel momento, Alice prov una strana sensazione, che la sorprese molto finch non se ne diede ragione: cominciava a crescere di nuovo; pens di lasciare il tribunale, ma poi riflettendoci meglio volle rimanere finch per lei ci fosse spazio. 
- Perch mi urti cos? - disse il Ghiro che le sedeva da presso. - Mi manca il respiro. 
- Che ci posso fare? - disse affabilmente Alice. - Sto crescendo. 
- Tu non hai diritto di crescere qui, - url il Ghiro. 
- Non dire delle sciocchezze, - grid Alice, - anche tu cresci. 
- S, ma io cresco a un passo ragionevole, soggiunse il Ghiro, - e non in quella maniera ridicola. - E brontolando si lev e and a mettersi dall'altro lato. 
Intanto la Regina non aveva mai distolto lo sguardo dal Cappellaio e mentre il Ghiro attraversava la sala del tribunale, disse a un usciere:  - Dammi la lista dei cantanti dell'ultimo concerto! 
A quest'ordine il Cappellaio si mise a tremare cos che le scarpe gli sfuggirono dai piedi. 
- Narraci quello che sai, - ripet adirato il Re, - o ti far tagliare la testa, abbi o no paura. 
- Maest: sono un povero disgraziato, - cominci il Cappellaio con voce tremante, - e ho appena cominciato a prendere il t... non  ancora una settimana... e in quanto al pane col burro che si assottiglia... e il tremolio del t. 
- Che tremolio? - esclam il re. 
Il tremolio cominci col t, - rispose il Cappellaio. 
- Sicuro che tremolio comincia con un T! - disse vivamente il Re. - M'hai preso per un allocco? Continua. 
- Sono un povero disgraziato, - continu il Cappellaio, - e dopo il t tremavamo tutti... solo la Lepre di Marzo disse... 
- Non dissi niente! - interruppe in fretta la Lepre di Marzo. 
- S che lo dicesti! - disse il Cappellaio. 
- Lo nego! - replic la Lepre di Marzo. 
- Lo nega, - disse il Re: - ebbene, lascia andare. 
- Bene, a ogni modo il Ghiro disse... 
E il Cappellaio guard il Ghiro per vedere se anche lui volesse dargli una smentita: ma quegli, profondamente addormentato, non negava nulla. 
- Dopo di ci, - continu il Cappellaio, - mi preparai un'altra fetta di pane col burro... 
- Ma che cosa disse il Ghiro? - domand un giurato. 
- Non lo posso ricordare, - disse il Cappellaio. 
- Lo devi ricordare, - disse il Re, - se no ti far tagliare la testa. 
L'infelice Cappellaio si lasci cadere la tazza, il pane col burro e le ginocchia a terra, e implor: - Sono un povero mortale! 
- Sei un povero oratore, - disse il Re. 
Qui un Porcellino d'India di un applauso, che venne subito represso dagli uscieri del tribunale. (Ed ecco come: fu preso un sacco che si legava con due corde all'imboccatura; vi si fece entrare a testa in gi il Porcellino, e gli uscieri vi si sedettero sopra.) 
- Sono contenta d'avervi assistito, - pens Alice. - Ho letto tante volte nei giornali, alla fine dei processi: Vi fu un tentativo di applausi, subito represso dal presidente; ma non avevo mai compreso che cosa volesse dire. 
- Se  questo tutto quello che sai, - disse il Re, - puoi ritirarti. 
- Non posso ritirarmi, - disse il Cappellaio, - sono gi sul pavimento. 
- Allora siediti, - disse il Re. 
Qui un altro Porcellino d'India di un applauso, ma fu represso. 
- Addio Porcellini d'India! Non vi vedr pi! - disse Alice. - Ora si andr innanzi meglio. 
- Vorrei piuttosto finire il t, - disse il Cappellaio, guardando con ansiet la Regina, la quale leggeva la lista dei cantanti. 
- Puoi andare, - disse il Re, e il Cappellaio lasci frettolosamente il tribunale, senza nemmeno rimettersi le scarpe. 
-...E tagliategli la testa, - soggiunse la Regina, volgendosi a un ufficiale; ma il Cappellaio era gi sparito prima che l'ufficiale arrivasse alla porta. 
- Chiamate l'altro testimone! - grid il Re. L'altro testimone era la cuoca della Duchessa. Aveva il vaso del pepe in mano, e Alice indovin chi fosse anche prima di vederla, perch tutti quelli vicini all'ingresso cominciarono a starnutire. 
- Che cosa sai? - disse il Re. 
- Niente, - rispose la cuoca. 
Il Re guard con ansiet il Coniglio bianco che mormor:- Maest, fatele delle domande. 
- Bene, se debbo farle, le far, - disse il Re, e dopo aver incrociate le braccia sul petto, e spalancati gli occhi sulla cuoca, disse con voce profonda: - Di che cosa sono composte le torte? 
- Di pepe per la maggior parte, - rispose la cuoca. 
- Di melassa, - soggiunse una voce sonnolenta dietro di lei. 
- Afferrate quel Ghiro! - grid la Regina. - Tagliategli il capo! Fuori quel Ghiro! Sopprimetelo! pizzicatelo! Strappategli i baffi! 
Durante qualche istante il tribunale fu una Babele, mentre il Ghiro veniva afferrato; e quando l'ordine fu ristabilito, la cuoca era scomparsa. 
- Non importa, - disse il Re con aria di sollievo. - Chiamate l'altro testimone. - E bisbigli alla Regina: - Cara mia, l'altro testimone dovresti esaminarlo tu. A me duole il capo. 
Alice stava osservando il Coniglio che esaminava la lista, curiosa di vedere chi fosse mai l'altro testimone, - perch non hanno ancora una prova, - disse fra s. Figurarsi la sua sorpresa, quando il Coniglio bianco chiam con voce stridula: Alice! 


XII

LA TESTIMONIANZA DI ALICE

- Presente! - rispose Alice. 
Dimenticando, nella confusione di quell'istante di esser cresciuta enormemente, salt con tanta fretta che rovesci col lembo della veste il banco de' giurati, i quali capitombolarono con la testa in gi sulla folla, restando con le. gambe in aria. Questo le ramment l'urtone dato la settimana prima a un globo di cristallo con i pesciolini d'oro. 
- Oh, vi prego di scusarmi! - ella esclam con voce angosciata e cominci a raccoglierli con molta sollecitudine, perch invasa dall'idea dei pesciolini pensava di doverli prontamente raccogliere e rimettere sul loro banco se non li voleva far morire. 
- Il processo, - disse il Re con voce grave, - non pu andare innanzi se tutti i giurati non saranno al loro posto... dico tutti, - soggiunse con energia, guardando fisso Alice. 
Alice guard il banco de' giurati, e vide che nella fretta avea rimessa la lucertola a testa in gi. La poverina agitava melanconicamente la coda, non potendosi muovere. Subito la raddrizz. Non gi perch significhi qualche cosa, - disse fra s, - perch ne la testa n la coda gioveranno al processo. 
Appena i giurati si furono rimessi dalla caduta e riebbero in consegna le lavagne e le matite, si misero a scarabocchiare con molta ansia la storia del loro ruzzolone, tranne la lucertola, che era ancora stordita e sedeva a bocca spalancata, guardando il soffitto. 
- Che cosa sai di quest'affare? - domand il Re ad Alice. 
- Niente, - rispose Alice. 
- Proprio niente? - replic il Re. 
- Proprio niente, - soggiunse Alice. 
-  molto significante, - disse il Re, volgendosi ai giurati. 
Essi si accingevano a scrivere sulle lavagne, quando il Coniglio bianco li interruppe: 
- Insignificante, intende certamente vostra Maest, - disse con voce rispettosa, ma aggrottando le ciglia e facendo una smorfia mentre parlava. 
- Insignificante, gi,  quello che intendevo - soggiunse in fretta il Re; e poi si mise a dire a bassa voce: significante, insignificante, significante... - come se volesse provare quale delle due parole sonasse meglio. 
Alcuni dei giurati scrissero significante, altri insignificante. 
Alice pot vedere perch era vicina, e poteva sbirciare sulle lavagne: Ma non importa, pens. 
Allora il Re, che era stato occupatissimo a scrivere nel suo taccuino, grid: - Silenzio! - e lesse dal suo libriccino: Norma quarantaduesima: - Ogni persona, la cui altezza supera il miglio deve uscire dal tribunale.
Tutti guardarono Alice. 
- Io non sono alta un miglio, - disse Alice. 
- S che lo sei, - rispose il Re. 
- Quasi due miglia d'altezza, - aggiunse la Regina. 
- Ebbene non m'importa, ma non andr via, - disse Alice. - Inoltre quella  una norma nuova; l'avete inventata or ora. 
- Che!  la pi vecchia norma del libro! - rispose il Re. 
- Allora dovrebbe essere la prima, - disse Alice. 
Allora il Re divent pallido e chiuse in fretta il libriccino. 
- Ponderate il vostro verdetto, - disse volgendosi ai giurati, ma con voce sommessa e tremante. 
- Maest, vi sono altre testimonianze, - disse il Coniglio bianco balzando in piedi. - Giusto adesso abbiamo trovato questo foglio. 
- Che contiene? - domand la Regina 
Non l'ho aperto ancora, disse il Coniglio bianco; - ma sembra una lettera scritta dal prigioniero a... a qualcuno. 
- Dev'essere cos - disse il Re, - salvo che non sia stata scritta a nessuno, il che generalmente non avviene. 
- A chi  indirizzata - domand uno dei giurati. 
- Non ha indirizzo, - disse il Coniglio bianco, - infatti non c' scritto nulla al di fuori. - E apr il foglio mentre parlava, e soggiunse: - Dopo tutto, non  una lettera;  una filastrocca in versi. 
- Sono di mano del prigioniero? - domand un giurato. 
- No, no, -rispose Il Coniglio bianco, questo  ancora pi strano. (I giurati si guardarono confusi.) 
- Forse ha imitato la scrittura di qualcun altro, - disse il Re.(I giurati si schiarirono.) 
- Maest, - disse il Fante, - io non li ho scritti, e nessuno potrebbe provare il contrario. E poi non c' alcuna firma in fondo. 
- Il non aver firmato, - rispose il Re, non fa che aggravare il tuo delitto. Tu miravi certamente a un reato; se no, avresti lealmente firmato il foglio. 
Vi fu un applauso generale, e a ragione, perch quella era la prima frase di spirito detta dal Re in quel giorno. 
- Questo prova la sua colpa, - afferm la Regina. 
- Non prova niente, - disse Alice. 
- Ma se non sai neppure ci che contiene il foglio! 
- Leggilo! - disse il re. 
Il Coniglio bianco si mise gli occhiali e domand: - Maest, di grazia, di dove debbo incominciare ?
- Comincia dal principio, - disse il Re solennemente... - e continua fino alla fine, poi fermati. 
Or questi erano i versi che il Coniglio bianco lesse: 

Mi disse che da lei te n'eri andato, 
ed a lui mi volesti rammentar; 
lei poi mi diede il mio certificato 
dicendomi: ma tu non sai nuotar. 

Egli poi disse che non ero andato 
(e non si pu negar, chi non lo sa?) 
e se il negozio sar maturato, 
oh dimmi allor di te che mai sar? 

Una a lei diedi, ed essi due le diero, 
tu me ne desti tre, fors'anche pi; 
ma tutte si rinvennero, - o mistero! 
ed eran tutte mie, non lo sai tu? 

Se lei ed io per caso in questo affare 
misterioso involti ci vedrem, 
egli ha fiducia d'esser liberato 
e con noi stare finalmente insiem. 

Ho questa idea che prima dell'accesso, 
(gi tu sai che un accesso la colp),
un ostacol per lui, per noi, per esso 
fosti tu solo in quel fatale d. 

Ch'egli non sappia chi lei predilige 
(il segreto bisogna mantener); 
sia segreto per tutti, ch qui vige 
la impenetrabile legge del mister. 

- Questo  il pi importante documento di accusa, - disse il Re stropicciandosi le mani; - ora i giurati si preparino.
- Se qualcuno potesse spiegarmelo, - disse Alice (la quale era talmente cresciuta in quegli ultimi minuti che non aveva pi paura d'interrompere il Re) - gli darei mezza lira. Non credo che ci sia in esso neppure un atomo di buon senso. 
I giurati scrissero tutti sulla lavagna: Ella non crede che vi sia in esso neppure un atomo di buon senso.Ma nessuno cerc di spiegare il significato del foglio.
- Se non c' un significato, - disse il Re, - noi usciamo da un monte di fastidi, perch non  necessario trovarvelo. E pure non so, - continu aprendo il foglio sulle ginocchia e sbirciandolo, - ma mi pare di scoprirvi un significato, dopo tutto... Disse... non sai mica nuotar. Tu non sai nuotare, non  vero? - continu volgendosi al Fante. 
Il Fante scosse tristemente la testa e disse: - Vi pare che io possa nuotare? (E certamente, no, perch era interamente di cartone). 
- Bene, fin qui,-, disse il Re, e continu: - E questo  il vero, e ognun di noi io sa. Questo  senza dubbio per i giurati. - Una a lei diedi, ed essi due gli diero. - Questo spiega l'uso fatto delle torte, capisci... 
Ma, - disse Alice, - continua con le parole: Ma tutte si rinvennero. 
- Gi, esse son la, -disse il Re con un'aria di trionfo, indicando le torte sul tavolo. - Nulla di pi chiaro. Continua:Gi tu sai che un accesso la colp,- tu non hai mai avuto degli attacchi nervosi, cara mia, non  vero?- soggiunse volgendosi alla Regina. 
- Mai! - grid furiosa la Regina, e scaravent un calamaio sulla testa della lucertola. (Il povero Guglielmo! aveva cessato di scrivere sulla lavagna col dito, perch s'era accorto che non ne rimaneva traccia; e in quell'istante si rimise sollecitamente all'opera, usando l'inchiostro che gli scorreva sulla faccia, e l'us finche ne ebbe.) 
- Dunque a te questo verso non si attacca, - disse il Re, guardando con un sorriso il tribunale. E vi fu gran silenzio.
 un bisticcio - soggiunse il Re con voce irata, e tutti allora risero. - Che i giurati ponderino il loro verdetto - ripet il Re, forse per la ventesima volta quel giorno. 
- No, disse la Regina. - Prima la sentenza, poi il verdetto. 
-  una stupidit - esclam Alice. - Che idea d'aver prima la sentenza! 
- Taci! - grid la Regina, tutta di porpora in viso. 
- Ma che tacere! - disse Alice. 
- Tagliatele la testa! url la Regina con quanta voce aveva. Ma nessuno si mosse. 
- Chi si cura di te? - disse Alice, (allora era cresciuta fino alla sua statura naturale.); - Tu non sei che la Regina d'un mazzo di carte. 
A queste parole tutto il mazzo si sollev in aria vorticosamente e poi si rovesci sulla fanciulla: essa diede uno strillo di paura e d'ira, e cerc di respingerlo da s, ma si trov sul poggio, col capo sulle ginocchia di sua sorella, la quale le toglieva con molta delicatezza alcune foglie secche che le erano cadute sul viso.
- Risvegliati, Alice cara,- le disse la sorella, - da quanto tempo dormi, cara! 
- Oh! ho avuto un sogno cos curioso! - disse Alice, e raccont alla sorella come meglio pot, tutte le strane avventure che avete lette; e quando fin, la sorella la baci e le disse: 
-  stato davvero un sogno curioso, cara ma ora, va subito a prendere il t;  gi tardi. - E cos Alice si lev; e and via, pensando, mentre correva, al suo sogno meraviglioso. 
Sua sorella rimase col con la testa sulla palma, tutta intenta a guardare il sole al tramonto, pensando alla piccola Alice, e alle sue avventure meravigliose finch anche lei si mise a sognare, e fece un sogno simile a questo: 
Prima di tutto sogn la piccola, Alice, con le sue manine delicate congiunte sulle ginocchia di lei e coi grandi occhioni lucenti fissi in lei. Le sembrava di sentire il vero suono della sua voce, e di vedere quella caratteristica mossa della sua testolina quando rigettava indietro i capelli che volevano velarle gli occhi. Mentre ella era tutta intenta ad ascoltare, o sembrava che ascoltasse, tutto il. luogo d'intorno si popol delle strane creature del sogno di sua sorella. 
L'erba rigogliosa stormiva ai suoi piedi, mentre il Coniglio passava trotterellando e il Topo impaurito s'apriva a nuoto una via attraverso lo stagno vicino. Ella poteva sentire il rumore delle tazze mentre la Lepre di Marzo e gli amici suoi partecipavano al pasto perpetuo; udiva la stridula voce della Regina che mandava i suoi invitati a morte. Ancora una volta il bimbo Porcellino starnutiva sulle ginocchia della Duchessa, mentre i tondi e i piatti volavano e s'infrangevano d'intorno e l'urlo del Grifone, lo stridore della matita della Lucertola sulla lavagna, la repressione dei Porcellini d'India riempivano l'aria misti ai singhiozzi lontani della Falsa-testuggine. Si sedette, con gli occhi a met velati e quasi si cred davvero nel Paese delle Meraviglie; bench sapesse che aprendo gli occhi tutto si sarebbe mutato nella triste realt. Avrebbe sentito l'erba stormire al soffiar del vento, avrebbe veduto lo stagno incresparsi all'ondeggiare delle canne. L'acciottolio, delle tazze si sarebbe mutato nel tintinnio della campana delle pecore, e la stridula voce della Regina nella voce del pastorello, e gli starnuti del bimbo, l'urlo del Grifone e tutti gli altri curiosi rumori si sarebbero mutati (lei lo sapeva) nel rumore confuso d'una fattoria, e il muggito lontano degli armenti avrebbe sostituito i profondi singhiozzi della Falsa-testuggine. 
Finalmente essa immagin come sarebbe stata la sorellina gi cresciuta e diventata donna: Alice avrebbe conservato nei suoi anni maturi il cuore affettuoso e semplice dell'infanzia e avrebbe raccolto intorno a s altre fanciulle e avrebbe fatto loro risplendere gli occhi, beandole con molte strane storielle e forse ancora col suo sogno di un tempo: le sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Con quanta tenerezza avrebbe ella stessa partecipato alle loro innocenti afflizioni, e con quanta gioia alle loro gioie, riandando i beati giorni della infanzia e le felici giornate estive! 

FINE