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IL TAGLIAPIETRE

Ho la pelle più dura della pietra che intaglio. Il mio braccio destro è grosso come il tronco di un albero che un tempo avrei potuto abbattere con un solo pugno. Il martello nelle mie mani si trasforma in un distruttore implacabile: le schegge di pietra saltano via come frecce scagliate da un arco da battaglia. La polvere mi ricopre di un velo bianco difficile da eliminare dal corpo e dai capelli, tanto che non so più se è l’età o la pietra ad avermi trasformato in un vecchio.

Il palazzo di Erode deve anche alla mia abilità, che ho trasmesso a molti giovani, le sue magnifiche colonne. Sono tutte perfettamente dritte e decorate con attenzione, anche lì dove solo l’occhio di un attento osservatore può posarsi.

Ma la cura maggiore l’ho messa nel tempio di Gerusalemme. Erode volle sostituire il precedente Tempio con uno che potesse superare in maestosità addirittura quello di Salomone. Ci sono voluti vent’anni e forse ce ne vorranno altrettanti prima che possa dirsi finito. C’è sempre un pannello da aggiungere, un muro da terminare, un’incisione da preparare.

Ho lavorato, ma non per la gloria di Erode, mettendo in ogni colpo di martello una preghiera, una lode, un ringraziamento. Anche se sarà distrutto dalla furia degli eserciti, o se gli uomini dimenticheranno, anche per un solo istante, di santificare il tuo nome, o Signore, saranno le pietre a farlo al loro posto.

Ho messo la stessa cura anche nelle lapidi che ho preparato per i miei migliori amici. La vita di un uomo passa rapida e presto il suo nome e la sua esistenza vengono cancellate per sempre. Le preghiere che ho inciso sulle pietre che hanno ricoperto le loro spoglie mortali, sono rivolte alla tua misericordia e sono un monito per gli uomini: coloro che cercate non sono qui, ma presso Dio!

Non so fare altro e queste mie braccia, un tempo più forti e muscolose del collo di un toro, hanno costruito questo piccolo scrigno. Forse non sono più così abile come un tempo, ma te lo porterò in dono lì dove la stella cometa mi indicherà. Ti prego, so che il ricordo delle mie opere svanirà come la polvere sollevata dai miei scalpelli, ma tu non scordarti di me e, quando vorrai, accoglimi nel tuo regno, anche se non hai bisogno di uno scalpellino.